di Luca Ciarrocca (*)
L’interminabile conflitto contro Hamas paralizza il futuro dello stato ebraico. Pil: -3,5%. Inflazione. Voragine nei conti pubblici. Indebitamento. E decine di migliaia di riservisti senza lavoro.
La guerra infinita di Benjamin Netanyahu a Gaza contro Hamas, un’idea e non un’entità statale, sta infliggendo ferite profonde all’economia israeliana, tra voragini di bilancio e venti di recessione. L’interminabile conflitto sta presentando a Israele un conto così salato da paralizzarne il futuro.
L’economia, un tempo dinamica e celebrata a livello mondiale per la sua “Silicon Wadi”, è ora schiacciata da costi militari astronomici, una crisi occupazionale senza precedenti e un’incertezza politica che ha messo in fuga gli investitori internazionali.
La narrazione di un paese in grado di sostenere indefinitamente lo sforzo bellico si sta sgretolando di fronte a casse statali prosciugate. E fonti locali sostengono che l’attacco finale contro l’Iran, da sempre cavallo di battaglia di Netanyahu, resta un miraggio per un solo motivo: non ci sono i soldi.
Emorragie di denaro
Il conflitto a Gaza e le schermaglie a bassa ma costante intensità al confine con il Libano hanno un costo esorbitante. La Banca d’Israele stima una spesa totale di quasi 56 miliardi di dollari per il periodo 2023-2025, mentre secondo il quotidiano economico Calcalist l’impatto sarebbe ancora più devastante, superiore ai 67 miliardi, considerando operazioni militari, spese civili e mancate entrate. Questa emorragia di denaro ha costretto il governo – condizionato dal falco della destra biblica Bezalel Smotrich al ministero delle Finanze – a varare bilanci di guerra destinati ad avere l’effetto di smantellare pezzo per pezzo il welfare state.
Cifre, già da capogiro, che impallidiscono di fronte al costo di un’escalation diretta con l’Iran. Esperti della difesa stimano un conto giornaliero che potrebbe raggiungere i 725 milioni di dollari in un conflitto aperto con Teheran.
Il motivo è un’asimmetria economica insostenibile: Israele è costretto a usare missili intercettori (nel sistema Iron Dome) del valore di milioni di dollari per abbattere droni che ne costano poche migliaia. Non si tratta solo di un dato contabile, ma di una debolezza strategica. Una guerra di logoramento contro un nemico che può produrre armi a basso costo in grandi quantità porterebbe al collasso finanziario.
Per tappare le falle, Israele è ricorso massicciamente ai mercati finanziari. L’aumento del debito in un contesto di tassi di interesse elevati ha portato tutte e tre le principali agenzie di rating (Moody’s, S&P e Fitch) a declassare il merito di credito del paese, rendendo i futuri prestiti sempre più onerosi.
È comunque l’economia reale a soffrire gli effetti più deleteri del conflitto permanente voluto da Bibi. Nel secondo trimestre del 2025, il Pil si è contratto del 3,5 per cento su base annua. Anche quando si registra una crescita nominale, quella pro-capite è negativa, il che significa che il tenore di vita medio degli israeliani sta diminuendo. L’allarme recessione non è più un’ipotesi, ma una possibilità concreta. L’inflazione, che si credeva sotto controllo, è tornata a mordere e supera oggi il 3,6 per cento, con prezzi alle stelle per beni di prima necessità, abitazioni e trasporti e conseguente erosione del potere d’acquisto delle famiglie.
L’impatto della guerra si ripercuote anche sul mercato del lavoro, stravolto dalla mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti e dal bando ai lavoratori palestinesi. Il settore hi-tech della “Silicon Wadi”, fiore all’occhiello nazionale che vale circa il 20 per cento del Pil, ha perso fino al 15 per cento della sua manodopera, con un crollo verticale degli investimenti esteri del 70 per cento. Un sondaggio del Servizio per l’impiego ha rivelato una realtà drammatica: il 75 per cento dei riservisti ha subito un danno economico e il 41 per cento è stato licenziato o ha dovuto chiudere la propria attività. Il divieto di ingresso per 115mila lavoratori dalla Cisgiordania ha paralizzato settori chiave come l’edilizia, l’agricoltura e la sanità, costando all’economia circa 830 milioni di dollari al mese.
Il sostegno americano
A tenere in piedi questa precaria impalcatura resta il massiccio e incondizionato sostegno degli Stati Uniti. Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Washington ha approvato aiuti militari per oltre 22 miliardi di dollari, che si aggiungono ai 3,8 miliardi annui già previsti dal Congresso. Senza questo flusso costante di armi e denaro, l’esercito e l’economia israeliana sarebbero già al collasso.
La guerra infinita di Netanyahu, dunque, sta distruggendo le fondamenta economiche dello Stato ebraico. Come ha affermato la professoressa Karnit Flug, ex governatrice della Banca d’Israele, il «lento deterioramento economico potrebbe accelerare, in assenza di un cambiamento drammatico nelle politiche governative».
Il consenso emerso dalla Conferenza Eli Hurvitz, il più prestigioso forum economico del paese, è un potente atto d’accusa: Israele resiste non per le decisioni del suo governo, ma grazie alla sua «resilienza nazionale» e a un profondo «spirito di mutua responsabilità». È una nazione che si sta salvando da sola, grazie ai suoi cittadini. Nonostante una guerra su sette fronti e il crescente isolamento internazionale, il paese regge. Il crash però ci sarebbe con quell’attacco finale all’Iran a cui Benjamin Netanyahu sembra ancora puntare.
(*) Giornalista e scrittore
