di Riccardo Bizzarri (*)
Sicuramente non sono depositario di nessuna verità assoluta ma.. dietro ogni trattativa internazionale c’è un livello visibile e uno sommerso. Quello che vediamo sono i negoziati sul nucleare, la diplomazia, le strette di mano. Quello che non vediamo, ma che dovremmo temere, è un baratto sottile e pericoloso: l’Iran rinuncia a (parte del) nucleare, e l’Occidente chiude un occhio sul suo regime di terrore interno.
È questa la chiave con cui molti osservatori, fuori dal mainstream, stanno iniziando a leggere i colloqui in corso tra Teheran e Washington, mediati discretamente dall’Oman. A livello ufficiale si parla di limitare l’arricchimento dell’uranio, di evitare l’atomica iraniana, di alleviare le sanzioni. Ma sotto la superficie si agita qualcosa di ben più cinico.
Partiamo dalla scelta del mediatore: L’Oman, la Svizzera del Golfo di fatto un comodo alibi. L’Oman, mediatore di lungo corso e Stato “ponte” tra sunniti e sciiti, ha sempre giocato un ruolo neutrale. Eppure la sua posizione privilegiata rischia oggi di mascherare un altro tipo di neutralità: quella che consente ai potenti di parlarsi senza assumersi vere responsabilità politiche.
Come scrive il Guardian in un articolo del 20 aprile 2025, “il ruolo di Mosca nei colloqui nucleari potrebbe diventare cruciale se Washington continuerà a cercare una via d’uscita senza conflitto con Teheran”. Un triplo gioco, dunque: l’Oman come tramite, la Russia come alleato implicito dell’Iran, e gli Stati Uniti come forza in ritirata dal confronto diretto.
Il vero scambio: nucleare in cambio di silenzio
L’ipotesi più inquietante ma molto realistica, a mio avviso, è che si stia assistendo a un vero e proprio scambio: l’Iran si impegna a non costruire la bomba (almeno non subito), e in cambio gli viene concesso di sopravvivere politicamente, nonostante le rivolte interne, la repressione, gli arresti arbitrari, la persecuzione delle donne.
Come scrive il giornalista americano Karim Sadjadpour, esperto dell’Iran presso il Carnegie Endowment:
“L’obiettivo supremo del regime iraniano non è l’atomica, è la sopravvivenza. Se può barattare l’una per l’altra, lo farà senza esitazione.”
Il prezzo? Le ragazze iraniane senza velo frustate per strada, i dissidenti torturati in carcere, le elezioni-farsa, la censura totale della stampa. Ma tutto questo diventa “accettabile” se serve a evitare una guerra nucleare.
Di fatto un regime debole, anzi debolissimo che si rafforza con il ricatto
Mai come oggi il regime degli ayatollah è apparso tanto debole all’interno quanto cinico all’esterno. La crisi economica è feroce, la moneta è crollata, e le rivolte, come quella del 2022 per la morte di Mahsa Amini, hanno mostrato un popolo che non ha più paura. Eppure, proprio in questo momento, la leadership clericale riesce a ritagliarsi un margine di potere negoziale inimmaginabile.
“L’Iran è diventato un maestro nel giocare su due tavoli,” ha dichiarato l’ex ambasciatore USA Dennis Ross. “Fa concessioni parziali per ottenere tutto ciò che gli serve, e poi torna indietro appena si allenta la pressione.”
L’Occidente ci casca? Assolutamente non l’Occidente chiude gli occhi. L’Occidente accetta il baratoo senza alcun problema. Gli Stati Uniti, usciti logorati dalle guerre infinite in Medio Oriente, non hanno alcuna voglia di riaprire un fronte. L’Europa, fiaccata dalla dipendenza energetica e dalle tensioni ucraine, cerca disperatamente stabilità. E la stabilità, si sa, si compra.
Il problema è che stabilità e giustizia spesso non vanno a braccetto. E se per ottenere la prima sacrifichiamo la seconda, stiamo solo costruendo la prossima crisi.
Come ha scritto la giornalista Masih Alinejad, voce coraggiosa dell’opposizione iraniana in esilio:
“Ogni volta che un dittatore viene premiato con il silenzio, una giovane donna viene punita per aver parlato.”
Quindi cerchiamo almeno di essere seri e onesti con noi stessi, non c’e nessuna voglia di smascherare il gioco. I colloqui sul nucleare sono necessari, certo. Ma non devono trasformarsi in una copertura per legittimare un regime che governa con la paura.
Se davvero l’Iran volesse uscire dall’isolamento, non può farlo solo con le centrifughe spente: deve aprire le prigioni, restituire la libertà, rinunciare al terrore.
Altrimenti, questo sarà solo l’ennesimo compromesso sporco in cui il mondo, ancora una volta, si gira dall’altra parte.
(*) Giornalista
