di Giuliano Longo (*)
Dopo aver minacciato martedì che “un’intera civiltà morirà stanotte”, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un rinvio di due settimane alla tregua tentando di negoziare una pace che Israele non vuole, mentre i suoi esponenti dichiarano che gli obiettivi del conflitto non sono stati raggiunti e radono a suolo il sud del Libano.La scontata risposta dell’Iran è stata la ri-chiusura dello stretto di Hormuz che è la vera mela avvelenata di questa guerra ormai senza regole….come tutte le guerre. Ironicamente, mentre gli Stati Uniti mantengono una schiacciante superiorità militare, l’Iran detiene invece le carte strategiche controllando lo Stretto di Hormuz e conservando quindi grande influenza sul prezzo della benzina e del gasolio e dei loro derivati e sull’andamento dei mercati azionari globali.Avanti di questo passo il conflitto ripeterà gli errori del passato, ovvero la mancata vittoria o il mancato raggiungimento di risultati positivi come nelle guerre combattute finora? .Negli anni ’60 e nei primi anni ’70, la guerra del Vietnam non fu persa sui campi di battaglia – dove l’esercito americano vinceva sempre anche allora – ma nelle televisioni, nelle università e nelle case degli americani e, dove la successione di menzogne raccontate sul conflitto e le 58.000 bare di soldati, finirono per avere la meglio.Anche in Afghanistan, gli Stati Uniti godevano di una superiorità militare, ma ciò non è bastato “per vincere”.
Due decenni di fallimentari di volontà egemonica USA che hanno assorbito miliardi di dollari, producendo localmente dopo istituzioni deboli e quisling filoamericani incapaci di resistere alla anche ai talebani.In Iraq, dopo l’invasione del 2003, gli Stati Uniti riuscirono a rovesciare il regime di Saddam Hussein, ma ciò ha fatto precipitare il paese nel caos, alimentando l’instabilità in tutta la regione per i due decenni successivi, a scapito degli Stati Uniti e dei loro alleati regionali.Uno dei motivi di questi fallimenti è che i presidenti statunitensi succedutisi si sono dimostrati impreparati ad affrontare le difficoltà del loro incarico in materia di guerra e pace. Hanno sofferto di una profonda mancanza di conoscenza e comprensione delle condizioni che giustificano l’uso della forza; dell’incapacità di mettere in discussione i presupposti alla base dell’intervento bellico; dell’arroganza c e dell’inefficienza burocratica. Tutti fattori che non hanno permesso di valutare tutti i possibili scenari con giudizi strategici errati. A quanto pare, questi fallimenti passati hanno infettato anche la guerra in Iran. Già ogni simulazione ed esercitazione militare svolta nel Golf indicava da anni che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato chiuso. Nessuno ha avvertito Trump di questa eventualità, o forse – più probabilmente preso dal suo egotismo non ha ascoltato? E perché ha scelto di entrare in guerra – o per usare le sue parole, di lanciare un'”incursione” in Iran – ripetendo il colossale errore di valutazione di Putin, secondo il quale Kiev sarebbe caduta in pochi giorni?La spiegazione più plausibile è arrivata dal Segretario di Stato Marco Rubio, che inizialmente ha ammesso – per poi ritrattare-
che poiché Israele stava per attaccare per primo l’Iran, gli Stati Uniti non avevano altra scelta che unirsi all’attacco. Una motivazione assurda per dichiarare guerra poiché gli Stati Uniti avrebbero potuto intimare a Israele di procedere o meno.Ma la superbia e la totale mancanza di comprensione erano evidenti ancor prima che gli israeliani spingessero Trump a prendere una decisione in tutta fretta. I suoi principali negoziatori, Steve Witkoff e Jared Kushner, non possedevano le conoscenze tecniche necessarie in materia di armi nucleari, il che li rese deboli nei negoziati con gli iraniani. Mentre la Casa Bianca valutava erroneamente sovrastimando i tempi necessari all’Iran per dotarsi di un’arma nucleare e di missili a lungo raggio avanzati, già si sapeva che l?iran non disponeva ancora dell’atomica.IL successo dell’operazione venezuelana e le aspettative esagerate sulla potenza militare statunitense hanno accecato Trump, che ha creduto – senza esitazione – e alla narrazione israeliana secondo cui il regime di Teheran era sul punto di crollare.Ma vincere ogni battaglia non significa vincere la guerra.La chiusura dello Stretto di Hormuz si è dimostrata l’arma più formidabile del regime iraniano, con il 20% dell’energia globale, gran parte dei fosfati necessari per i fertilizzanti e l’elio indispensabile per la produzione di chip sigillati nel Golfo.Le conseguenze di un conflitto prolungato sono così risultate evidenti: il disastro economico globale.L’indicatore del successo iraniano non è stato il numero di aerei da combattimento statunitensi abbattuti o di basi militari americane colpite, bensì il prezzo della benzina anche negli Stati Uniti è aumentato e il pessimo andamento dei mercati azionari.
Fin dal suo inizio, la guerra era estremamente impopolare, con quasi due terzi degli americani contrari. Gli alti prezzi della benzina e il rischio di un’impennata dell’inflazione stanno causando un crescente malcontento sociale in vista delle cruciali elezioni di medio termine negli Stati Uniti a novembre.Ora Trump si trova di fronte a due scelte – entrambe insoddisfacenti. Come accadde al presidente Lyndon Johnson durante la guerra del Vietnam, Trump può accettare alcune condizioni dell’Iran per porre fine alla guerra, oppure continuare ad intensificare il conflitto e impantanarsi in una guerra prolungat:, una “guerra senza fine”.Per il momento sta optando per l’idea del dialogo millantando una presunta vittoria, ma qualunque strada Trump decida di intraprendere – visto che si è cacciato in un vicolo cieco senza valide alternative – la guerra con l’Iran si rivelerà la decisione più catastrofica che avrà preso da presidente.Mentre Israele continuerà per la sua strada proseguendo il suo conflitto “esistenziale” contro l’Iran, ma fino a che punto?
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
