di Riccardo Bizzarri (*)
In un angolo dimenticato del mondo, dove la sofferenza ha imparato a non fare rumore, mentre la terra tremava sotto i piedi dei dimenticati, mentre macerie e polvere seppellivano le ultime speranze di un popolo stremato, l’esercito del Myanmar (nella foto) ha aperto il fuoco contro un convoglio umanitario composto di nove veicoli carico di aiuti umanitari mentre attraversava la cittadina di Naung Cho, nello stato di Shan, nel nord del Myanmar. Non portava armi, né bandiere, ma medicine, viveri, acqua: ciò che resta del concetto di umanità in tempi come questi.
Eppure, l’esercito birmano ha aperto il fuoco. Mitragliatrici pesanti contro la speranza. Proiettili contro chi cerca di salvare. È accaduto davvero. L’ha scritto la BBC, riportando le parole dell’Esercito di liberazione nazionale Ta’ang. Il convoglio, dicono, aveva avvisato le autorità. Ma la giunta ha negato. Ha negato l’avviso, ha negato la colpa. Ha negato la ferita.
Forse nessuno è rimasto fisicamente colpito, come sostengono. Ma il mondo sì. Ancora una volta, il mondo è stato colpito al cuore.
Viviamo un tempo che pare uscito da un incubo distopico. La guerra non ha più fronti né confini, l’odio è liquido e si insinua ovunque. Non si combatte più per sopravvivere, ma per il piacere malato del dominio. L’uomo moderno ha fatto della distruzione una forma d’arte. La violenza non è più uno strappo nel tessuto civile: è la sua trama.
E mentre tutto brucia, le parole dei grandi pensatori del passato ci arrivano come echi da un mondo che non esiste più. “Non c’è nulla di più spaventoso dell’ignoranza in azione”, scriveva Goethe. E oggi, quell’ignoranza è vestita da comando militare, da potere politico, da disinteresse globale.
Il convoglio mitragliato in Myanmar è solo l’ennesimo simbolo di un mondo andato al contrario, dove chi salva è colpevole, e chi uccide viene premiato. In un’epoca che ha smarrito il senso profondo di giustizia, dignità, responsabilità, l’umanità stessa è diventata una specie in via d’estinzione.
Abbiamo satelliti che esplorano Marte e bambini che muoiono di fame. Abbiamo intelligenze artificiali che scrivono poesie, e persone reali che non hanno più voce. Abbiamo tutto, ma abbiamo perso noi stessi.
Siamo un mondo in cui il dolore altrui è diventato rumore di sottofondo. Scorriamo immagini di morte mentre ceniamo, indignandoci per dieci secondi prima di passare alla prossima distrazione. La sofferenza è diventata intrattenimento. “L’inferno sono gli altri”, scriveva Sartre. Ma oggi, forse, l’inferno siamo noi.
Non si tratta solo di Myanmar. Si tratta dell’umanità intera. Si tratta del Mediterraneo che ingoia vite in silenzio. Di Gaza che brucia. Dell’Africa dimenticata. Dei migranti umiliati ai confini dell’Europa. Si tratta di un pianeta che geme sotto il peso dell’indifferenza, mentre chi dovrebbe guidare pensa solo a mantenere il potere, a qualsiasi costo.
Stiamo vivendo l’epilogo di un’epoca. Una lunga agonia collettiva. Un declino che non è solo politico o climatico, ma spirituale. I valori che un tempo davano senso alla parola “essere umano” sono stati svuotati, ridicolizzati, scartati come rottami. La verità è merce. La bontà è debolezza. L’altruismo è sospetto.
Eppure, ciò che ci ha resi umani non è stata la forza, ma la capacità di prenderci cura gli uni degli altri. L’empatia, la solidarietà, la pietà. Ora tutto questo sembra essere evaporato, lasciando solo l’ombra di ciò che potevamo essere.
“Ogni civiltà è prima o poi destinata a cadere”, diceva Toynbee. Ma raramente è successo per colpa di nemici esterni. Sono le civiltà che si uccidono da sole, quando smettono di credere nei propri ideali, quando i loro popoli diventano cinici, apatici, passivi.
Il convoglio che portava aiuti a Mandalay non è stato solo colpito da proiettili. È stato tradito da un mondo che ha dimenticato cosa vuol dire essere umani. E il giorno in cui smettiamo di indignarci per questo, è il giorno in cui anche noi diventiamo complici.
Oggi non servono eroi. Servono coscienze. Servono voci che non accettino il silenzio. Perché la vera fine dell’umanità non arriverà con una guerra nucleare, ma con l’assuefazione. Con l’indifferenza. Con la resa.
E allora, finché ci resta una voce, che sia per gridare: il mondo va al contrario, ma non tutto è perduto. Se riuscissimo a fermarci, a guardarci negli occhi, a ricordarci chi eravamo… forse, forse potremmo ancora salvarci.
(*) Giornalista
