Primo piano

La realtà dei conflitti mondiali oltre la propaganda e le rimozioni/1

di Alberto Bradanini (*)

 

  1. Il deprimente riflesso dei media occidentali – ai quali ci sforziamo di sfuggire quanto possibile – ci condurrebbe alla più profonda depressione, se non fossimo soccorsi dalla fede nell’avanzare dell’autocoscienza dell’uomo nella storia, poiché nel tempo breve non v’è alcuna speranza di intravedere nemmeno l’ombra di un orizzonte più sereno. Più vivo – affermava G. B. Shaw – più sono convinto che questo pianeta sia usato da altri pianeti come manicomio dell’universo. Ed è difficile dargli torto. Eppure, se occorre dar senso al tempo che rimane da vivere, esso è quello di distruggere con l’arma della verità tutto ciò che può essere distrutto.

Non passa giorno che Israele non uccida intenzionalmente giornalisti palestinesi a Gaza[1] (196 negli ultimi 14 mesi, tra i 45.000 palestinesi uccisi e 150.000 feriti!), mentre impedisce a chi è fuori di entrare nella Striscia per nascondere i disumani massacri di cui si rende colpevole davanti all’umanità, alla giustizia internazionale, all’etica delle nazioni e alla storia, protetto e armato dai loro complici occulti, gli Stati Uniti d’America.

In Siria, in contemporanea, l’esercito d’Israele, che insieme ai conniventi americani e turchi, ha dato il via libera ai tagliagole jihadisti, si espande oltre il Golan – che occupava illegalmente dal 1967 – e invade altre terre siriane (che B. Netanyahu dichiara non verranno restituite mai più!) nel garbato silenzio di Usa ed Europa, vocianti propugnatori del Diritto Internazionale. Non solo, mentre sulla carta firma il cessate il fuoco con Hezbollah, lo Stato Ebraico non smette di bombardare villaggi libanesi già martoriati, facendo ogni santo giorno decine di vittime. Tutto ciò sotto lo sguardo appagato della presidente della Commissione Ue, la tossica von der Leyen, caporal maggiore del cupo esercito Nato e la cui unica caratteristica degna di nota è l’obbedienza al globalismo atlantico. Nella Nato, si pensava di aver toccato il fondo con il tramonto di Jens Stoltenberg, dal nome altamente evocativo, ma non è così! Al suo posto quale Segretario Generale abbiamo ora tale Marc Rutte, anch’egli con un nome onomatopeico, che dispone per nostro conto di ridurre gli stanziamenti a pensioni e sanità per produrre armi destinate, secondo cotanta testa, a sconfiggere la Russia! Ecco, in un mondo coerente, la stirpe dei Rutte dovrebbe dare il buon esempio, abdicando alle cure dei superbi ospedali Nato, rinunciando sin d’ora a percepire le ricche pensioni che aspettano i camerieri come lui e partire subito per il fronte a salvare l’Europa!

 

 

Davanti a tale turpitudine, la replica dei nostri governanti è stata fiera e indignata. Essi hanno immediatamente reagito agli spropositi ruttiani, qualificando tutto ciò per quello che è, vale a dire un ulteriore affronto alla nostra Costituzione e alla nostra (ahimè perduta!) sovranità. Tanto più che, come qualcuno lassù ha affermato, l’Italia sa notoriamente badare a sé stessa. Un concetto che tradotto in linguaggio fattuale sta per: non c’è bisogno di un Rutte qualunque per impoverire la nostra gente e ingrassare i produttori di armi, sappiamo farlo da soli.

  1. A dispetto del diluvio di propaganda, salta agli occhi che gli orchestrali di turno sono guidati dalla malata plutocrazia dell’impero, un impero in declino, ma ahimè non rassegnato. Il modus è collaudato: quando taluno si attenta a sollevare una domanda impertinente, questa è sbeffeggiata, screditata o semplicemente occultata. Se poi insiste a riemergere, viene sommersa da un effluvio di inutili notiziole che riempiono uno spazio che potrebbe essere occupato da interrogativi seri.

Nessuno discute nemmeno più di rispetto di minimo comun denominatore di una democrazia, che le evolute nazioni dell’Occidente concepiscono solo come una religione formale. I mezzi di disinformazione di massa aggrediscono rumeni, georgiani e moldavi, colpevoli solo di essersi svegliati dal Lungo Sonno, insieme ai venezuelani, che in mezzo a mille difficoltà, sanzioni e minacce, cercano a modo loro di uscire dal sottosviluppo senza piegarsi agli ordini imperiali. A proposito di Venezuela, il 17 dicembre scorso, la Presidente dell’impalpabile Europarlamento, Roberta Metsola, ha consegneto il Premio Sacharov 2024 per la libertà di pensiero a María Corina Machado e a Edmundo González Urrutia, quest’ultimo riconosciuto presidente legittimo e democraticamente eletto del Venezuela. Invece dei cittadini venezuelani, nel distopico pianeta Terra sono i parlamentari di altri continenti a decidere chi ha vinto le elezioni in un paese lontano che nessuno ha nemmeno visitato una volta. Ridicolo e oltraggioso! Forse qualcuno potrebbe sospettare che l’ostilità statunitense nei confronti della minacciosa nazione venezuelana abbia a che fare con tutto ciò. Si tratta solo di un sospetto, beninteso. In tale scena angosciante, d’altra parte, a nessuno importa qualcosa di Nazioni Unite, diritto internazionale, principio di coesistenza pacifica e non interferenza negli affari altrui.

  1. Se persino bambini di cinque anni, per far felici i genitori, fingono di credere alle fiabe ascoltate prima di addormentarsi, resta un doloroso mistero irrisolto che milioni di individui adulti, in apparente salute mentale, possano piegare l’intelletto davanti alla montagna di menzogne che sfida quotidianamente le leggi della fisica. In un infinito elenco, proviamo a illustrane alcune.

Nel 2020, l’ex-futuro presidente degli Stati Uniti confessava con candore (l’intervista è ascoltabile sul web[2]) di aver ordinato alle truppe americane (in Siria dal 2011, in violazione della Carta delle Nazioni Unite, del principio di non interferenza e di ogni norma immaginabile) di non abbandonare quella terra, perché lì c’era il petrolio!

Chi legge ritiene forse che l’espressione sia esagerata, che la riflessione di quell’autorevole capo di stato fosse più articolata. Invece no, si è espresso proprio così. Anzi, per paura di non essere compreso, D. Trump ha ripetuto più volte petrolio, petrolio (!), affinché anche ai sordi fosse chiara la ragione per la quale i soldati americani venivano lasciati in Siria (dove si trovano tuttora, raddoppiati a 2000 unità).

Quel petrolio – dimenticava di precisare l’allora inquilino della Casa Nera (il colore bianco, nel nostro immaginario, si addice ad altri luoghi) – era di proprietà del governo siriano, un dettaglio insignificante, sfuggito al Principe Atlantico, nobile guida della sola nazione indispensabile al mondo (B. Clinton, 1999). Non fa meraviglia che la Siria – colpita da dure sanzioni sin dal 2011 – non sia stata in grado di difendersi dai terroristi armati e pagati dal reo-confesso saccheggiatore di petrolio altrui.

Sebbene fosse un paese multietnico e multireligioso, perla rara in Medioriente, la Siria di al-Assad non era certo una democrazia scandinava. E proprio per questo andava aiutata a progredire attraverso commercio, investimenti, scambi scientifici e culturali. Nessuno può ora escludere che la storia si prenda la sua vendetta, tramutando in veleno la gustosa pietanza iniziale. I terroristi oggi diversamente colorati potrebbero rendere pan per focaccia agli invasori turchi (i mercenari si vendono al primo offerente!), agli israeliani (quanto potrà durare la tregua dell’odio che li anima contro i figli di Sion?) e agli americani (riusciranno questi a trattenere i turchi intenzionati a liberarsi una volta per tutte dei curdi del Rojava?). A sua volta, è plausibile sia coinvolto anche l’Iraq, un paese che ha già pagato con una guerra insensata e ingiustificata che ha fatto un milione di morti, una guerra voluta dagli Stati Uniti per servire insieme Israele e la loro patologia di dominio universale, una guerra che gli smemorati ambienti occidentali tengono nascosta sotto un vergognoso tappeto.

Pensavamo di essere vaccinati davanti a tante menzogne. Continuiamo invece a stupirci all’ascolto del megafono mediatico, le maschere interscambiabili della politica, i venerabili predicatori televisivi, le maggioranze silenziose, queste sempre inquiete, tuttavia. In un effluvio assordante di vocaboli e concetti, tra cause ed effetti, etica e realismo, storia e leggenda, si staglia maestoso il faro celestiale del Regno del Bene propugnatore di Pace, valori umani, Progresso, libertà di pensiero, difesa di Costituzioni proprie e altrui, e via angelicando.

Magari in tale mondo incantato, come riconoscono persino i suoi più ortodossi difensori, non manca qualche difetto, ma – vivaddio! – la perfezione non è di questo mondo. Sappiamo bene – echeggia quella Voce dall’alto – che il mondo non va nel migliore di modi e che dovrebbe andar meglio, ma attenzione, potrebbe anche andar peggio, anzi molto peggio, ed è una fortuna che lassù vi sia qualcuno capace di contenere caos e barbarie: l’amichevole consiglio è dunque quello di giudicare con moderazione le vicende del mondo e non agitarsi troppo!

Dal 2021, la Casa Nera ha poi avuto un nuovo inquilino (che lì rimarrà fino al 20 gennaio 2025), un anziano signore il cui idioma è compreso solo dagli esquimesi, se escludiamo gli studiosi di sanscrito, e che sarà ricordato dai posteri per le atrocità contro il popolo palestinese di cui è corresponsabile insieme a Israele, per la guerra contro la Russia con il sangue e il territorio ucraini, per le coperture delle furfanterie figliolesche, per l’inclinazione a inciampare sulla scaletta degli aerei e la perdita d’orientamento al termine delle conferenze-stampa.

Ci scapperebbe un sorriso pacificatore, se non avessimo a che fare con morti e devastazioni, e se quell’anziano signore non fosse portatore di una valigetta che può mettere la parola fine al genere umano. Quando si solleva timidamente tale questione, i difensori dell’Impero del Bene replicano seccati che in realtà quella valigetta si trova nelle mani di persone con la testa sulle spalle. Ma se è davvero così, di grazia, chi sono costoro, chi controlla siffatti controllori, chi ha loro delegato tale gigantesca responsabilità? Interrogativi che restano drammaticamente senza risposta.

 

(*) Presidente Centro Studi sulla Cina Contemporanea, già Ambasciatore a Pechino e Teheran

 

1-Segue

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