La guerra di Putin

Gli alleati della Russia cadono o sono nel mirino di Trump, perché Putin tace?

di Giuliano Longo

La mia moralità, la mia mente. Questa è l’unica cosa che può fermarmi”. Così Trump ha risposto alla domanda del New York Times su eventuali vincoli alle sue iniziative globali. Il sistema delle istituzioni e delle regole internazionali evidentemente non rientra tra questi vincoli.

La Dottrina Monroe si sta trasformando nella Dottrina Donroe, dal nome Donald, un cocktail  di isolazionismo dichiarato e gendarmeria internazionale, apparentemente sull’emisfero occidentale, ma con l’aspirazione di invadere un territorio già sotto il controllo europeo, la Groenlandia e di demolire il regime iraniano.

Un sintomo anche  questo,  della disintegrazione dell’unità euro-atlantica e della comprensione reciproca. Gli Stati Uniti talvolta ebbero difficoltà con l’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, soprattutto con la Francia, ma mai a questo livello.

Trump spiega di aver bisogno della Groenlandia per “contenere Cina e Russia nell’Artico”, ma questo potrebbe  essere fatto nel quadro della cooperazione con l’Europa e la NATO, quella l’Alleanza Nord Atlantica che per Trump non ha evidentemente lo stesso significato simbolico e pratico che ha per Putin.

Ma il  punto principale è che la menzionata affermazione di Trump rivela il suo vero atteggiamento nei confronti della Russia, mentre lo “spirito di Anchorage”  è evaporato in  uno slogan vuoto quanto lo fu il “reset” internazionale nel 2009 dell’era Obama-Medvedev allora Presidente della Federazione.

Per ora Putin non ha parlato su la vicenda venezuelana, le proteste in Iran sostenute dagli Stati Uniti e i numerosi interventi verbali di Trump, anche in merito alla possibilità di estendere il Trattato di riduzione delle armi strategiche (come sembrava ma ci credono in pochi se Trump ha in mente lo scudo spaziale).

E all’incontro di ieri cogli ambasciatori del mondo si è limitato a dire “…la pace non si ottiene da sola, si costruisce, e ogni giorno. La pace richiede impegno, responsabilità e scelte consapevoli…. soprattutto ora che la situazione sulla scena internazionale si sta deteriorando sempre di più…” mentre ammette l’ovvietà ormai conclamata che  “invece del dialogo tra gli Stati, sentiamo il monologo di coloro che, per diritto del più forte, ritengono lecito dettare la propria volontà, fare la predica agli altri e impartire ordini.”

Ben poco se si considera che   l’amico Donald ha comunque dimostrato che tipo di nemico può essere anche per la Russia: pericoloso, tecnologicamente avanzato e spregiudicato cme dimostrato in . Lo dimostra quanto è avvenuto in Venezuela e in Venezuela e Iran.

La Dottrina Donroe non rifiuta  il cosiddetto “intervento umanitario” americano, con il quale  è lecito rovesciare qualsiasi regime  che contrasti  l’esigenza di ristabilire l’egemonia USA globale oggi vacillante.

Trump ha chiaramente dimostrato che il sistema russo non è destinato a seguire le orme “minacciose” della defunta Unione Sovietica in America Latina, il che potrebbe anche far parte di un accordo sotterraneo fra Mosca e Washington, ma la Russia viene espulsa anche  dalla Siria e forse dall’Iran un domani.

La “Dottrina Putin 2025”  che ha consentito la prosecuzione dell’azione militare in Ucraina e tentato di mantenere Trump nella  sfera delle buone relazioni con il Cremlino, non ha funzionato.

Il  Cremlino a fine anno  si è solo  occupato dell’” l’attacco  di rappresaglia” dei missili  Oreshnik all’Ucraina e confermando gli stretti e ovvi  legami di Putin con le forze di sicurezza, fra abbracci, baci, strette di mano ecc. ecc., ma questa non è una risposta a Trump.

La verità è che il Cremlino non sa come rispondere come dimostrato anche il generico  discorso agli ambasciatori, il quale con tutta la sua “nobile cautela, dimostra  -che Putin non vuole rispondere perché teme di perdere la sua fragile e incerta partnership con Trump.

Lui stesso Putin – e la Cina con imparagonabile peso – sostiene da sempre che  il mondo è multipolare, ma  per ora, ci sono solo tre poli: gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa, debole e divisa finchè si vuole, ma ancora decisiva.

La domanda a questo punto è se la “Dottrina Putin 2025” sopravviverà nel 2026.

Il  desiderio di risolvere militarmente la “questione ucraina” impedisce a Mosca di pensare in modo strategico – diplomatico –  e tanto meno lo è l’entourage del leader russo con Lavrov, Ushakov, Belousov tutti “gli uomini del Presidente” per la politica estera.

Putin sa perfettamente che non ci sono più fattori o istituzioni che possano limitare  un gioco senza regole. Quelle che anche la Russia sosteneva prima dell’invasione dell’Ucraina.

Putin stesso – pur con tutte le sue ragioni che pure esistono – ha infranto queste regole che hanno a Biden quell’intervento pianificato anche ben prima della occupazione della Crimea, alimentando il riarmo e i tamburi di guerra dell’Europa

Tutti gli schemi del secolo scorso sono saltati – lo ammette anche lui – mentre le classi dominanti  di Governo e finanziarie -comprese quelle russe che facciano parte o meno del “partito della guerra”-  basano il proprio potere  su zone di influenza e l’accaparramento delle risorse strategiche, dal petrolio alle terre rare. Mentre scompare la sana e razionale via di mezzo fondata su valori e principi universali storicamente occidentali.

Loo scorso anno Trump abbia fatto balenare a Putin  la prospettiva di una cooperazione economica e grandi affari, in cambio della fine del conflitto ucraino. Invece la “Dottrina Donroe” non è altro che quella aggiornata del Roll Back (contenimento) della Guerra Fredda, combinata con l'”imperialismo del welfare” e con quella che decenni fa veniva definita la diplomazia “in stile texano”.

La storia si ripete? NO, ma e vestigia dei conflitti del  “secolo breve” di Hobsbawm persistono come ferite incancrenite a bordi  dell’odierna e infetta disorganizzazione globale, mentre  l’euforia e i botti di capodanno non fanno  presagire che il 2026 sarà un anno di pace.

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