Esteri

Iran, a fine conflitto l’assalto delle multinazionali per la ricostruzione

di Balthazar

 

Quando i missili e i droni smetteranno di colpire l’Iran è probabile che inizi una nuova competizione con una corsa agli appalti per ricostruire le infrastrutture petrolifere e del gas danneggiate e ripristinare le rotte marittime in tutto il Medio Oriente.

 

La distruzione non è limitata all’Iran anzi, almeno 40 infrastrutture energetiche in nove paesi del Medio Oriente sono state danneggiate “gravemente o molto gravemente”, e si prevede che la riparazione di giacimenti petroliferi e di gas, raffinerie e oleodotti richiederà del tempo…molto tempo.

 

Come avverte Faith Birol direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia che ha descritto la crisi attuale come peggiore dei due shock petroliferi degli anni ’70, nonché dell’impatto della guerra del gas tra Russia e Ucraina, messi insieme.

 

Le multinazionali dell’ingegneria saranno tra le prime aziende chiamate in Iran, una volta cessati i combattimenti, per contribuire a valutare i danni e a elaborare i piani di ricostruzione.

 

Le aziende con esperienza nella riparazione e costruzione di piattaforme petrolifere, raffinerie, oleodotti e impianti di liquefazione del gas naturale svolgeranno un ruolo fondamentale nella ripresa dell’Iran e nel ripristino dei flussi di entrate per il paese.

 

È probabile che le affiliazioni politiche giochino un ruolo nella scelta dei vincitori finali, dato che sia il governo iraniano che quello statunitense avranno posizioni ben precise su come verranno suddivisi i contratti.

 

Tra le principali aziende statunitensi con solide divisioni di ingegneria e servizi per il settore petrolifero e del gas figura SLB  (in precedenza Schlumberger), Baker Hughes, Weatherford  insieme alla Bechtel Corp., società a capitale privato.

 

Sul versante iraniano, le aziende di costruzioni Khatam-al Anbiya, controllate dal Corpo delle Guardia rivoluzionarie Islamiche e il Gruppo Mapna, il più grande appaltatore del paese nei settori petrolifero, del gas e dell’energia, sono i candidati nazionali più ovvi.

 

Aziende internazionali tra cui l’italiana Saipem, la Technip francese, l’indiana Larsen e Toubro e la Sidara, con sede a Dubai che vanta una presenza capillare in Medio Oriente e dispone quindi dei contatti e dell’esperienza necessari per avviare rapidamente i lavori.

 

La società statale cinese CNPC e la società statunitense NMDC, ma anche la britannica Petrofac ha una presenza regionale e ci si può aspettare che partecipi alle gare d’appalto.

 

Una volta riparati gli oleodotti e ripristinate le infrastrutture energetiche, è probabile che i produttori mondiali di petrolio e gas intervengano per riprendere l’estrazione dai pozzi e riportare a pieno regime le raffinerie e gli impianti di gas naturale liquefatto della regione.

 

Serbatoi di stoccaggio, oleodotti, raffinerie e impianti di carico portuale sono stati tutti colpiti durante la guerra e probabilmente le società energetiche nazionali di tutta la regione avranno un ruolo di primo piano, tra cui National Iranian Oil Company, QatarEnergy, Saudi Aramco e la Abu Dhabi National Oil Company.

 

Tra le principali compagnie petrolifere internazionali figura anche il produttore statunitense Exxon Mobil, la francese TotalEnergies la Shell del Regno Unito che vantano una presenza capillare in tutto il Medio Oriente e cercheranno di proteggere le proprie posizioni.

 

L’entità della distruzione offre una certa idea delle opportunità che si presentano. Gli attacchi israeliani hanno colpito quattro unità del giacimento di gas dell’Iraniana South Pars, mentre gli attacchi iraniani contro la città industriale di Ras Laffan in Qatar hanno causato ingenti danni agli impianti di GNL, il cui ripristino richiederà anni e decine di miliardi di dollari.

 

Danni che non si limitano ai pozzi petroliferi, ma anche a Porti, reti elettriche e sistemi idrici in tutta la regione che hanno subito gravi danni, rendendo necessario un intervento di ricostruzione altrettanto urgente.

 

I grandi porti situati nelle acque iraniane e nelle zone circostanti hanno subito danni significativi a causa dei recenti bombardamenti che hanno anche danneggiato numerose navi militari e mercantili.

 

Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio greggio e del GNL mondiali, è di fatto chiuso, e la sua riapertura sarà un prerequisito per qualsiasi ritorno ai normali flussi energetici globali.

 

Il ripristino delle infrastrutture portuali e la riapertura dei canali di navigazione richiederanno specialisti nella ricostruzione portuale e nel recupero marittimo, e si prevede che anche queste operazioni di recupero dureranno anni.

 

Sul fronte energetico, le società statali iraniane Tavanir e il gruppo Mapna gestiscono la maggior parte delle reti di generazione e trasmissione di energia elettrica dell’Iran e saranno il pilastro degli sforzi di ripresa a livello nazionale.

 

La russa Rosatom, che gestisce  il reattore nucleare iraniano di Bushehr, situato vicino a zone recentemente colpite dagli attacchi, si trova ad affrontare una sfida più complessa, dato che il ruolo del Cremlino in qualsiasi sforzo di ricostruzione sostenuto dagli Stati Uniti sarà probabilmente contestato.

 

Anche gli impianti di desalinizzazione che forniscono acqua potabile in Iran e Bahrein sono stati colpiti, così come alcune parti della rete elettrica israeliana, estendendo la portata della ricostruzione ben oltre i confini dell’Iran.

 

Se i combattimenti cessassero oggi, ci sarebbero comunque anni di lavori di ricostruzione da affrontare e, quando inizieranno, alcune aziende dovranno anche ripulire in vari modi le macerie dei bombardamenti.

 

Anche se fra le controproposte iraniane agli 11 punti di Trump sono comprese le riparazioni dei danni di guerra per USA ed Israele che non avranno mai seguito, resta il fatto che le grandi multinazionali, in primis quelle americane, farebbero grandi affari per la ricostruzione dei settori danneggiati in Iran e nei Paesi del Golfo.

 

Miliardi di dollari derivanti dalle risorse energetiche oltre che dell’Iran anche dei Paesi del golfo costretti ad abbandonare progetti futuristici alternativi già avviati da tempo.

 

Ma è anche evidente che le conseguenze economiche globali del conflitto secondo molti esperti, potrebbero protrarsi ben oltre la fine del conflitto qualunque essa sia.

 

Per quanto riguarda l’Italia stagnazione, recessione e contrazione dell’economia se la guerra durasse oltre i tre mesi. come prevede il centro Studi di Confindustria, se la guerrqa durasse oltre i tre mesi, ma è una previsione più o meno diffusa anche fra i Paesi dell’Unione Europea .

 

Quindi ben vengano i prevedibili business della ricostruzione ma chi pagherà mai i danni inferti all’Occidente e alla economia globale? Certamente ne gli Stati Unititi e men che meno la “povera” Israele.

Related posts

Dopo Maduro, Cuba sarà la prossima vittima della dottrina Donroe?

Redazione Ore 12

Arrestato il Presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol

Redazione Ore 12

Iran-Usa, aperture e incognite sui negoziati

Redazione Ore 12