Esteri

Iran. I bombardamenti possono decapitare i suoi vertici  senza imporre la democrazia di Trump

 

di Giuliano Longo (*)

 

Le probabilità di attacchi aerei americani, e forse israeliani, contro l’Iran sembrano aumentare, apparentemente per sostenere le proteste contro il regime, mentre dilagano le info e vengono numerose sui loro preparativi.

Trump appare ringalluzzito dal suo “presunto” successo in Venezuela e dagli attacchi aerei statunitensi dell’anno scorso contro l’Iran, e quindi  ha sempre disprezzato gli esperti che lo avvertono dei rischi, ma fino a un certo punto se gli interessi economici americani ne vengono a soffrire.

Come già pubblicato da questa testata gli Europei – almeno a livello NATO- sono  stati consultati sui potenziali obiettivi dell’attacco la cui imminenza sarebbe dimostrata prima dalla intimazione di Trump ai residenti  – e successivamente a parte del personale americano presente ad abbandonare  basi militari presenti nelle nazioni del Golf –  a lasciare in fretta e furia il Paese.

Ma nessuno  di questi avvertimenti indica che un attacco all’Iran sia scontato, mentre si potrebbe optare per un’altra tornata di sanzioni e attacchi informatici. Certamente i segnali sono preoccupanti, ma perché gli Stati Uniti dovrebbero bombardare l’Iran proprio ora ora?

Sul pretesto – anche se valido –  influisce l’esito sanguinoso e crudele della repressione del regime, ma da tempo Israele sta sollecitando un’altra tornata di azioni militari contro il programma nucleare iraniano, come avrebbe richiesto ancora a dicembre Benjamin Netanyahu durante il suo incontro con il Tycoon nella sua residenza di Mar del Lago in Florida.

Un cambio di regime in Iran è  sempre stato l’obiettivo  dei “falchi” americani e israeliani da decenni, e ora molti di questi sono convinti che il regime iraniano è alle corde e basterà qualche botta mirata di missili magari sulle teste degli ayatollah, per farlo crollare, in attesa della improbabile instaurazione di una  democrazia di stampo occidentale, anzi, tutta yankee.

Quella democrazia esportata con le armi – già fallita in Iraq, Afghanistan, sommamente incerta in Iraq e  Siria per non parlare del Venezuela oggi e Cuba domani. 

Anche se la maggioranza del popolo iraniano – ma non è detto – vuole una democrazia sul nostro modello, difficilmente potrebbero accettare l’imposizione di un di un altro semidittatore (plenipotenziario) americano sostenuto dalle armi o dalle minacce di Washington e Tel Aviv.

La verità palese è che Trump non ha alcun vero  interesse per ciò che vuole il popolo iraniano e tanto meno quei “falchi” che dichiarano eterno amore verso i manifestanti, che vengono indotti ad insistere sulle manifestazioni facendosi ammazzare in attesa della cavalleria.

Per   quanto gli iraniani, siano furiosi con la Repubblica Islamica, potrebbero accettare un nuovo leader che arriva a bordo dei bombardieri americani? O addirittura accettare  l’improbabile insediamento dell’Erede dello Scià che si sta agitando fiutando il sangue (degli altri) dopo 50 anni di dorato esilio proprio in America? E’ pur vero che qualcuno ha evocato quel nome nel corso delle manifestazioni, ma fra il dire e il fare…..

Quindi, indipendentemente dall’imposizione della “nuova” democrazia iraniana, i falchi americani e israeliani sognano di decapitare gli attuali vertici del Paese, nello stile di Hezbollah o Hamas, facendo fuori Ali Khamenei, i vertici della Repubblica Islamica e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

Ma il successo  del 2024, con l’omicidio di Hassan Nasrallah a Beirut e la progressiva eliminazione dei dirigenti di Hamas, difficilmente potrebbe  venir replicato a Teheran dove i leader iraniani saranno anche fanatici, ma non stupidi  e avranno già preso tutte le misure per salvarsi la pelle.

Anz, proprio perché non sono stupidi  stanno dando una caccia spietata a infiltrati, spie vere e presunte e potenziali informatori.

Ma anche se in qualche modo avesse successo la decapitazione del regime – la penetrazione dell’intelligence israeliana in Iran non va sottovalutata- le redini del Governo verrebbero prese nel frattempo dagli intransigenti  dei Servizi di Sicurezza (IRGC ) che già si schierano – armati fino ai denti –  dove si trovano i manifestanti.

Puoi anche bombardale, ma la loro vendetta omicida si abbatterebbe proprio su quei manifestanti che Trump pretende di difendere, con il rischio che anche quegli stessi manifestanti – in un impeto nazionalista che in Iran non manca –  si schierino contro l’aggressione Israeloamericana, che inevitabilmente produrrebbero anche vittime civili.

Ci sono poi problemi logistici perché una campagna di bombardamenti prolungata coinvolgerebbe anche la maggior parte delle risorse militari americane  attualmente dispiegata nei Caraibi per la donchisciottesca campagna anti Maduro.

 Le scorte di missili intercettori e bombe intelligenti si stanno esaurendo e nemmeno Israele ne ha scorte infinite, mentre  l’Iran non si  si limiterebbe a subire le conseguenze senza reagire, ma scatenerebbe il suo non disprezzabile apparato missilistico e bloccando il 30% del traffico petrolifero mondiale, chiudendo gli stretti  di Hormuz.

Una situazione della quale nemmeno  gli stati del Golfo – pur alleati – potrebbero farsi carico rischiando il collasso delle loro economie.

 Già l’Arabia Saudita e il Qatar si sono erano schierati contro un attacco americano all’Iran. Senza contare che  Il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran -mediato dai cinesi – di alcuni anni fa, continua a reggere allo scopo di mantenere un ambiente stabile per lo sviluppo economico.

Inoltre la  svolta saudita contro  gli Emirati Arabi Uniti nell’ultimo mese e l’alleanza militare con  Turchia, Pakistan, Egitto e alcuni stati arabi, mirano a controbilanciare la minaccia israeliana, che un attacco all’Iran non farebbe che esacerbare.

 Anche se la serie  fortunata di Trump nelle sue scommesse di politica estera continuasse  gli attacchi americani alimenterebbero timori dei Paesi del Golfo Persico per operazioni militari senza giustificazione.

C’è allora da chiedersi se le conseguenze della “ furor” trumpiana siano state attentamente valutate da Wahington e dall’entourage del Tycoon che non è composto solo da idioti prestanome, ma è sostenuto da un apparato militare enorme.

The Donald ama il rischio e quanto è avvenuto in Venezuela dimostra che un regime autoritario lo puoi anche destabilizzare, bombardare e decimare ma per abbatterlo definitivamente devi calcare i tuoi stivali sul terreno.

Possibilità che per Israele può anche valere per Gaza, il sud del Libano e marginalmente in Siria, ma non in un paese in parte desertico e montagnoso di un milione e 700mila chilometri quadrati con una popolazione di 90 milioni di abitanti.

Gli Stati Uniti di due Bush e Obama non ci sono riusciti nemmeno in Vietnam ed Afghanistan spendendo miliardi e ragazzi americani morti sul campo. Figuriamoci in Iran.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

Related posts

Libia: tempesta Daniel, oltre 3mila morti. Croce Rossa: 10mila dispersi

Redazione Ore 12

Il trionfo di Al-Sharaa all’Onu e la rischiosa scommessa del mondo sulla Siria

Redazione Ore 12

Centrale atomica Zaporozhye, Mosca e Kiev si rimpallano la responsabilità di eventuali attacchi

Redazione Ore 12