Dietro la facciata del progresso tecnologico si nasconde il capitolo più recente di un’oscura costante antropologica: il desiderio di possedere e controllare l’altro.
di Marcello Trento (*)
Dalla Cina arriva la prima asta pubblica di robot umanoidi. Dietro la facciata del progresso tecnologico si nasconde il capitolo più recente di un’oscura costante antropologica: il desiderio di possedere e controllare l’altro.
Il 30 maggio 2026 rimarrà una data spartiacque, non solo per la storia dell’economia digitale, ma per la sociologia della tecnica. In Cina, sulla piattaforma di e-commerce JD.com, prenderà il via la prima asta al mondo interamente dedicata ai robot umanoidi. Modelli iper-tecnologici, capaci di muoversi, manipolare oggetti e interagire, verranno battuti al miglior offerente. Se l’industria celebra questo evento come il trionfo della “massificazione tecnologica” e l’alba di una nuova era di assistenti domestici, uno sguardo sociologico più profondo non può fare a meno di scorgere, sotto i circuiti integrati e le scocche in fibra di carbonio, il riemergere di uno dei fantasmi più antichi e persistenti dell’umanità: il desiderio di possedere uno schiavo.
La devianza del controllo: dal biologico al meccatronico
La storia dell’essere umano è, in larga parte, una storia di asimmetrie di potere. Dalle prime civiltà mesopotamiche all’istituzionalizzazione della schiavitù nel mondo classico, fino alle forme moderne di sfruttamento capitalista, l’uomo ha costantemente manifestato una pulsione che potremmo definire una “devianza antropologica”: il bisogno di creare o sottomettere creature deputate all’esclusivo soddisfacimento dei propri bisogni fisici, emotivi e mentali.
Quando la sociologia studia la schiavitù storica (biologica), evidenzia come essa non rispondesse solo a una necessità economica, ma a un bisogno psicologico di affermazione dell’Io attraverso l’annichilimento della volontà altrui. Lo schiavo era un *instrumentum vocale* — uno strumento dotato di parola, ma privato di soggettività.
Oggi, il passaggio dal biologico al meccatronico non cambia la struttura del desiderio, ma ne pulisce la coscienza. Il robot umanoide è il perfetto erede dello schiavo antico: esegue compiti degradanti, faticosi o intimi, non ha diritti, non si ribella e non richiede empatia. La tecnologia, in questo senso, funge da “solvente morale”. Permette all’essere umano di esercitare un controllo totale e assoluto su una figura antropomorfa senza il peso del senso di colpa sociale.
L’evoluzione come volontà di potenza
Viene da chiedersi se il vero motore dell’evoluzione umana — e, di riflesso, dello sviluppo tecnologico — non risieda proprio nella sofisticazione dei metodi di controllo. Il filosofo Friedrich Nietzsche parlava di “Volontà di Potenza”; applicata alla sociologia dei consumi e della tecnica, questa idea suggerisce che l’efficienza non sia il fine ultimo del progresso, ma solo il mezzo. Il fine reale è la sottomissione dell’ambiente e, soprattutto, degli altri.
Se analizziamo i macro-fenomeni storici, macroeconomici e geo-politici, l’ipotesi si fa stringente:
Le economie: Si sono storicamente strutturate sulla stratificazione sociale, dove chi detiene il capitale controlla il tempo e la forza-lavoro altrui.
Le guerre: Non sono che la manifestazione violenta e macroscopica del rifiuto della coesistenza paritaria, finalizzate all’assoggettamento di un popolo alle necessità (mentali o materiali) di un altro.
La tecnologia di consumo: Dai software algoritmici che controllano la nostra attenzione, fino ai robot che metteremo in salotto, l’ossessione contemporanea è la “predicibilità”. Vogliamo dispositivi che rispondano istantaneamente, che anticipino i nostri desideri, che siano totalmente privi di una volontà propria.
L’esistenza umana sembra così ruotare attorno a un paradosso: l’uomo cerca disperatamente la libertà per se stesso, ma sembra incapace di concepirla senza che essa implichi una qualche forma di dominio su qualcos’altro.
Il miraggio del servo perfetto
L’asta di robot umanoidi in Cina ci pone di fronte a uno specchio sociologico inquietante. Nel momento in cui compriamo un simulacro di essere umano per farlo cucinare, pulire o farci compagnia, stiamo curando la nostra solitudine e la nostra fatica, o stiamo alimentando una nevrosi antica?
Il rischio sociologico del prossimo decennio non è tanto la “ribellione delle macchine” (un cliché fantascientifico), quanto la **regressione relazionale dell’essere umano**. Abituandosi a interagire con “creature” antropomorfe programmate per obbedire e soddisfare ogni capriccio senza mai porre un limite o un conflitto, l’uomo rischia di perdere la capacità di relazionarsi con i suoi simili. L’altro umano, con la sua complessità, i suoi rifiuti e la sua indisponibilità a farsi controllare, diventerà intollerabile.
L’asta di JD.com potrebbe essere l’inizio di un mercato fiorente, ma è anche il sintomo di una specie che, non potendo più possedere legittimamente i propri simili, ha deciso di fabbricarsi i propri schiavi su misura. Resta da capire se il controllo totale di una creatura meccanica renderà l’uomo più libero, o se lo imprigionerà definitivamente nella gabbia del suo stesso smisurato ego.
(*) Presidente Ente Nazionale Energie Rinnovabili
