Economia e Lavoro

  Il Piano Draghi per l’Europa, una disamina critica

di Marco Palombi (*)

Il Piano di Mario Draghi per la competitività dell’Europa si presenta come un disegno strategico che ha come obiettivo la grande ambizione di rivitalizzare un continente in stagnazione, di reclamare la gloria dell’Europa in un contesto che vede la rapida ascesa della Cina e il perdurante dominio degli Stati Uniti. Eppure, nonostante le sue nobili aspirazioni, la proposta di Draghi mostra una contraddizione fondamentale: la previsione di un notevole intervento statale considerato come una panacea per fronteggiare il declino della produttività dell’Europa, che viene considerati la soluzione, mentre in realtà mina i pilastri stessi della libertà individuale e dell’innovazione, che in ogni ambito economico hanno alimentato la ricchezza delle nazioni, come storicamente ad oggi dimostrato.

Nella sua essenza, il piano “nasce” dalla paura: paura di rimanere indietro nella corsa tecnologica globale, paura della crisi energetica e paura di un’Europa frammentata. Questa paura si traduce in una centralizzazione del potere e delle risorse con il pretesto del progresso collettivo. Draghi cerca di mobilitare da 750 a 800 miliardi di euro all’anno per alimentare la trasformazione digitale dell’Europa, le capacità di difesa e le iniziative per l’energia pulita. Questo livello di investimenti senza precedenti richiederebbe un prestito congiunto dell’UE, un approccio che Draghi sostiene con una fede quasi zelante nell’azione collettiva. Tuttavia, tali massicci impegni fiscali implicano intrinsecamente una ridistribuzione della ricchezza dagli individui e dalle industrie produttive ai settori e alle burocrazie politicamente favoriti.

Il divario di produttività dell’Europa, sostiene Draghi, deriva dall’incapacità di competere con gli Stati Uniti nella sfera digitale, dove le aziende americane hanno dominato l’innovazione nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori e nell’informatica. Non ha torto nella sua diagnosi. La produttività del lavoro in Europa è significativamente in ritardo rispetto a quella degli Stati Uniti e le sue industrie sono gravate da oneri normativi e fiscali che soffocano la competitività. Ma la soluzione di Draghi, di iniettare ingenti somme nelle infrastrutture tecnologiche attraverso l’indebitamento statale, è un sintomo della stessa mentalità che ha portato al declino dell’Europa: la convinzione che il governo possa guidare l’innovazione in modo più efficiente rispetto agli individui liberi che perseguono il proprio interesse personale.

Prendiamo, ad esempio, il settore energetico, dove Draghi propone riforme per affrontare i prezzi dell’energia alle stelle in Europa e la dipendenza dai combustibili fossili esteri. I prezzi del gas in Europa sono attualmente da tre a cinque volte superiori a quelli degli Stati Uniti, una conseguenza diretta dell’eccesso di regolamentazione, della frammentazione del mercato e di una transizione energetica mal pianificata. La risposta di Draghi è quella di versare più soldi nelle rinnovabili e nelle reti, aree in cui l’intervento del governo ha già portato a inefficienze e squilibri.

La sbalorditiva proposta di 500 miliardi di euro per la sola modernizzazione della rete, sebbene necessaria per alleviare i colli di bottiglia infrastrutturali, porterà solo a un maggiore controllo statale sulla produzione e la distribuzione di energia. In termini di strategia, questa è l’antitesi di un sistema in cui gli individui e le aziende prosperano sfruttando la tensione al profitto per creare valore, efficienza e ricchezza.

Ma forse l’aspetto più preoccupante del piano di Draghi è la sua volontà di abbandonare la sovranità nazionale a favore di un potere centralizzato dell’UE. La sua richiesta di abolire i veti nazionali sulle decisioni politiche chiave, in particolare in settori come la difesa e l’energia, rappresenta una drammatica erosione dell’autonomia delle singole nazioni. Questo spostamento verso una governance tecnocratica implica che i burocrati di Bruxelles – scollegati dalle diverse realtà delle varie regioni europee – sappiano meglio come spendere la ricchezza creata dagli individui in tutto il continente. Nella visione di Draghi, è lo Stato, non l’imprenditore o il libero mercato, che deve brandire la “mano invisibile” del progresso.

Anche la fiducia di Draghi nell’indebitamento collettivo per finanziare la futura prosperità dell’Europa è mal riposta. Sebbene l’assunzione congiunta di prestiti possa essere stata giustificata durante la crisi immediata della pandemia di COVID-19, trasformarla in una caratteristica permanente della politica dell’UE rischia di compromettere la responsabilità di bilancio. La resistenza di nazioni fiscalmente conservatrici come la Germania e i Paesi Bassi è una testimonianza dei pericoli insiti in tali proposte. Un’unione che prende continuamente in prestito per finanziare progetti ritenuti politicamente convenienti si troverà inevitabilmente di fronte a un azzardo morale: perché le singole nazioni dovrebbero esercitare una moderazione fiscale se sanno di poter contare su prestiti congiunti per coprire i loro deficit? La proposta di Draghi, nella sua ambizione di distribuire il rischio in tutta l’UE, diluisce efficacemente la responsabilità individuale, una ricetta per il declino fiscale a lungo termine.

Per capire perché la visione di Draghi è a mio parere carente, è necessario rivisitare i principi fondamentali della creazione di ricchezza. Le più grandi conquiste dell’Europa – il suo Rinascimento, la sua rivoluzione industriale – non sono state il risultato della pianificazione del governo, ma il frutto dell’azione di individui liberi che hanno esercitato le loro capacità creative e produttive alla ricerca della propria felicità. L’innovazione non nasce da comitati o direttive burocratiche. Nasce dalle menti di uomini e donne che vedono il mondo non come è, ma come potrebbe essere. È l’imprenditore, l’inventore, l’amante del rischio che spinge avanti la società, non lo stato.

E qui sta il tragico difetto del piano di Draghi. Ponendo lo Stato al centro della ripresa dell’Europa, egli trascura il motore stesso della crescita: l’individuo. I miliardi di euro che Draghi cerca di stanziare per la trasformazione dell’Europa non sbloccheranno il potenziale imprenditoriale dei cittadini europei; piuttosto, rafforzeranno la dipendenza dai sussidi, dai diritti e dai favori statali. Si tratta di un modello che, storicamente, ha dimostrato di soffocare l’innovazione e di radicare la mediocrità.

Nel settore energetico, invece di investimenti dall’alto verso il basso in tecnologie verdi e nell’espansione della rete, l’Europa dovrebbe liberalizzare i suoi mercati dell’energia, ridurre le normative onerose e consentire alle forze della concorrenza di abbassare i prezzi. Nel settore delle tecnologie digitali, piuttosto che affidarsi a progetti infrastrutturali guidati dallo Stato, l’Europa dovrebbe promuovere una cultura dell’imprenditorialità riducendo le imposte sulle start-up tecnologiche ed eliminando gli ostacoli normativi che impediscono l’innovazione.

I dati mostrano che i costi dell’intervento statale in questi settori sono immensi. I prezzi dell’energia nell’UE sono stati spinti al rialzo non dai fallimenti del mercato, ma dalle interferenze politiche: i sussidi energetici, le tasse sul carbonio e le normative frammentate hanno creato inefficienze che si ripercuotono su tutta l’economia. I 416 miliardi di euro spesi dall’Europa per le importazioni di combustibili fossili nel 2023 sono una conseguenza diretta della cattiva gestione energetica dell’UE, un problema che non sarà risolto con un maggiore intervento pubblico, ma liberando il potenziale creativo del settore privato.

La visione di Draghi per l’Europa è quella del controllo, della centralizzazione e della redistribuzione. È una visione nata dalla paura e intrisa della falsa premessa che lo Stato debba svolgere un ruolo guida nel progresso economico. Ma il futuro dell’Europa non risiede in un aumento dei prestiti, in un maggiore controllo governativo o in un’azione collettiva. Risiede nelle menti e negli sforzi degli individui liberi di perseguire la propria felicità, liberi dai vincoli della supervisione burocratica e liberi di innovare, creare e costruire. Questa è l’unica strada per una vera competitività, e questa è la direzione che Mario Draghi – e l’Europa – devono far propria se vogliono una Europa che prospera negli anni a venire.

 (*) Economista, Presidente Dipartimento Economia e Finanza P.P.I.

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