di Giuliano Longo (*)
Il tour latinoamericano di Marco Rubio (nella foto) non è stato un viaggio diplomatico, ma una messinscena a uso e consumo dei falchi di Washington.
Nel perimetro rassicurante e recintato dei governi layinoamericani amici, il Segretario di Stato si è esibito in una parata della dipendenza strategica, mascherata da cooperazione bilaterale.
Accordi sulle materie prime critiche, cooperazione nucleare e patti anti-droga secondo un copione stanco che la dottrina “Donroe” dell’ingerenza ripropone ogni volta che ha bisogno di serrare i ranghi nel suo “cortile di casa”. Ma l’itinerario blindato di Rubio serve solo a nascondere una realtà sgradita ai nostalgici dell’egemonia unipolare: la mappa della regione non risponde più completamente ai diktat della Casa Bianca.
La sponda dei “Non Allineati”: il muro di Brasile e Messico
Mentre Washington festeggia le strette di mano con i governi conservatori, ( e reazionari), la vera massa critica dell’America Latina guarda altrove. Brasile e Messico, i due pesi massimi del continente, continuano a tracciare una rotta nettamente non allineata. Il pragmatismo di Brasilia e Città del Messico rifiuta la polarizzazione ideologica pretesa dagli Stati Uniti, sia pur con tutti I timori e le cautele diplomatiche.
Per questi giganti, la sovranità economica e la diversificazione dei partner strategicamente contano più della devozione alla linea trumpiana.
Le relazioni commerciali consolidate con Pechino, la presenza nei BRICS e la richiesta di un multilateralismo multipolare non sono semplici provocazioni rhetorical: sono una barriera geopolitica concreta contro cui la retorica sferzante di Rubio si infrange senza lasciare traccia.
Resistenze interne e la polveriera caraibica
A complicare la narrazione trionfale della diplomazia statunitense ci sono poi le fortissime opposizioni sociali e politiche interne ai paesi “allineati”.
Nei palazzi istituzionali si firmano intese sulla sicurezza e sulle estrazioni energetiche, ma nelle piazze il malcontento cresce. Vasti settori politici e movimenti sociali denunciano il rischio di una nuova subordinazione economica e militare.
La percezione difusa che le élite di governo stiano barattando pezzi di sovranità nazionale in cambio dell’investitura della Casa Bianca, alimenta una polarizzazione sociale che rende instabile ogni accordo siglato a porte chiuse.
Sullo sfondo di questo fragile equilibrio pende l’eterna questione cubana. L’irrigidimento delle posizioni statunitensi verso L’Avana – cavallo di battaglia storico della fazione politica di Rubio – non fa che esacerbare la crisi energetica ed economica dell’isola, spingendo la regione verso una destabilizzazione dagli esiti imprevedibili.
La pressione costante su Cuba e sul dossier venezuelano non indebolisce soltanto i governi bersagliati, ma esaspera i flussi migratori e frammenta la cooperazione regionale, trasformando i Caraibi in una polveriera.
L’effetto boomerang della pressione americana
Il tentativo della diplomazia americana di riaffermare l’egemonia esclusiva nel continente rischia di produrre l’effetto opposto. A furia di pretendere alleanze esclusive e posizioni di fedeltà assoluta, Washington spinge un’intera regione a cercare sponde economiche e infrastrutturali altrove.
L’America Latina contemporanea non è più quella degli anni ’70: è un mosaico complesso dove la retorica del pugno di ferro appare anacronistica. Rubio torna a casa con qualche foto d’occasione e intese formali, ma lascia dietro di sé un continente sempre più diviso, consapevolezza che la vera indipendenza passa proprio dalla capacità di dire di no agli ordini della Casa Bianca.
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
Foto La Presse
