Cronaca

Garlasco: Mencacci e il soliloquio di Sempio, aiuta a gestire lo stress

di Lorenzo Sorrentino (*)
L’ormai celebre soliloquio di Andrea Sempio riapre un dibattito mai sopito: parlare da soli è un segnale inquietante oppure un comportamento normale? La psicologia, da tempo, propende per la seconda ipotesi. Per Claudio Mencacci, psichiatra e presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia, parlare da soli svolge anzitutto una funzione di regolazione emotiva. “Il soliloquio – dice Mencacci a LaSalute di LaPresse – è un’esperienza comune: un dialogo interno che ci permette di aumentare la nostra capacità di concentrazione, ma può contribuire anche a ridurre tensioni e ansia”, spiega l’esperto. Non solo: sarebbe anche “un buon preparatore a situazioni difficili”. Verbalizzare pensieri e scenari serve quindi “a mettere ordine dentro di sé, per riorganizzare pensieri ed emozioni”.
Anche i corsi di auto-aiuto che utilizzano il dialogo con se stessi, secondo lo psichiatra, hanno una loro logica. “Ma devono essere abbinati alle tecniche respiratorie, che sono fondamentali”. Fare ricorso all’autoironia nel soliloquio, inoltre, può avere un impatto positivo sulla salute mentale. “Tante situazioni quotidiane, analizzate con la lente dell’umorismo e dell’autoironia, perdono la loro carica velenosa”. Il dialogo interno, continua lo specialista, può riguardare sia il futuro che gli eventi passati. In quest’ultimo caso entra in gioco “una sorta di rielaborazione emotiva: si ripensa agli eventi per comprendere meglio cosa è successo, per chiudere una situazione che era rimasta aperta o per immaginare cosa si sarebbe potuto dire o fare in una determinata circostanza”.
Parlare da soli in macchina, per tornare al caso da cui siamo partiti, “è una cosa molto frequente. In quel momento il soliloquio ci aiuta a rendere visibili i nostri pensieri”. Ma com’è inquadrato questo comportamento dal punto di vista clinico? “Ormai da tantissimi anni il soliloquio ha smesso di essere considerato un sintomo patologico”, ricorda lo psichiatra. I pensieri espressi da soli ad alta voce non possono quindi esseri considerati veri in modo automatico: “Siamo in un campo di fantasia, in cui avvengono sfoghi mentali, fantasie e rielaborazioni di paure. Le confessioni – rimarca Mencacci – sono affidabili solo se supportate da elementi concreti e verificabili”.
(*) La Presse

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