La guerra di Trump

Iran, il buio oltre il cessate il fuoco, ma non è scontato il nuovo attacco americano

di Giuliano Longo (*)

Le aspettative per i prossimi colloqui tra Stati Uniti e Iran in Pakistan si stanno già rivelando un sentiero molto stretto eppure, paradossalmente, il fallimento dei colloqui potrebbe comunque orientare la situazione in una direzione positiva.

In effetti, il vero valore del cessate il fuoco potrebbe non risiedere nel raggiungimento di un accordo duraturo con l’Iran, bensì in ciò che esso evita: anche in assenza di un accordo stabile, Washington potrebbe aver trovato un modo per scongiurare il ritorno a una guerra inutile.

Al momento su un punto ci sono pochi dubbi: il cessate il fuoco, così come è strutturato, rispecchia più le condizioni poste dall’Iran che quelle degli Stati Uniti.

Ma procediamo con ordine. I negoziati procederanno sulla base della proposta in 10 punti di Teheran, non sul piano in 15 punti di Trump che prevedono la capitolazione dell’Iran. Come parte di questo accordo, l’Iran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz durante la tregua, continuando a riscuotere i pedaggi dalle navi di passaggio.

Washington sembra aver ceduto su due punti cruciali: il riconoscimento tacito dell’autorità iraniana sullo stretto e il predominio di Teheran nel definire i termini dei negoziati. Lo stesso Trump sembra averlo lasciato intendere, descrivendo la proposta iraniana come una base “praticabile”.

Una tale soluzione suscita perplessità a Washington poiché vi sono altri punti che difficilmente potrebbero essere accettai, almeno nell’immediato, quali non solo il riconoscimento del continuo controllo iraniano sullo stretto, ma anche la revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie statunitensi – nonché delle sanzioni delle Nazioni Unite – al ritiro delle forze combattenti statunitensi dalla regione e a un cessate il fuoco globale che si estenderebbe anche alle operazioni israeliane in Libano e a Gaza.

Sul problema dell’arricchimento dell’uranio invece le porte potrebbero venir aperte da Mosca con la sua intenzione di controllare le scorte, già avanzata anche prima del conflitto

È difficile immaginare che Washington accetti pienamente tali condizioni e altrettanto incerto è fino a che punto l’Iran sia disposto a cedere.

Tuttavia, è importante riconoscere che è improbabile che Teheran utilizzi il controllo dello Stretto di Hormuz come un rozzo strumento di coercizione, ma che sfrutti tale leva per ricostruire legami economici con i partner asiatici ed europei, paesi che un tempo commerciavano ampiamente con l’Iran ma che sono stati estromessi dal suo mercato negli ultimi 15 anni dalle sanzioni statunitensi.

Trump ha già lasciato intendere di essere disposto ad accettare un simile accordo, sottolineando che gli Stati Uniti non dipendono dal petrolio che transita attraverso lo stretto, quindi, in altre parole molti oneri, e nessun onore, ricadrebbero su Asia ed Europa.

L’insistenza di Teheran affinché il cessate il fuoco si estenda anche a Israele potrebbe rivelarsi l’ostacolo più difficile, dato che non partecipa ai negoziati e da tempo si oppone ad essere vincolato da accordi che non ha contribuito a definire.

Per l’Iran, questa richiesta si fonda su tre considerazioni. In primo luogo, la solidarietà con i popoli di Gaza e del Libano non è meramente retorica; è centrale per la posizione regionale di Teheran.

Essendo stato ampiamente percepito come un paese che ha abbandonato queste comunità nel 2024, l’Iran non può permettersi un’altra rottura che indebolirebbe ulteriormente il cosiddetto “asse della resistenza”.

In secondo luogo, il protrarsi dei bombardamenti israeliani rischia di riaccendere lo scontro tra Israele e Iran che si avvale della sua rete di gruppi alleati in Libano, Palestina, Iraq e Yemen. Dal punto di vista di Teheran, una cessazione duratura del solo conflitto con Israele non può essere disgiunta dalla fine delle guerre israeliane a Gaza e in Libano..

Forse, aspetto ancora più rilevante, è vincolare Israele al cessate il fuoco rappresenta una prova della volontà – e della capacità – di Washington di frenare il suo più stretto alleato regionale.

Se Trump non può, o non vuole, farlo, il valore di qualsiasi cessate il fuoco con Washington viene messo in discussione e lascia a Israele libero di riaccendere le ostilità – con gli Stati Uniti incapaci di evitare di essere nuovamente coinvolti – rendendo inutile il cessate il fuoco attuale.

Qualunque sia l’esito dei colloqui a Islamabad, il quadro strategico è già cambiato. La guerra fallimentare di Trump ha indebolito la credibilità delle minacce militari statunitensi. Washington può ancora brandire la forza, ma dopo un conflitto costoso e inutile, tali avvertimenti non hanno più lo stesso peso.

Assistiamo quindi, volenti o nolenti, a una svolta diplomatica per la quale Washington non può più dettare le sue condizioni, mentre . qualsiasi accordo richiederebbe un vero compromesso. Con una diplomazia paziente e disciplinata, che tolleri l’ambiguità, qualità che contrastano con l’irruento e imprevedibile carattere del Presidente americano.

Il quale si troverebbe anche costretto a coinvolgre altre grandi potenze, in particolare la Cina, per contribuire a stabilizzare il processo e ridurre il rischio di una ricaduta nel conflitto.

Tuttavia, anche se i colloqui dovessero fallire – e anche se Israele riprendesse gli attacchi contro l’Iran – non ne conseguirebbe automaticamente che gli Stati Uniti verrebbero trascinati di nuovo nel conflitto.

Ci sono poche ragioni per credere che un secondo round si concluderebbe diversamente dal primo, o che non lascerebbe nuovamente all’Iran la capacità di destabilizzare l’economia globale.

L’esito più plausibile è un nuovo “statu quo” non negoziato, non codificato da un accordo formale ma sostenuto da un reciproco vincolo.

Gli Stati Uniti rimarrebbero fuori dalla guerra; l’Iran continuerebbe a esercitare il controllo sul traffico attraverso lo Stretto di Hormuz; Israele e Iran continuerebbero a mantenere un conflitto a bassa intensità scongiurando momentaneamente la nguerra su vasta scala tra Stati Uniti e Iran.

Sotto il profilo della rispettiva, quanto importante immagine interna e internazionale, l’Iran potrebbe affermare di aver resistito alla potenza combinata di Israele e degli Stati Uniti, uscendo dal conflitto con la propria posizione geopolitica intatta.

Trump potrebbe sostenere di aver evitato un’altra guerra senza fine, stabilizzato i mercati energetici e ottenuto vantaggi tattici dopo aver indebolito le capacità militari dell’Iran.

Finche entrambe le parti si aggrapperanno alla narrazione della vittoria, un fragile equilibrio potrebbe ancora resistere, lasciando ad Israele una graduale resa dei conti con l’Iran che Trump dovrebbe impedire comunque, per non venir accusato in America, come già avviene, di aver avviato una guerra costosa e inutile, su procura e sugli interessi dell’amico Netanyahu.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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