Politica

Governo diviso sulle armi all’Ucraina: la Lega vuole lo stop?

 

di Fabiana D’Eramo

Con una dichiarazione dietro l’altra, il Carroccio prende di mira la decisione di Giorgia Meloni di inviare ulteriori armamenti e soldi all’Ucraina. Se a Washington il governo si è detto pronto ad incrementare le spese militari – un miliardo e settecento milioni di dollari lo stanziamento italiano in favore di Kiev, con una spesa aggiuntiva di quattrocento milioni di euro – da Roma si levano le prime critiche, i primi “ma”, i primi, timidi passi verso la via del negoziato, quella di Orbàn. Tocca ancora ad Antonio Tajani rimediare alle mosse del vicepremier, Matteo Salvini, ma l’irritazione di Fratelli d’Italia e Forza Italia monta.

Ma non sono solo le parole del ministro dei trasporti a fare rumore. Sono stati anche Roberto Vannacci, Massimiliano Romeo e Andrea Crippa ad esporsi.

“La cessione di armi all’Ucraina da parte dei paesi dell’Unione ha poca incidenza pratica sulle sorti del conflitto”, ha dichiarato il generale Vannacci. Oltre a lamentare l’inutilità dello sforzo, paventa un’escalation: “Fino a che non si profonderà ogni sforzo per il raggiungimento di una negoziazione di pace tra Russia e Ucraina continuerà guerra, distruzione, morte e povertà, come peraltro avvenuto in questi ultimi due anni senza alcun risultato tangibile a favore dell’Ucraina.”

Della stessa idea il vice-segretario della Lega Crippa: “Aumentare gli aiuti militari all’Ucraina da parte della Nato non fa altro che innalzare il rischio di un’escalation militare e di un coinvolgimento diretto nel conflitto Russia-Ucraina dell’Alleanza atlantica”.

Più che di pacifismo pentastellato, qui si tratta di agitare il rischio di vedersi arrivare la guerra in casa. La paura giustificherebbe così l’idea che l’Ucraina si aiuta dialogando con Vladimir Putin, e che l’invio del sistema di difesa aerea Samp-T non permetterà a Kiev di difendersi, ma solo di allungare nel tempo e allargare nello spazio il conflitto.

Il capogruppo leghista a Palazzo Madama, Romeo, ha suggerito quindi di procedere con le parole, la diplomazia. “Piaccia o non piaccia bisogna parlare con gli Stati belligeranti se si vuole raggiungere una tregua. Molti Paesi europei, anziché stracciarsi le vesti per chi tenta delle mediazioni come sta facendo Orban, dovrebbero lodare certe iniziative. Poche sono le guerre che finiscono con la resa incondizionata.”

Meloni si è vista costretta ad avvertire il vice e i suoi: “Così si fa il gioco dei russi”. Alla fine, il vertice di Washington non è servito a molto se non a dimostrare che la Nato è unita ed è forte, ma lo è quando si regge su due gambe: il sostegno alla resistenza ucraina e l’isolamento della Russia. Ora, invece, la premier si ritrova a gestire un pezzo di governo che con la Russia ci vuole parlare, scendere a patti, inevitabilmente accontentarla, chiudere un occhio. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Paolo Barelli, prova a tenere insieme i pezzi: “In aula alla Camera e al Senato è stato deciso il sostegno anche militare alla difesa dell’Ucraina e la censura della Russia da tutti i partiti della maggioranza, Lega inclusa”, ha voluto ribadire. Ma anche il Carroccio è diviso: Fontana e i governatori temono l’isolamento in Europa. Riccardo Molinari, capogruppo del Carroccio a Montecitorio, ha infatti voluto puntualizzare: “Salvini non ha mai detto ‘non mandiamo più le armi’. Salvini ha detto che se si continua solo la linea militare è chiaro che la guerra non finirà mai.”

Da Washington, Tajani, rispondendo a chi gli chiedeva un commento sulla posizione della Lega ha tirato dritto: “Il nostro impegno è procedere verso l’obiettivo del 2%” per la difesa; “non si può raggiungere immediatamente ma va anche tenuto contro che l’Italia è ll secondo paese che offre donne e uomini in uniforme in tutte le missioni di pace dell’Alleanza atlantica. Siamo arrivati all’1,6% e intendiamo procedere”. E ci ha tenuto a sottolineare “noi siamo parte integrante della Nato, nessuno ha mai detto che dobbiamo uscire dalla Nato”, una rassicurazione per gli alleati fuori ma anche un avvertimento per gli alleati dentro, su tutti i fronti, anche quello europeo: “Per noi l’Alleanza atlantica è un punto fondamentale della nostra politica estera, com’è la presenza nell’Ue, come sono le relazioni transatlantiche indipendentemente da chi è stato, è o sarà il presidente degli Usa.”

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