Cronaca

Gemona-“Dove ci ha condotti il cuore dell’uomo?”

 

di Riccardo Bizzarri (*)

“L’uomo è la misura di tutte le cose”, diceva Protagora. Ma quando l’uomo perde il senso del limite, chi resta a misurare l’abisso?”

Gemona del Friuli. Estate torrida. Silenziosa. In una casa come tante, si consuma uno degli atti più disturbanti e disumani che la nostra cronaca ricordi. Lorena Venier, madre di 61 anni, infermiera, uccide il proprio figlio Alessandro, 35 anni. Con lei, la nuora, Mailyn Castro Monsalvo. Non un gesto d’impeto. Non una reazione irrazionale. Ma un piano. Organizzato, pensato, attuato. Un progetto di morte che, dopo l’omicidio, si sarebbe dovuto completare con la distruzione del corpo. I resti,  secondo la confessione,  sarebbero stati portati in montagna, “dove lui diceva che voleva fossero destinate le sue spoglie”.

Come si può raccontare una storia simile senza che le parole suonino vuote o voyeuristiche? Come è possibile che una madre, colei che dà la vita, diventi lo strumento della sua fine?

L’assenza totale di senso. La decomposizione morale che rende possibile non solo l’omicidio, ma la pianificazione della sparizione del corpo. Come se non ci fosse più nemmeno bisogno di giustificare la morte. Come se la morte fosse solo un problema logistico da risolvere.

Chi è Lorena Venier? Chi è Mailyn? E, soprattutto, chi era Alessandro? L’uomo smembrato, ridotto a frammenti da chi lo conosceva meglio di chiunque altro. Il figlio, il compagno, il corpo che, secondo il disegno delle donne,  si sarebbe dovuto “consumare col tempo”.

“La crudeltà è un vizio della natura, la compassione una conquista della civiltà”, scriveva Voltaire.

In quale stadio siamo oggi? Quando la madre è la mano che toglie la vita, siamo forse tornati a uno stato di pre-civiltà, dove l’istinto prevale su ogni legge naturale o morale?

Non c’è nemmeno il conforto del raptus. Non la disperazione. Non la follia evidente. C’è la calma della lucidità. L’organizzazione. L’attesa. “Pensavamo di poter fare tutto da sole”, ha detto Lorena. Come si pensa di poter fare a pezzi un corpo senza fare a pezzi se stesse?

Questo delitto non ci parla solo di un fatto isolato. Ci racconta una società che ha smarrito l’orizzonte. Dove le relazioni familiari si sono trasformate in relazioni di potere, di sopportazione, di dominio, di silenzio. Dove il dolore non viene più gridato, ma agito in segreto.

“Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso guarda dentro di te”, ammoniva Nietzsche.
E oggi, quell’abisso ci guarda. Da una casa di provincia. Da due volti che non sembrano mostri. Da un gesto che ci costringe a fare i conti con l’inesprimibile.

Dove ci porterà tutto questo?
Non è solo retorica. È una domanda vera, aperta, che ciascuno di noi dovrebbe avere il coraggio di porsi.
La madre ha ucciso il figlio. La nuora ha istigato. Il corpo è stato fatto a pezzi.
E noi?

Noi stiamo a guardare, cercando un appiglio per capire, mentre il mondo scivola un centimetro più in basso, nel buio.

(*) Giornalista

Nella foto le due presunte assassine Mailyn Castro Monsalvo e Lorena Venier

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