Economia e Lavoro

Energia, valutazioni distanti per la guerra

Iran: Coldiretti, rischio shock energetico per agroalimentare italiano

 

 

“La guerra in Iran rischia di causare un nuovo shock energetico per l’agroalimentare e per le famiglie italiane, con un impatto pesante sui costi di produzione e sui consumi”. Questo l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione della mobilitazione con 5mila soci agricoltori al Palapartenope di Napoli, assieme al presidente Ettore Prandini, al segretario generale Vincenzo Gesmundo e al presidente di Coldiretti Campania, Ettore Bellelli, oltre al ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida. L’incontro, sottolinea l’associazione, segue le precedenti mobilitazioni in tutta Italia che ad oggi hanno toccato Piemonte, Puglia, Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Veneto con oltre 25mila soci agricoltori coinvolti sui grandi temi che riguardano l’agricoltura in Italia e nel resto del mondo.

 

“Dai costi energetici a quelli per i fertilizzanti, il conflitto tra Usa, Israele e Iran minaccia di replicare quanto accaduto con la guerra in Ucraina, con il balzo alle stelle dei prezzi dei principali fattori di produzione, che dopo quattro anni restano sensibilmente più alti, dal +49% dei fertilizzanti al +66% per l’energia. Da qui l’importanza di sostenere la produzione alimentare europea, assicurando che le risorse vadano agli agricoltori veri e consolidando i risultati ottenuti con le mobilitazioni di Coldiretti che hanno consentito, grazie anche all’impegno del Governo italiano, di recuperare 10 miliardi della Pac rispetto ai tagli proposti dalla Commissione Ue”, sottolinea la Coldiretti in una nota, aggiungendo che “la difficile congiuntura internazionale rischia, infatti, di pesare sulle imprese già colpite dalla concorrenza sleale delle importazioni selvagge dall’estero, con prodotti di bassa qualità coltivati con sostanze vietate in Europa che arrivano a tonnellate nei porti italiani, a partire proprio da quello di Napoli, per essere italianizzate grazie a lavorazioni anche minime, sfruttando l’attuale normativa comunitaria”. “Al Palapartenope, Coldiretti ha mostrato come petti di pollo, magari provenienti dal Sudamerica, vengano semplicemente panati oppure trasformati in crocchette ed esportati come Made in Italy. Cosce di maiale olandesi o danesi che vengono salate e stagionati per essere esportate come prosciutti tricolori. Ortofrutta trasformata, come sottolio (es. carciofini egiziani) o succhi di frutta: anche per loro vale la regola dell’ultima trasformazione sostanziale e possono essere venduti sui mercati europei come prodotto italiano. Ma l’inganno del codice doganale vale anche per altri prodotti per i quali in Italia c’è l’obbligo dell’etichetta d’origine ma non in Europa, come la mozzarella che può essere fatta con latte tedesco o polacco, o addirittura con cagliata ucraina, e poi venduta sui mercati comunitari come Made in Italy, così come sughi preparati a partire da concentrato di pomodoro cinese, o la pasta fatta col grano canadese al glifosato”, specifica l’associazione.

 

“Uno scandalo che esercita una pressione al ribasso sui prezzi pagati nei campi e danneggia l’immagine del Made in Italy nel mondo. A Napoli Coldiretti ha ribadito dunque la necessità di cancellare l’attuale norma sull’ultima trasformazione sostanziale del codice doganale che pesa sull’economia delle imprese agricole italiane in termini di redditi e opportunità di export e rappresenta un inganno per tutti i cittadini consumatori europei. Ma occorre anche l’obbligo dell’etichettatura di origine su tutti i prodotti alimentari venduti in Europa”, termina Coldiretti.

 

 

Iran: Unimpresa, se conflitto breve no shock strutturali per economia italiana

 

 

 

Un conflitto in Iran circoscritto a tre-quattro settimane produrrebbe una fiammata temporanea dei prezzi energetici, ma senza configurare uno shock strutturale per l’economia italiana. È quanto emerge da una analisi del Centro studi di Unimpresa, che ridimensiona gli scenari più allarmistici in caso di durata limitata delle ostilità.

 

“In caso di conflitto limitato a poche settimane, non siamo di fronte a uno shock strutturale ma a una fase di forte volatilità. Petrolio e gas possono registrare picchi significativi, ma l’impatto medio sull’anno resterebbe contenuto e gestibile. È però fondamentale non sottovalutare la situazione: le imprese, soprattutto le più energivore e le PMI, hanno bisogno di stabilità e di strumenti di copertura adeguati. Serve un monitoraggio costante e, se necessario, interventi mirati e temporanei, evitando reazioni eccessive ma garantendo tempestività. La prudenza oggi è la migliore alleata della competitività”, osserva il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

 

Il nodo centrale, sottolinea l’analisi, resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20-21% del petrolio mondiale. Tuttavia, in assenza di un blocco navale prolungato, il rialzo delle quotazioni sarebbe legato soprattutto al premio al rischio finanziario più che a una reale interruzione dei flussi fisici. Le proiezioni indicano, rispetto a un Brent pre-crisi intorno a 75 dollari, un possibile picco temporaneo tra 90 e 110 dollari al barile, pari a un aumento del 20-45%, ma con una media trimestrale difficilmente superiore a 85-95 dollari in caso di normalizzazione rapida. Analoga dinamica per il gas europeo. Partendo da un TTF attorno a 35 euro per megawattora, le stime indicano uno spike verso 50-65 euro (+40-80%), ma con una media stagionale più contenuta nell’area 45-55 euro se non si verificano interruzioni fisiche delle forniture di GNL o dei flussi nordafricani. L’Italia, che consuma circa 70 miliardi di metri cubi di gas l’anno, risentirebbe più della volatilità che di una carenza effettiva di approvvigionamenti. Secondo l’analisi, inoltre, sul piano macroeconomico, l’impatto di uno shock breve resterebbe contenuto. Un aumento medio del petrolio del 30% limitato a un mese produrrebbe un effetto sull’inflazione stimabile in +0,2/+0,4 punti percentuali rispetto a una baseline del 2,1%. La crescita del Pil 2026, prevista intorno a +1,1% nello scenario centrale, potrebbe ridursi di 0,2 punti, senza scivolare in recessione. Anche il deficit commerciale energetico, stimato in circa 35 miliardi in condizioni normali, salirebbe solo temporaneamente verso 45-50 miliardi in caso di prezzi elevati concentrati in un singolo trimestre.

 

Per le imprese italiane, in particolare per i settori energivori, l’effetto principale sarebbe dunque un aumento dei costi variabili e della volatilità, ma non una crisi sistemica di marginalità. Gli scenari più critici, con impatti severi su occupazione e competitività, presuppongono durate ben superiori e un’escalation regionale. In caso contrario, il sistema produttivo italiano appare in grado di assorbire uno shock breve, soprattutto alla luce della maggiore diversificazione delle forniture energetiche rispetto alla crisi del 2022.

Red

Related posts

Sciopero dei dipendenti Rai il 23 settembre

Redazione Ore 12

Gregorini (Cna): “Dobbiamo riavvicinare i giovani al mondo del’artigianato”

Redazione Ore 12

L’Fmi approva diritti di prelievo per 650 mld di dollari. Ossigeno per l’economia globale

Redazione Ore 12