Esteri

Iran, si riparla di nucleare ma solo con gli Stati Uniti

 di Giuliano Longo

Durante il suo primo mandato, il presidenteTrump ha ritirato gli Stati Uniti dal Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), noto anche come accordo sul nucleare iraniano.

L’Iran e il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, più la Germania) firmarono un piano d’azione congiunto per impedire all’Iran di raggiungere la capacità nucleare. L’8 maggio 2018, gli Stati Uniti annunciarono il loro ritiro dal JCPOA, sostenendo che si trattava di un “cattivo accordo”.

Il ritiro suscitò preoccupazione in Iran per il suo impatto economico dovuto all’inasprirsi delle sanzioni e persino gli alleati europei degli Stati Uniti, incluso il Regno Unito, si sono sentirono sminuiti dall’azione unilaterale degli Stati Uniti.

Washinton parte in vantaggio rispetto a Teheran

Il 7 aprile scorso, il presidente Donald Trump ha invec annunciato a sorpresa che Stati Uniti e Iran sono pronti ad avere colloqui diretti sul programma nucleare di Teheran, anche se il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che la discussione rimarrà indiretta, quindi limitata a delegazioni di medio livello.

Già da tempo, prima che si diffondesse la notizia che i due Paesi avrebbero avviato colloqui  con il primo contatto a Doha e successivamente a Roma, il supremo leader religioso iraniano Ali Khamenei si era opposto a meno che non fossero revocate le sanzioni imposte da Washington, ma il suo governo gli ha fatto cambiare idea definendo la decisione come cruciale per la sopravvivenza del regime.

.Ma Washington si trova oggi in una posizione più vantaggiosa, mentre l’Iran è più debole. La guerra tra Israele e Hamas, Hezbollah, gli Houti ma soprattutto la perdita di ogni influenza sull’alleato siriano dopo la caduta del regime di Assad, hanno indebolito Iran. Anche la sua economia è oggi in una posizione molto più debole mentre le difficoltà della popolazione aumenteranno le azioni di protesta e l’opposizione al regime di larghe masse.

La posizione degli Stati Uniti 

Trump non accetterà un Iran dotato di armi nucleari. L’Iran ha arricchito e accumulato uranio ai massimi livelli  spingendo l’AIEA a emettere numerosi avvertimenti. L’attuale purezza del 60% dell’arricchimento nucleare è superiore al limite di arricchimento stabilito nell’accordo del 2015. Nella sua intervista di inizio febbraio al New York Post, Trump aveva affermato che avrebbe preferito raggiungere un accordo con l’Iran piuttosto che “bombardarlo a tappeto”.Né accetterà la richiesta dell’Iran di aderire all’uso civile del potenziale nucleare, soprattutto considerando che anche l’ONU ha approvato le osservazioni dell’AIEA.

L’Iran dovrebbe anche abbandonare le minacce contro Israele, chiudendo al contempo le sue reti di “resistenza” in Medio Oriente accettando la realtà dell’esistenza di Israele come entità sovrana rispetto alle altre nazioni della regione.

 Le difficoltà internazionali di Teheran

In una situazione di conflitto armato diretto, l’Iran e gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di farla degenerare in una Terza guerra mondiale. Né la Russia né la Cina, considerate alleate dall’Iran, rischierebbero una guerra per il bene di una nazione in cui la teocrazia la fa da padrone.

La maggior parte dei membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OCI) appartiene alla componente  sunnita islamica, con la quale  l’Iran non ha mai avuto rapporti facili. L’OCI è una casa divisa al suo interno, dove la Turchia, sostenuta dal Pakistan, non ha fatto mistero di aspirare alla guida della ummah sunnita.

Il Pakistan, un Paese musulmano sunnita di radicata fede unico in possesso di una bomba nucleare, sarebbe lieto di vedere un Paese sciita  escluso dal club nucleare mondiale. L’acquisizione di capacità nucleare da parte dell’Iran potrebbe diventare una minaccia per i suoi rivali regionali a maggioranza sunnita, come l’Arabia Saudita e il Pakistan, più che per Israele.

Le prospettive dei colloqui di Roma

Eppure i rischi del fallimento dei colloqui non mancano, nonostante l’ottimismo di facciata, a cominciare dagli intransigenti della Repubblica Islamica, detentori di un certo potere all’interno del sistema e rifiutano qualsiasi compromesso con Washington.

Anche Israele farà di tutto per evitare che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo pacifico. L’incubo di Tel Aviv è che si possa acconsentire a un accordo simile a quello raggiunto nel 2015 dall’amministrazione Obama al quale già si erano opposti. Probabilmente nella convinzione che, prima o poi, i conti con l’Iran bisognerà regolarli anche con le armi.

Il ministro per gli Affari strategici israeliano Ron Dermer e il capo del Mossad David Barnea venerdì a Parigi  hanno improvvisamente incontrato  l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff. E il giorno dopo Dermer i a Roma ed è stato visto, secondo quanto riferito da una fonte ad Axios, nello stesso hotel di Witkoff, probabilmente  per discutere degli sviluppi dei colloqui.

D’altra parte la diplomazia iraniana sa di non poter avere un’alleanza su scala internazionale per prevenire un attacco militare in caso di fallimento dei negoziati, inclusa Mosca che ha appena siglato l’accordo strategico fra i due paesi ma senza impegni militari.

Significativa la posizione del ministro degli esteri  Lavrov, il quale ha affermato che la Russia è «pronta a svolgere qualsiasi ruolo che possa essere vantaggioso per Iran e Stati Uniti». Ovvero vedetevela un po’ voi.

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