Il tentativo di Macron di unire i maggiori Paesi Europei nel summit urgente convocato a Parigi per una forza di pace in Ucraina, è sostanzialmente fallito, nonostante la inconsueta telefonata del presidente francese a Trump prima del vertice, a dimostrazione che il futuro del conflitto è ormai nelle mani degli Stati Uniti.
L’incertezza e la situazione di stallo fra i leader europei è stata sicuramente accentuata dalla notizia che ormai i due ministri degli esteri Lavrov per la Russia e Pompeo per gli Stati uniti, si stavano per incontrarsi incontrando a Riad senza alcun rappresentante europeo e ucraino, come previsto.
Quanto è bastato per arenare l’ambizioso programma di presentare un fronte unito dei più grandi Paesi Europei, ma alla fine sufficiente per togliere a Macron ogni ambizione di pivot sul dossier Ucraina.
Dopo un incontro durato 3 ore e mezza al palazzo presidenziale dell’Eliseo, dal quale il tedesco Scholz in piena campagna elettorale si è defilato anticipatamente, Giorgia Meloni è arrivata con un’ora di ritardo a vertice già iniziato.
Ma l’impressione di tutti i commentatori è che i leader non hanno proposto nuove idee comuni, hanno litigato sull’invio di truppe in Ucraina e, ancora una volta, hanno ripetuto le solite banalità sull’aiuto a Kiev e sull’aumento della spesa per la difesa.
Ignari del clima che si andava affermando fra i presenti la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen sia il presidente del Consiglio europeo António Costa dichiaravano che “oggi a Parigi abbiamo ribadito che l’Ucraina merita la pace attraverso la forza”, nella convinzione che non solo Zelensky può ancora resistere, ma forse vincere la guerra.
La disputa principale eè stata proprio quella dell’invio di truppe europee in Ucraina nel caso di un accordo per porre fine alla guerra e anche se Trump ha escluso l’invio di militari americani che si aggiunge al divieto per Kiev di entrare nella NATO, con la dichiarata conseguenza che a garantite Kiev dovrà essere l’Europa a farsene carico, militarmente ma anche finanziariamente.
Già Washington ha inviato un questionario ai paesi europei della NATO chiedendo loro di specificare cosa sarebbero disposti a offrire per far rispettare un accordo di pace, nonché cosa si aspettino dagli Stati Uniti. Quesiti che rimarranno per ora senza risposta visto l’esito della riunione di Bruxelles che forse sarebbe stato opportuno rinviare ed allargare agli altri stati membri dell’Unione, quando fosse trapelato qualcosa di più sui colloqui di Riad.
Invece secondo quanto rivelato dal Washington Post, uno schema di piano europeo da sottoporre alla Casa Bianca ci sarebbe. Una sorta di “forza di deterrenza”, tra i 25 e i 30 mila soldati, che non sarebbero dispiegati lungo la linea del conflitto ma “pronti a intervenire” se Mosca dovesse riaprire le ostilità.
I contingenti europei dovrebbero però essere supportati da capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione – e coperti da una potenziale copertura aerea – statunitense.
Macron e il premier britannico, il laburista Starmer avevano tuttavia fretta di occupare il proscenio, anche se il laburista ha ammesso che qualsiasi intervento europeo può realizzarsi solo se anche gli Stati Uniti prenderanno parte a una forza di mantenimento della pace.
Il laburista ha inoltre insistito sulla necessità di un “backstop statunitense” una volta assicurata la pace in Ucraina, al fine di “dissuadere la Russia dall’attaccare nuovamente l’Ucraina”. Anzi, come altri fra cui la nostra Giorgia Meloni, si è posto il compito di fare da intermediario con Trump saltando su un carro di aspiranti già ampiamente affollato.
La Polonia, Stato in prima linea e stretto alleato dell’Ucraina, dotato di uno degli eserciti più grandi d’Europa, è stato il primo a esitare, forse fiutando l’esito delle prossime elezioni presidenziali e il capo del governo Tusk ha detto chiaramente “non prevediamo di inviare soldati polacchi in Ucraina” visto l’impegno per la tutela dei confini con l’exclave russa di Kaliningrad in territorio polacco e la Bielorussia ai confini.
Perplesso Olaf Scholz ( che ha ben altre gatte elettorali da pelare) per il quale qualsiasi dibattito sull’invio di forze di peacekeeping in Ucraina è “completamente prematuro” e “altamente inappropriato” finché la guerra in corso.
Il Danese Frederiksen in rappresentanza dei paesi nordici e baltici ha affermato che “molte, molte” cose devono essere chiarite prima che le truppe possano essere inviate in Ucraina. Freddina anche la Spagna
Giorgia Meloni non ha nascosto le sue perplessità, a partire dal formato ristretto della riunione, che ha escluso ad esempio gli Stati baltici e del Nord ( per non parlare di Ungheria e Slovacchia i paria putiniani) i più esposti al rischio di estensione del conflitto. Posizione condivisa dalla Spagna.
Non si possono apparecchiare caminetti “anti-Trump”, né scegliere una linea in contrasto con gli Stati Uniti, avrebbe affermato secondo l’agenzia ANSA, ribadendo che l’opzione di inviare truppe europee di deterrenza in Ucraina sarebbe “la più complessa e la meno efficace”, soprattutto senza adeguate “garanzie di sicurezza” per Kiev.
Meloni avrebbe quindi esortato a “esplorare altre strade” e soprattutto a coinvolgere e farsi coinvolgere da Washington, perché “è nel contesto euro-atlantico che si fonda la sicurezza comune“. Che è come dire non ci stiamo senza gli Stati Uniti.
Tuttavia i leader hanno trovato un punto di vista comune sulla necessità di aumentare la spesa per la difesa, in costante aumento da un decennio, ma di qui a mettere mano al portafoglio, magari inimicandosi l’opinione pubblica, ce ne corre…
Nonostante l’inquietudine al limite del panico che ha regnato al Summit sulla sicurezza di Monaco dello scorso fine settimana in seguito al duro attacco del vicepresidente statunitense J.D. Vance contro la democrazia europea, la maggior parte dei leader non intende proprio navigare in rotta di collisione con Trump mettendo a rischio la sopravvivenza della stessa NATO.
GiElle
