Esteri

Italia ed Europa, un equilibrio fragile tra alleanze mutevoli e contraddizioni interne

di Viola Scipioni

Il voto del Parlamento europeo sulla mozione di sfiducia alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha rappresentato un passaggio politico delicato per l’Unione e, in modo ancor più evidente, per l’Italia. A Bruxelles si è consumato un confronto che, al di là dell’esito, atteso da giorni e tutt’altro che sorprendente, ha evidenziato ancora una volta le profonde divisioni che attraversano la politica europea e che si riflettono puntualmente anche nelle dinamiche italiane.

La presidente von der Leyen ha affrontato il voto in un clima di crescente frammentazione. La sua leadership, costruita sul difficile equilibrio tra popolari, socialisti, liberali e verdi, è oggi sottoposta a pressioni incrociate: da un lato il Partito Popolare Europeo, dominante nell’emiciclo, che ne chiede un ulteriore spostamento a destra su immigrazione e transizione verde; dall’altro socialisti e liberali, che la accusano di eccessiva condiscendenza verso le forze conservatrici e sovraniste.

In questo scenario complesso, l’Italia ha offerto l’ennesima prova della difficoltà di presentarsi in Europa con una posizione chiara e coesa. La premier Giorgia Meloni ha scelto di non appoggiare la sfiducia, confermando la sua strategia di progressivo avvicinamento ai popolari europei e alla stessa von der Leyen. Una scelta che guarda alla stabilità europea e agli equilibri interni alla Commissione, ma che accentua le distanze all’interno della maggioranza italiana.

Forza Italia, da sempre allineata al Ppe, ha sostenuto von der Leyen con convinzione, ribadendo per bocca di Antonio Tajani la necessità di un’Europa forte e stabile, soprattutto in un contesto geopolitico segnato dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni nel Mediterraneo. All’opposto, la Lega ha confermato la sua linea critica verso Bruxelles e la Commissione, sposando la sfiducia proposta da una parte dei Conservatori europei e da altri gruppi della destra estrema. Una spaccatura evidente che riapre il tema, mai risolto, dell’unità della coalizione di governo sui grandi temi internazionali.

Neppure l’opposizione ha offerto un’alternativa chiara. Il Movimento 5 Stelle ha votato contro la Commissione, mantenendo una posizione euroscettica che lo accomuna alla Lega. Il Partito Democratico, al contrario, si è schierato a difesa della stabilità europea, ma resta stretto tra la necessità di dialogare con le altre forze progressiste e la pressione di chi, a sinistra, avrebbe voluto una linea più critica verso von der Leyen.

L’Italia si è così presentata ancora una volta in Europa con una voce divisa, proprio nei giorni in cui a Roma si teneva la Conferenza internazionale per la ricostruzione dell’Ucraina, con la partecipazione dei massimi vertici europei e del presidente ucraino Zelensky. Un appuntamento che ha visto la presenza della premier e di Forza Italia, ma l’assenza simbolica di Matteo Salvini, impegnato all’estero, e che ha evidenziato le diverse sensibilità della maggioranza sulla guerra e sui rapporti con Kiev.

Il contesto europeo, del resto, resta fragile. Schengen è sotto attacco, con numerosi Paesi (dalla Germania alla Polonia, dall’Italia alla Francia) che reintroducono controlli alle frontiere interne. La politica commerciale europea si muove in equilibrio precario tra il protezionismo francese e spagnolo e le spinte mercatiste di Italia e Germania, alle prese con le incertezze sui dazi e le sfide provenienti dagli Stati Uniti di Donald Trump.

Anche sul bilancio europeo per il prossimo settennato, la Commissione si trova di fronte a una prova difficile: von der Leyen propone una redistribuzione delle risorse che incontra la resistenza di governi e commissari, tra cui l’italiano Raffaele Fitto, preoccupati per il possibile ridimensionamento dei fondi di coesione a favore di nuove priorità come difesa e competitività.

In questo scenario, l’Italia rischia di restare marginale, vittima delle sue stesse contraddizioni. Se il governo non riesce a parlare con una voce sola e l’opposizione continua a muoversi in ordine sparso, il Paese si limita a inseguire gli eventi piuttosto che condizionarli.

Le sfide che attendono l’Europa, che vanno dalla sicurezza alla politica industriale, dall’allargamento all’Ucraina fino alla difesa del mercato interno, richiederebbero un’Italia capace di incidere e non solo di adattarsi. Un’Italia che oggi, ancora una volta, fatica a trovare coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, in patria e all’estero.

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