di Fabiana D’Eramo
La seconda estate militante di Elly Schlein è partita con un ragionamento tattico. “Finito il tempo dei veti”, ha dichiarato. Dovrebbe iniziare quello della strategia. Il piano è tendere la mano alle altre forze d’opposizione – l’eterno tentativo di cucire un’alleanza che come una coperta copra tutta l’area che si distingue dalla destra. Ma non c’è il desiderio di replicare quello che è successo in Francia; la decisione parte da una consapevolezza.
E cioè che “il Pd è rafforzato nel suo ruolo di perno, ma abbiamo l’umiltà di sapere che da soli non ce la facciamo”. Così dicendo, la segretaria immagina una grande colizione di centrosinistra, da Conte a Renzi. Ma deve essere, insiste, un progetto per costruire qualcosa, non contro qualcosa. Non può essere solo la necessità di erigere insieme un muro contro la destra: anche nell’eventualità che il muro tenga, dall’altro lato gli elettori dovranno trovare qualcosa di altrettanto convincente.
D’altronde Schlein afferma di vederne tanti di punti di contatto, di “ragioni che ci possono trovare insieme: scuola pubblica, sanità pubblica, un piano industriale per guidare la conversione ecologica, i diritti, il lavoro dignitoso.” Il punto sarà vedere se questo sarà abbastanza. In questo blocco confluirebbero realtà molto diverse: il riconoscimento della Palestina troverà tutti d’accordo? Fronte comune anche sul sostegno, armi comprese, alla resistenza ucraina? Carlo Calenda si tira subito fuori: “Un’accozzaglia populista e largamente opportunista non serve a nulla”. E la saluta riprendendo il suo cammino: “Buona strada.”
Non che Schlein non fosse preparata. “Abbiamo delle differenze, altrimenti staremmo nello stesso partito. Non pongo veti e non intendo subirne. Il tempo dei veti è finito con l’esito delle europee”, ha detto la segretaria. Ci possono essere affinità e divergenze, tutto sta nel “capire qual è la strada nostra per costruire l’alternativa che serve per battere le destre che sono al governo.” Alla fine, ciò che più li tiene uniti è quello.
Ma con quello si può vincere, come è successo in Francia. Non è un caso che Schlein torni a parlare oggi di alleanze, d’altronde non ha nascosto la contentezza per il risultato “straordinario “ del Nuovo Fronte Popolare, di cui ha letto il programma, e lo reputa “interessante”. Quello che è successo al secondo turno delle elezioni legislative francesi, tra il risultato e l’ampia partecipazione, è stato “senza precedenti”: “tanto più se pensiamo che noi in Italia affrontiamo invece un astensionismo altissimo”, ha commentato Schlein. “E’ stato bello vedere quella piazza in festa, piena di giovani che hanno rifiutato il razzismo di Le Pen e Orbàn. Ma non si possono applicare modelli in contesti diversi”.
Infatti, continua la segretaria dem, parlando di affinità e spunti e ispirazione, la tentazione è assumere modelli difficilmente replicabili in situazioni differenti: “In questi giorni si parla parecchio di modelli, il modello inglese, quello francese. Io non credo che dobbiamo essere alla ricerca di modelli”; in Francia “hanno avuto la capacità di mettere insieme forze diverse costruendo un progetto per il Paese”, un’alleanza nata “in un momento di contingenza. Noi abbiamo un lavoro diverso da fare in Italia.”
Secondo Schlein bisogna continuare con il lavoro fatto nelle ultime settimane di campagna elettorale: stare sui territori, capire i bisogni delle persone, costruire un’unità su questo. “Sarebbe sbagliato costruire alleanze in provetta. Uniti si vince, divisi si perde, ma non bisogna rincorrere l’unità fine a se stessa”. Al Pd la responsabilità di fare da perno della costruzione di questa alleanza, ma gli altri ci staranno?
