Politica

Elezioni regionali in parte scontate, ma con il pericolo di “una democrazia senza popolo”

di Giuliano Longo

C’è poco o molto da dire sulle elezioni regionali che segnano un 2 a uno per il campo largo di Ely Schlein e Giuseppe Conte, comunque trainato da un PD che pare in ripresa, e un Vento dove il voto al giovane Alberto Stefani  rappresenta più  una vittoria della Liga  Veneta Di Zaia che non di Salvini.

Un voto che in ogni caso, da Nord a Sud, rappresenta uno stop al partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, limitandone le ambizioni di primato in tutte le regioni del Nord Italia.

Lasciamo ai politologi le analisi più raffinate e i commenti più acuti sul futuro politico del Paese che   in Primavera avrà a che fare con il referendum  sulla Giustizia,  questa volta senza il quorum del 50% che potrebbe scoraggiare l’afflusso.  E  nel 2027 con le elezioni politiche  che potrebbero non confermare quel 30% dei consensi che assegnano attualmente i sondaggi ai “fratelli d’Italia”.

Tanto è evidente che per assicurarsi un largo margine di vittoria la Destra proporrà l’ennesima legge elettorale che vorrebbe modificare sopra tutto i collegi del Senato (se mai passerà) e forse una sua proposta di riforma istituzionale dal chiaro sapore presidenzialista.

Lasciamo anche da parte quella frattura politica fra Nord e Sud indice di ben altre spaccature storiche

Veniamo invece al nocciolo del problema peraltro più volte sollevato dal presidente della Repubblica Mattarella, ovvero l’eccezionale  rinuncia al voto che in questa tornata elettorale ha raggiunto il picco o meglio,  il baratro, del quasi del  60%. Come se  il nostro Paesi si avviasse ormai verso una “Democrazia senza popolo”.

Né valga la trita giustificazione di una tendenza valida  per tutto l’Occidente poiché non sempre è stato così anche nelle più recenti  tornate elettorali, ad esempio di Germania e Stati Uniti, non ultima per le elezioni di un sindaco socialista a New York.

Facciamo invece una premessa che riguarda tutto l’Occidente, questa volta sì: l’astensionismo sino ad oggi ha favorito le destre o i populismi di destra anche  in Europa, segnando nell’ultimo decennio ha segnato l’arretramento delle sinistre riformiste o liberal, che non soddisfano più, e tanto meno sollecitano il popolo alla partecipazione con un lento, ma costante logoramento del consenso, che potremo definire “storico”.

Ricordo che ad ogni competizione politica il Giacinto Pannella imputava questo astensionismo –  certamente non all’attuale livello –   ai voti mancati per il  suo Partito Radicale,  alzando una nebbia sulla sua graduale scomparsa politica, nonostante le sue  storiche battaglie –  (Aborto e divorzio)– che  pure hanno cambiato anche morfologicamente il Paese.

Eppure oggi nessuno, ma proprio nessuno, osa accreditarsi questo  abbandono delle urne, nè un  possibile recupero  di questi elettori,  come se, nella sostanza ,i partiti si accontentassero del fatto che “in democrazia vince chi al voto ci va” e chi vince non solo chi governa, anche se  talora “stragoverna” senza mediazioni possibili con chi ha perso.

Anzi come nel caso di quel faro (e non sono sarcastico) di Democrazia che sono (o erano?) gli Stati Uniti, dove un ricchissimo Tycoon, intende annichilire anche le vestigia dei Democratici sconfitti, eradicandoli da tutti i centri di potere e, possibilmente, di comunicazione.

In Italia non è certo così anche se la tendenza a limitare  quei contrappesi di governance previsti dalla nostra costituzione, sembrano ormai nelle intenzioni di questo Governo che procede spregiudicatamente alla spoil system del vincitore.

Certo, più o meno l’hanno fatto tutti – è il sistema bellezza! – ma c’è da chiedersi se sia proprio questo sistema a disincentivare l’elettorato. Se sia anche questo sistema – dove chi vince si spartisce il bottino del potere –  disincentivi il “non voto” di un elettorato convito che tanno pensa“nulla cambia con la  destra o la sinistra poiché chiunque vinca “va alla greppia”.

Un qualunquismo non nuovo in un Paese di  relativamente recente democrazia dove il il populismo spicciolo ormai alligna da tempo, in particolare dopo la fine della funzione trainate dei partiti  cosiddetti “di massa” tradizionali ,in particolare della DC e del PCI che peraltro influenzavano classi e ceti sociali ben determinati

Ma questo è solo un aspetto del problema, se volete il più superficiale o scontato

Quindi  senza  pretese di competenze sociologiche, la percezione è quella  di un mutamento quasi antropologico, strutturale e culturale dei popoli dell’Occidente democratico, che peraltro lascia spazio (o  l’ illusione?)  a sistemi autoritari che nel mondo non mancano.

Con un riflusso della gente di ogni età e di ogni strato sociale  su quel “particulare” che guarda al proprio interesse nell’isolamento,  in una bolla tecnologica” che oggi è la vera rivoluzione sistemica.

Un “particulare” non sempre disinformato e banale con i gattini su facebook, ma  condizionato dalla diffusione delle news in tempo reale (comprese le debordanti fake) che apparentemente non esprimono ideologie ( ormai defunte)  ma opinioni che, volenti o nolenti, spingono all’isolamento nell’illusione di essere sempre virtualmente connessi a qualcuno o a qualcosa, semplicemente digitando un tool .

Se come questo sistema influenzi gli orientamenti politici è difficile stabilire perché spesso basato sull’intrattenimento più o meno Trash, ma che un sfondo  “ideologico” comunque ce l’ha – se non altro negli interessi di  quei colossi finanziari che ne detengono la proprietà.

Altro che primato di scienza e tecnologia, Intelligenza artificiale compresa.

Strumenti  che anche  i politici più moderni e i loro “consulenti media” utilizzano a piene mani, sicuramente consapevoli che questa “bolla” è tutto il contrario delle socialità o della socializzazione soprattutto fra i giovani.

In un tale contesto l’offerta politica, se vogliamo usare questo termine, non coincide con i bisogni individuali e c’è  da scommettere che gran parte  parte di questo astensionismo risulti maggioritario fra i ceti meno abbienti o fra quelle povertà che vanno crescendo anno dopo anno, chine sulla propria sopravvivenza e nella indifferenza sostanziale dei potenti.

Così  anche la risposta “riformista” della sinistra e dei, sindacati incapaci di ri-organizzare un mondo del lavoro frammentato, si limita a caldeggiare che  un declinante” welfare” – che verrà ulteriormente ristretto dal riarmo europeo e mondiale –  ma non riesce  a penetrare la “bolla” per battere una destra della “semplificazione demagogica ed estrema” di una destra che prevede solo una “autorità o un autoritarismo di altri tempi” sotto lo slogan” Law&order”.

Che sia possibile uscire da questo Gap, ormai storico, è difficile preconizzare  tanto più che  non siamo alla “fine della Storia”  (con la esse maiuscola) come proclamava  qualche accademico americano neoliberal globalista, ma è certo  invece che i processi di mutamento sulla scena internazionale  influiranno sugli orientamenti, ma sopra tutto sulle “paure” della gente.

E allora che fare?  Meglio cosa potrebbero fare quelle forze che vorrebbero  difendere i principi della democrazia che sanno ancora di universale?

Non è nostro compito indicarlo, ma che le forze democratiche – che pure esistono – comincino a studiare veramente  questo mutamento antropologico e le sue  innervature sociali è la premessa per elaborare nuove strategie e soprattutto nuovi linguaggi per comunicarle.

Spetterebbe anche alla Sinistra  sconfiggere questa “democrazia senza popolo”? Forse,  se non si chiudesse nelle logiche della politica politicante, nelle “diatribe  correntizie “ che sanno molto di giochini per aggrapparsi a scampoli di Potere, di fatto rendendo  “ tutti i gatti politici bigi”.

Ma questa è un’altra storia.

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