di Balthazar
I bombardamenti annunciati sull’Iran sono sospesi, almeno per ora. All’inizio del fine settimana, circolavano voci di ogni genere che indicavano un possibile imminente attacco statunitense, ma i preparativi militari per uno scontro finale con l’Iran continuano, nel caso in cui i colloqui di pace disperati fallissero.
Quando sabato l’Iran è stato scosso da due grandi esplosioni l’eccitazione dei medi occidentali ha raggiunto il suo acme, ma successivamente si è appreso che entrambe le esplosioni sono state accidentali, anche se circolano molti dubbi sull’attendibilità delle notizie diffuse dalla agenzie iraniane.
Sembra che invece Trump abbia cambiato – come al solito – idea, almeno così risulterebbe dalle affermazioni dell’’ambasciatore statunitense alla NATO, Matt Whitaker, secondo il quale gli Stati Uniti non cercheranno di forzare un cambio di regime in Iran, “non vogliamo un altro scenario libico. Non chiediamo molto, smettete solo di uccidere la vostra gente ed eliminate le vostre ambizioni nucleari” ha detto.
Queste affermazioni sono in contrasto con quelle di chi sostiene che gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran da un momento all’altro.
Va tuttavia sottolineato che le dichiarazioni di Whitaker riguardano non solo l’Iran, ma anche la Russia, la Corea del Nord e forse anche la Cina, dove è in corso una lotta tra il presidente Xi e i suoi principali potenziali oppositori nell’esercito, che ha portato all’ epurazione ai vertici dell’esercito, dell’aeronautica e della marina e del ministero della Difesa cinese.
Ma è anche una apertura a Putin quando ha chiarito che l’idea di spingere per un cambio di regime in Russia, o anche solo sperare che l’Ucraina vincesse contro l’esercito russo, è stata un errore.
Per quanto riguarda l’Iran, le dichiarazioni di Whitaker sono state concepite per promuovere i negoziati in corso tra l’amministrazione Trump e l’Iran.
Lo ha indirettamente confermato Trump quando parlando a bordo dell’Air Force One, ha affermato di ritenere che l’Iran dovrebbe accettare un accordo “senza armi nucleari”, ma di non sapere se Teheran sottoscriverà tale accordo. “Ma stanno parlando con noi….Seriamente, stanno parlando con noi”.
Nulla è ora trapelato sul presunto accordo ora che il cambio di regime sarebbe stato escluso, ma qualsiasi accordo probabilmente sarà più una facciata che un risultato concreto e verificabile. L’Iran resisterà alle ispezioni dell’AIEA e probabilmente continuerà ad affermare che non uccide i manifestanti, ma sabotatori aizzati da forze esterne ostili.
Ne caso di una moratoria agli attacchi americani non è escluso che Putin possa svolgere il ruolo di mediatore tra l’Iran e gli Stati Uniti, anche se è improbabile che l’Iran accetti di smantellare qualsiasi impianto nucleare noto, ma dei quali la Russia è probabilmente a conoscenza, forse più dell’intelligence statunitense e israeliano da sempre molto attivi in quel Paese. Probabilmente Teheran continuerà a fare come in passato, nascondendo i suoi centri nucleari sottoterra.
Una realtà che anche Washington conosce, ma pare invece che Trump stia cercando una via d’uscita dalla guerra con l’Iran, trovando una soluzione che gli consenta di dichiarare vittoria. Le coraggiose parole ai manifestati in piazza delle scorse settimane “L’aiuto è in arrivo” si rivelano promesse vuote perché la cavalleria non sta ancora arrivando anche se è molto vicina. .
Al momento, nelle recenti dichiarazioni, non si intravede alcun riferimento ai missili a lungo raggio dell’Iran, ovvero non si parla di rimuoverli o ridurli, né di testare nuove armi, compresi i missili balistici intercontinentali ipersonici. E ciò che vale per i missili vale anche per i droni.
Né compare alcuna alcun ultimatum in merito a missili, droni e altre attrezzature fornite agli Houthi in Yemen, a Hezbollah in Libano, ad Hamas le milizie sciite in Iraq e Siria.
Ciò non sorprende, poiché i negoziati con l’Iran sono sotto la supervisione generale di Steve Witkoff, che è strettamente legato al Qatar, con cui intrattiene rapporti commerciali di lunga data. Il Qatar che ha offerto rifugio ad Hamas, oltre a collaborare con l’Iran.
.Nel frattempo l‘enorme Armata che gli Stati Uniti hanno radunato attorno all’Iran è sta ampliata per integrare le difese aeree israeliane con due cacciatorpediniere dislocate tra Cipro e Israele, è, nella migliore delle ipotesi, potrebbero essere una merce di scambio.
Se un cambio di regime non è ancora un obiettivo immediato è fuori discussione per quale sarebbe la strategia militare statunitense in caso di fallimento dei negoziati con l’Iran?
Potrebbero ancora provare a eliminare la minaccia missilistica iraniana, ma è improbabile che riescano a farlo in modo tale da impedire all’Iran di lanciare numerosi attacchi missilistici. In questo caso l’Armata statunitense si troverebbe a dover contrastare migliaia di droni iraniani diretti verso la portaerei statunitense Abraham Lincoln o lo squadrone che include due cacciatorpediniere.
L’ammonimento di Whitaker sulla Libia si basa sull’idea che sbarazzarsi di Muammar Gheddafi senza alcun piano di successione sia stato un fallimento totale.
L’uccisione di Gheddafi ha portato a un vuoto di potere e ad anni di guerra civile, all’ascesa dell’ISIS in Nord Africa e a una massiccia crisi migratoria in Europa. Il risultato, per la Libia, è stato uno Stato fallito che rimane un grattacapo per la NATO.
Ma è un’opportunità per la Russia, che in Libia è schierata con alcuni alleati degli Stati Uniti, fra i quali gli Emirati Arabi Uniti ,che forniscono droni cinesi di alta gamma alle cosiddette Forze Armate Arabe Libiche (LAAF), con base nella Libia orientale vicino a Bengasi.
I paesi della NATO, tra cui gli Stati Uniti, invece sostengono Governo di Unità Nazionale (GNU) con sede a Tripoli, spesso impegnandosi alla guerra di fazioni opposte per il controllo del Paese.
Non è casuale che Trump non sia stato disposto a sostenere Reza Pahlavi nella sostituzione del regime iraniano guidato da Khamenei, limitandosi ad affermare che Pahlavi “sembra molto simpatico”, nonostante il Segretario di Stato, Marco Rubio, fosse propenso a sostenerlo, ma non è chiaramente al posto di comando sull’Iran, con i negoziati in mano alla Casa Bianca e a Steve Witkoff.
I funzionari israeliani sono molto ben informati su ciò che pensa il presidente Trump e secondo il Jerusalem Post il capo di stato maggiore delle IDF, tenente generale Eyal Zamir, “ha effettuato una visita segreta a Washington durante il fine settimana” e ritiene che un attacco degli Stati Uniti all’Iran non avverrà prima di due settimane o addirittura due mesi.
Giusto in tempo per valutare la conclusione delle trattative fra Iran e Stati Uniti.
Aggiornamento crisi Iran-Usa
Nella foto la flotta militare Usa schierata da Donald Trump nell’area di crisi
