di Lorenzo Sorrentino (*)
“Ci aiuti a far sì che noi mamme ‘rare ma non invisibili’ non dobbiamo più combattere contro la burocrazia o l’indifferenza, ma possiamo dedicarci solo a quello che sappiamo fare meglio: amare e guardare insieme ai nostri bambini l’arcobaleno che arriva durante la tempesta”. A lanciare l’appello in una lettera aperta rivolta alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è Tiziana, la mamma di Bernadette Marie, una bambina di 11 anni nata con una malattia genetica rara. Si tratta della mutazione del gene Gabrb3, che le provoca encefalopatia epilettica e un grave ritardo psicomotorio. “Siamo mamme di bambini che non porteranno mai a casa da scuola disegni colorati e poesie recitate, ma che sanno dare colore e luce nonostante il buio della loro malattia e sofferenza”, si legge nella lettera scritta in vista della Festa della mamma.
“Ma non siamo eroine per scelta, spesso siamo sopraffate dal panico, dalla paura, dai sensi di colpa e dall’impotenza, nonché dalla solitudine”, scrive Tiziana. “I nostri figli hanno il diritto di vivere la miglior vita possibile, finché gli sarà concesso”, scrive ancora Tiziana. “Spesso, quando si parla di malattie rare e inguaribili, la società tende a voltarsi dall’altra parte, quasi come se la mancanza di una cura definitiva rendesse la vita di quel bambino meno degna di investimenti o di sogni”.
Ed è a questo proposito che Tiziana rivolge un appello a Meloni: “Se non possiamo aggiungere anni alla vita di questi bambini, abbiamo il dovere morale e civile di aggiungere vita ai loro anni, offrendogli una qualità di vita piena, ricca di nuovi significati”. Le cure palliative pediatriche, in quest’ottica, “non sono la fine, ma l’inizio di una tutela. Non servono ad accompagnare alla morte, ma a sostenere la vita, laddove sembra non esserci”. La richiesta è quindi quella di potenziare in ogni regione le reti di cure palliative pediatriche e “che non ci siano disparità tra Nord e Sud, e che ogni bambino fragile abbia il suo hospice pediatrico o la sua assistenza domiciliare specializzata”. “Oggi, mentre ricevo un sorriso da mia figlia – un sorriso che vale il doppio perché so quanto è costato lottare per averlo – chiedo a Lei di farsi garante di questa bellezza e di questa gioia, per quanto breve o faticosa possa essere”.
(*) La Presse
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- Di Margherita Lopes Ci credereste? Stando a un nuovissima ricerca l’Inferno di Dante Alighieri non è solo un capolavoro letterario, ma sarebbe stato un esperimento mentale di fisica degli impatti. Dai crateri agli effetti delle onde d’urto che hanno rimodellato il globo, il sommo poeta tra le sue terzine avrebbe riprodotto un modello di impatto planetario. E questo centinaia di anni prima della nascita della meteoritica moderna. Insomma, se per secoli la caduta agli inferi di Satana è stata interpretata come una tragedia spirituale, lo studio presentato all’European Geosciences Union General Assembly 2026 cambia le carte in tavola. Per sette secoli la caduta agli inferi di Satana descritta dall’Alighieri è stata interpretata come una tragedia spirituale: una caduta silenziosa e rovinosa, senza speranza. Tuttavia la ricerca di Timothy Burbery della Marshall University suggerisce che la Divina Commedia contenga un segreto ben più esplosivo (letteralmente). Analizzando l’Inferno di Dante attraverso la lente della meteoritica moderna, Burbery suggerisce che l’autore abbia immaginato Satana come un impattore ad alta velocità, un asteroide che colpisce l’emisfero australe e si fa strada fino al centro della Terra. Questo impatto costringe l’emisfero settentrionale a ritirarsi, formando di conseguenza il nucleo dell’Inferno come un cratere, mentre la terra spostata dietro Satana stesso crea il monte del Purgatorio come picco centrale. La portata dell’evento descritto è paragonabile all’impatto di Chicxulub (K-Pg), che pose fine al regno dei dinosauri. Burbery suggerisce di considerare il Principe delle Tenebre come un corpo oblungo, delle dimensioni appunto di un asteroide. Proprio come l’asteroide K-Pg, questa collisione avrebbe innescato una reazione a catena planetaria: l’angelo caduto si è fatto strada fino al nucleo, generando il picco centrale del monte Purgatorio. Inoltre come il meteorite Hoba, con una massa intatta di 60 tonnellate, il Satana di Dante è modellato come un impattore fisico, non vaporizzato, che ha ‘ristrutturato’ permanentemente l’architettura della Terra. In quest’ottica, i nove cerchi dell’Inferno non sono più semplici livelli simbolici di peccato, bensì una descrizione – straordinariamente accurata, secondo lo studioso – della morfologia concentrica e terrazzata che si riscontra nei bacini da impatto multi-anello presenti in tutto il sistema solare, dalla Luna a Venere. Anticipando la geometria non euclidea che si ritroverà poi nel Paradiso, Dante avrebbe mappato intuitivamente la fisica della velocità terminale e della frattura crostale necessarie affinché un oggetto massiccio raggiunga la massima compressione nel nucleo terrestre. Se più di un letterato a questo punto farà un salto sulla sedia, c’è da dire che questa ricerca offre uno strumento interessante per la difesa planetaria: dimostra come la geomitologia letteraria possa sensibilizzare sulle minacce fisiche ben prima della loro formalizzazione scientifica. Burbery sostiene che Dante scoprì, di fatto, la realtà geologica delle meteore, sfidando così i dogmi aristotelici che consideravano i cieli perfetti e immutabili. E questo ben prima di Galileo. Rappresentando la caduta di Satana come un impatto tangibile ad alta velocità con effetti fisici devastanti, piuttosto che come una mera illusione ottica o un’allegoria spirituale, Dante inoltre contribuì a spostare il paradigma occidentale verso il riconoscimento dei corpi celesti come agenti fisici di cambiamento. Insomma, per questa ricerca l’Inferno di Dante sarebbe un affascinante esperimento mentale, letterario e geofisico, con preziose anticipazioni della scienza moderna. (*) La Presse
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