di Dario Rivolta (*)
2014 aprile- Dopo la rivoluzione a Kiev e l’avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente, in diverse città dell’Ucraina orientale negli oblast di Donetsk e Luhansk e Slovjansk—esplodono proteste filorusse e occupazioni di edifici governativi. gli abitanti di quelle regioni si percepiscono come discriminati e temono di perdere peso politico ed economico verso il resto del Paese. Nascono le Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk che si dichiarano indipendenti dall’Ucraina. Kiev reagisce definendoli terroristi. Iniziano gli scontri armati.
2014 2 maggio- a Odessa, centro multiculturale ma a maggioranza russa per storia e cultura, un folto raggruppamento di cittadini manifesta pacificamente per ottenere autonomia o secessione e protestare contro la deriva filo-europeista di Kiev. Contro di loro si scatena un gruppo di neo-nazisti e di nazionalisti ucraini che li costringe a cercare rifugio nella Casa dei Sindacati. Verso e dentro l’edificio i neo-nazisti lanciano bottiglie Molotov e l’edificio prende fuoco. Le persone rimaste intrappolate muoiono tra le fiamme o cadendo dalle finestre. Chi esce viene colpito per strada. In totale 48 morti e più di 200 feriti. Le autorità ucraine apriranno un’inchiesta con non arriverà però mai a identificare i responsabili.
2014 5 settembre- A Minsk si incontrano, al fine di trovare una soluzione alla crisi nell’est del Paese, rappresentanti del governo ucraino, russo e delle autonominatesi Repubbliche di Donetsk e Luhansk. Si firma il Protocollo di Minsk che prevede: cessate il fuoco immediato, monitoraggio OSCE lungo la linea del fronte, decentramento del potere in Ucraina con “status speciale” per alcune aree del Donbass, elezioni locali secondo la legge ucraina, amnistia per i combattenti, scambio di prigionieri, ritiro delle forze armate illegali, controllo del confine russo-ucraino. La Russia è presente in qualità di mediatore ma parteggia per le Repubbliche. Gli accordi non sono rispettati da nessuna delle due parti e i combattimenti continuano. L’esercito ucraino usa le artiglierie contro le città delle regioni separatiste provocando molti morti tra i civili.
2014 ottobre- Dopo le elezioni presidenziali del 25 maggio che vede la vittoria di Petro Poroshenko, il 26 ottobre si tengono le elezioni parlamentari alle quali non possono partecipare le regioni del sud e dell’est a causa dei conflitti in corso. Sui 450 seggi, il partito neo-nazista (Svoboda) ne ottiene solo 9 ma i suoi seguaci sono integrati come parte ben armata e significativa nell’esercito ucraino (es.: Battaglione Azov).
2014 settembre/gennaio 2015 i combattimenti fanno sempre più vittime, stimate (fino al 2022) attorno a 15.000 persone, per la maggior parte abitanti delle città che subiscono il fuoco delle artiglierie ucraine.
2015 12 febbraio- Dopo la battaglia di Debaltseve, dove le truppe ucraine subiscono gravi perdite, Francia e Germania si offrono come mediatori per un nuovo tentativo di accordo che sarà detto di Minsk II. Le delegazioni partecipanti sono di un livello più alto rispetto all’incontro precedente. Si concorda quanto segue: 1) Cessate il fuoco immediato su tutte le linee del fronte nel Donbass, 2) Ritiro delle armi pesanti e distanze di sicurezza per: artiglieria, lanciarazzi multipli, carri armati con controllo da parte dell’OSCE, 3) Liberazione dei prigionieri, 4) Ripristino del controllo del confine con la Russia, 5) Riforma costituzionale per un decentramento e status speciale per alcune aree del Donbass con diritto di autonomia locale, russo come seconda lingua ufficiale in alcune regioni e parziale gestione economica (modello Trentino Alto Adige), 6) Elezioni locali da organizzare secondo la legge ucraina e monitorate dall’OSCE, 7) Amnistia per i combattenti delle repubbliche separatiste e civili coinvolti nel conflitto, 8) Ripristino di strade, ferrovie, servizi pubblici. Non è, tuttavia, prevista alcuna sanzione reale in caso di violazioni. Il punto determinante di questa intesa è la modifica costituzionale. Tale modifica non sarà però mai presa in considerazione dalla RADA, soprattutto per l’opposizione politica interna dei Partiti filo-nazionalisti che rifiutano ogni autonomia per le regioni ribelli. La mancanza di tale modifica costituzionale diventa determinante per il fallimento degli accordi. Nel dicembre 2022, la ex Cancelliera Merkel, in una intervista a Die Zeit, dichiarerà che non ci fu mai una vera intenzione di attuare quanto concordato ma che l’unico vero scopo di Kiev (e di Francia e Germania) era di “dare tempo” all’Ucraina per diventare più forte militarmente e politicamente dopo il colpo di stato del 2014 e prepararsi a una possibile escalation futura. In una intervista a Kyiv Independent anche il Presidente Holland confermerà quanto affermato dalla Merkel. Il francese precisa che Minsk II è servito soprattutto a guadagnare tempo per evitare un collasso immediato dell’Ucraina e cercare una soluzione diplomatica.
2022 24 febbraio- La Russia sin dal 2014 ha aiutato i separatisti del Donbass inviando armi e dando vari tipi di assistenza ai separatisti. Adducendo un nuovo ammasso di truppe ucraine vicino al confine del Donbass con l’intento di dare un colpo definitivo ai ribelli (fatto non confermato da Kiev), i russi annunciano un’“operazione militare speciale” con l’obiettivo di “smilitarizzare e denazificare l’Ucraina. Inizia l’attuale guerra.
2022 marzo/aprile- Con la mediazione della Turchia si aprono trattative tra Russia e Ucraina per porre fine alla guerra. Vi partecipano: David Arakhamia, capogruppo del partito di Zelensky Servire il Popolo e capo-delegazione per gli ucraini, Vladimir Medinsky, consigliere del presidente Putin e capo negoziatore russo e Recep Erdoğan, presidente della Turchia, ospite e facilitatore delle trattative. Arakhamia alcuni mesi dopo in una intervista alla televisione ucraina racconta che si concordarono alcuni punti e se ne lasciarono aperti altri. Ciò su cui si era d’accordo era che la Russia si sarebbe ritirata e l’Ucraina avrebbe mantenuto i suoi confini attuali se avesse concesso l’autonomia al Donbass e avesse formalmente rinunciato ad aderire alla NATO. Non discussa rimase la questione della Crimea. Le due delegazioni tornano nelle rispettive capitali per consultarsi con i loro mandanti. A quel punto, però, arriva a Kiev l’inglese Boris Johnson che convince Zelensky a rinunciare a ogni accordo con la Russia (è sempre Arakhamia a raccontarlo). In cambio promette che: il Regno Unito sarà al fianco dell’Ucraina “per il lungo periodo” e fornirà addestramento militare, supporto diplomatico e pressione sulle sanzioni contro Mosca. Lo stesso Johnson torna poi ancora a Kiev il 17 giugno del 2022 e precisa che gli ucraini riceveranno aiuti militari e finanziari, veicoli blindati, sistemi di difesa, aiuti finanziari e garanzie di prestiti per rafforzare la capacità difensiva ucraina.
La guerra continua e i pre-accordi di Istambul sono abbandonati.
Benché vittima di incessante propaganda mediatica e quindi di falsificazioni, ciò che succederà dopo quelle date e fino ai nostri giorni è ben conosciuto: distruzioni e morti che continuano da quasi quattro anni. Con la seconda elezione di Trump la politica statunitense verso l’Ucraina cambia però in modo drastico. Visti i costi crescenti e le resilienze ucraina e russa (e soprattutto il crescente pericolo cinese), il nuovo Presidente decide che sarebbe meglio trovare con Mosca un accordo piuttosto che puntare alla sua sconfitta o al suo logoramento. Ciò che Trump vuole è una nuova spartizione del mondo con le rispettive aree d’influenza, e pensa che il primo passo debba essere l’intesa in questo senso con Putin. Poi seguirà la stessa strategia con la Cina, anche se dovrà fare i conti anche con l’India. E l’Europa? Semplicemente, il problema non esiste: abbandonati da un “padrone” che vuole continuare ad esserlo ma con più arroganza e meno ipocrisia, alcuni leader europei hanno capito che il nuovo ordine mondiale passerebbe sopra la testa di tutta l’Europa: Tentano allora un bluff piuttosto pericoloso: lasciar credere che potranno continuare a supportare l’Ucraina anche da soli. Purtroppo, nessuno ci crede davvero ma le dichiarazioni irresponsabili e guerrafondaie di Bruxelles, Berlino e Londra potrebbero far sì che la situazione sfugga di mano e ci si trovi, anche senza volerlo, in una guerra letale per tutti noi. Quello che sperano gli insulsi pseudo-leader è almeno un posticino al tavolo delle trattative. Il primo a non crederci è lo stesso Zelensky che, infatti, ha recentemente rimaneggiando il suo governo inserendovi solo personaggi conosciuti come “molto graditi” dagli americani e fregandosene dei suggerimenti che gli arrivano da Bruxelles.
4-Fine
(*) Già parlamentare, analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali
