Esteri

Israele attacca la Siria ma non per difendere i Drusi

di Giuliano Longo

Mercoledì scorso  Benjamin Netanyahu ha pubblicato un videomessaggio alla minoranza drusa del suo Paese, implorandola di non attraversare il confine con la Siria sudoccidentale per sostenere le milizie druse siriane nella loro lotta contro i beduini locali e le forze governative a Suwayda.

Eppure, mentre Netanyahu rilasciava questa dichiarazione, le sue stesse forze stavano bombardando la capitale siriana Damasco, colpendo il Ministero della Difesa del Paese e uccidendo almeno tre persone. “Stiamo agendo per salvare i nostri fratelli drusi e per eliminare le bande del regime”, ha assicurato, riferendosi al governo siriano.

I drusi israeliani

Le tensioni settarie tra drusi e beduini locali a Suweyda sono di vecchia data. Nel frattempo il nuovo governo siriano, salito al potere dopo la caduta di Bashar al-Assad a dicembre, ha tentato di sviare le ripetute minacce di Israele contro la presenza dell’esercito siriano vicino al suo confine, accettando una inevitabile tregua anche su pressione di Washington.

Ci sono circa 700.000 drusi in Siria. Altri 150.000 vivono in Israele, dove, almeno prima della legge del 2018 e molti si considerano vincolati da un “patto di sangue” con i loro vicini ebrei fin dal 1948 e dalla fondazione di Israele.

A spese di centinaia di migliaia di palestinesi che furono sottoposti a pulizia etnica durante la Nakba (esodo).

Oggi ,mentre alcuni ora si sentono cittadini di “seconda classe”, la maggioranza continua a sostenere lo Stato di Israele, dove prestano servizio nell’esercito.

I drusi israeliani si considerano  israeliani e arabi. Parte dell’identificazione con Israele è la sensazione che sia gli ebrei che i drusi siano minoranze perseguitate. Ma soprattutto  sentono ancora di avere molto più da guadagnare da Israele rispetto a qualsiasi altro futuro ipotetico alleato..

Ora cercano di sfruttare questa situazione per sollecitare il governo israeliano a proteggere i loro connazionali  in Siria, il che giustifica l’attacco.

La ragione vera dell’attacco a Damasco

Ma la realtà è che Israele attacca la Siria da molto tempo, anche prima dell’ultimo scoppio di violenza che ha coinvolto le vicende di  Suwayda.

Dopo la cacciata di al-Assad e una guerra durata 14 anni, Israele ha già attaccato la Siria centinaia di volte e ha invaso e occupato circa 400 chilometri quadrati  del suo territorio, escluse le alture occidentali del Golan, occupate dal 1967.

I principali analisti israeliani suggeriscono che questi ultimi attacchi siano motivati non solo dalla preoccupazione per il benessere dei drusi, quanto piuttosto da obiettivi personali e politici del suo primo ministro in difficoltà, che peraltro non difende i curdi assediati da Erdogan.

Quindi le vere motivazioni   riguardano  il rafforzamento della nuova immagine di Netanyahu come leader in tempo di guerra, il rinvio del suo processo per corruzione e la sua illusione di rimodellare il Medio Oriente usando solo la forza militare.

Infine, non vuole vedere una Siria unita con un governo centrale forte per quanto composto da Jihadisti, ma un governo centrale debole impegnato nelle aree controllate dai curdi [a nord] e dai drusi e dai beduini a sud. In sostanza, se la Siria rimane disunita, Israele può fare ciò che vuole nel suo sud.

Lo ha ripetutamente sottolineato  Bibi quando afferma che accetterà solo una Siria smilitarizzata a sud di Damasco, compresa la regione di Suwayda. Questo, di fatto, crea una zona cuscinetto per Israele, rafforzando la giustificazione militare delle sue azioni.

Conclusione

La sua opinione pubblica è ormai assuefatta alla  guerra o semmai indifferente nonostante le bare dei suoi soldati arrivino alle famiglie.

Come ha osservato lo storico israeliano Amos Goldberg, tutti gli avvertimenti e le cautele che normalmente precedono un’azione militare sono stati sostituiti da pericoli sempre nuovi che richiedono nuove escalation.

“È pericoloso”, ha scritto. “Agli israeliani non importa niente dei drusi. È solo una nuova minaccia, un nuovo fronte, e ora c’è questo stanco atteggiamento del tipo ‘Ok, amico. Facciamolo. La guerra ci ha svuotati.”

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