Esteri

Sudan ed Etiopia ormai pronti alla guerra. E dietro di loro Emirati, Arabia Saudita, Egitto e…

 

Khartoum ha accusato Addis Abeba di supportare attivamente i ribelli delle Rsf e di essere oramai un proxy degli Emirati Arabi Uniti. Esplicita la minaccia sudanese: “Pronti a un confronto diretto con l’Etiopia”.

 

di Mauro Indelicato (*) InsideOver

 

Quando si inizia a parlare di “guerra aperta”, vuol dire che l’ultimo tabù prima dell’inizio di un conflitto armato si è oramai infranto. E l’idea di portare avanti un conflitto armato non risulta più tanto remota per una delle possibili parti in causa. Per questo non possono che suscitare clamore le parole del portavoce del governo sudanese dei giorni scorsi, secondo cui Khartoum è ormai pronta ad affrontare una “guerra aperta” contro l’Etiopia. Il motivo è legato al presunto appoggio offerto da Addis Abeba alle Rsf, le forze di supporto rapido comandate dal generale Dagalo e in conflitto con il governo centrale sudanese dall’aprile del 2023. Khartoum ha presentato le sue prove del coinvolgimento etiope, ovviamente dall’altra parte della barricata si è negata ogni accusa. Ma i timori di un nuovo conflitto nel cuore dell’Africa appaiono oggi più forti che mai. Anche perché, sullo sfondo, ci sono contrasti e tensioni riguardanti più in generale gli interi equilibri del medio oriente.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso: il raid sull’aeroporto di Khartoum

Il 4 maggio scorso il principale aeroporto di Khartoum è stato investito da diverse esplosioni. Lo scalo è entrato subito in stato di allerta, l’esercito sudanese ha attivato la contraerea, dopo alcuni minuti di trambusto la situazione è tornata alla normalità. Khartoum, capitale del Sudan, è tornata nelle mani dell’esercito soltanto lo scorso anno. I militari agli ordini del generale e presidente ad interim Al Burhan, hanno strappato la città dalle mani delle milizie rivali delle Rsf. Questo però non ha comportato la fine della guerra, al contrario le stesse Rsf hanno rilanciato nel Darfur. Lì dove hanno commesso atrocità di ogni tipo contro le popolazioni masalit e fur, così come documentato in diversi drammatici report internazionali. Le Rsf sono sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, il cui governo ha spesso negato l’appoggio militare ma non quello politico. Ad ogni modo, non è certo un segreto nelle stanze della diplomazia internazionale che Abu Dhabi ha costantemente rifornito di armi e soldi i propri alleati nella guerra civile sudanese. Il tutto nell’ottica di esercitare influenza in un Paese, quale il Sudan, ricco di risorse e strategico a livello politico.

 

Nelle ore successive al raid contro lo scalo di Khartoum, ovviamente il governo sudanese ha accusato le Rsf. Ma non solo: secondo il presidente Al Burhan e i suoi principali collaboratori, l’attacco è stato organizzato con l’aiuto dell’Etiopia. In particolare, i droni che hanno poi colpito la capitale sudanese sarebbero partiti dall’aeroporto etiope di Bahir Dar. Khartoum ha detto di avere prove a riguardo, ritenute però senza fondamento da parte di Addis Abeba. A premere maggiormente sulle accuse contro l’Etiopia, è stato il ministro degli Esteri Mohieddin Salem, protagonista di un’infuocata conferenza stampa pochi giorni dopo il raid contro l’aeroporto della capitale.

È proprio in quell’occasione che i vari portavoce del governo sudanese hanno dichiarato di “essere pronti a una guerra aperta” contro la controparte etiope.

Il puzzle di equilibri regionali

L’accusa avanzata dal Sudan all’Etiopia ha soprattutto una base politica. Khartoum infatti ha messo, per ovvi motivi, nel mirino tutti i governi dei Paesi vicini ritenuti veri e propri “proxy” degli Emirati Arabi Uniti. Addis Abeba in effetti negli ultimi mesi ha intensificato i rapporti con Abu Dhabi. Il governo etiope di Abiy Ahmed ha bisogno di soldi per continuare a finanziare le mega opere pubbliche avviate nell’ultimo decennio, gli emiratini dal canto loro necessitano di trovare un aggancio solido nel Corno d’Africa. Entrambi inoltre, sia l’Etiopia che gli Emirati Arabi Uniti, appaiono interessati a sviluppare i legami con la regione separatista somala del Somaliland. Addis Abeba per provare ad avere un porto, vista l’assenza di propri sbocchi a mare, Abu Dhabi invece sempre per il motivo legato alla necessità di avere appoggi in questa porzione del continente.

 

Il coinvolgimento dell’Etiopia quindi, non è solo da intendersi come un confronto diretto tra Khartoum e Addis Abeba. Al contrario, in ballo ci sono tutti i vari più delicati tasselli del mosaico mediorientale. Il conflitto sudanese altro non è che uno specchio su cui si riflettono le varie alleanze regionali più o meno consolidate. Da una parte ci sono le Rsf, proxy degli Emirati Arabi Uniti e del blocco facente capo ad Abu Dhabi e che comprende, tra gli altri, Etiopia, Somaliland, il generale libico Khalifa Haftar (anche se adesso in maniera più sfumata) e il gruppo separatista del sud dello Yemen, il quale però è stato sconfitto e ridimensionato dalle forze regolari yemenite. Dall’altra parte, si trova invece l’esercito sudanese supportato dall’Arabia Saudita, dall’Egitto, dall’Eritrea e dalla Somalia.

 

Lo scontro tra le due parti potrebbe portare a un inasprimento del confronto. Non solo in Sudan, ma anche per l’appunto nella stessa Etiopia: non è un caso che Addis Abeba, nel rispondere alle accuse di ingerenza da parte sudanese, ha controreplicato affermando come in realtà sia il Sudan a interferire armando i ribelli del Tigray. Altra regione quest’ultima dove i venti di guerra stanno tornando a soffiare in modo importante.

 

(*) InsideOver

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