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LA RIFLESSIONE – Tagliare le Dolomiti o il cetriolo? L’Europa davanti allo specchio (rotto) della Cina

di Riccardo Bizzarri (*) Giornalista

Tagliare le Dolomiti o il cetriolo? L’Europa davanti allo specchio (rotto) della Cina

“Dateci un punto d’appoggio e solleveremo il mondo”, diceva Archimede. In Cina, hanno trovato il punto. E ci hanno piazzato sopra un ponte da 625 metri d’altezza, dopo aver tagliato in due una montagna.
In Europa, intanto, continuiamo a discutere del calibro minimo del cetriolo da esportazione e delle “emissioni sonore delle mucche in alpeggio”. Benvenuti nel Grande Paradosso Verde.

Nella provincia montuosa del Guizhou, i cinesi stanno completando un’autostrada scolpita nella roccia viva. Un ponte epocale, il Huajiang Canyon Bridge, sorgerà a più di 600 metri dal suolo, superando canyon e ostacoli come se la natura fosse un semplice appunto sul taccuino di un ingegnere. Un progetto ciclopico, freddamente visionario, tecnicamente spettacolare.

Da noi? Da noi la Torino-Lione è ancora un cantiere ideale, una manifestazione permanente, una lezione di latino su come non fare le cose. Ogni volta che si prova a costruire qualcosa, spunta un comitato: “Salviamo la salamandra a pois”, “Difendiamo l’albero introverso”, “No al tunnel dei poteri forti”.

L’Europa è diventata una torre di vetro: elegante, trasparente, ecologica, ma terribilmente fragile. I suoi ideali, ambiente, diritti, burocrazia virtuosa, sono diventati vetrate gotiche che ammirano il sole ma non riparano dalla pioggia.

“Il fanatismo consiste nel raddoppiare lo sforzo quando si è dimenticato lo scopo”, ammoniva George Santayana.

Abbiamo raddoppiato norme, vincoli, controlli, piani climatici. Ma a quale scopo, se nel frattempo chi domina il commercio globale trita montagne come fossero tofu?

In Europa non si esporta un cetriolo se è troppo curvo. In Cina non si ferma un’autostrada nemmeno davanti a una catena montuosa. È la guerra fredda delle banalità regolamentate contro le grandi opere autoritarie.

Ma attenzione: non si tratta solo di efficienza. È un confronto tra modelli di civiltà. L’Europa pensa troppo e costruisce poco. La Cina costruisce molto e pensa per conto tuo.

“Tra il dire e il fare c’è di mezzo… l’Europa”, verrebbe da dire oggi.

Siamo al bivio storico tra il diventare un museo a cielo aperto del buon senso perduto, o una potenza consapevole dei propri limiti ma capace di agire.

Non dobbiamo tagliare le Dolomiti, certo.
Ma nemmeno farci schiacciare dal peso del nostro stesso apparato normativo, delle nostre timidezze storiche, dei nostri comitati senza fine.

Forse è arrivato il momento di alzare lo sguardo, e anche qualche ponte. Magari senza segare mezza montagna, ma almeno superando l’ostacolo del nostro provincialismo burocratico.

Se il futuro lo vince chi osa, allora non serve solo la rivoluzione green, ma anche una rivoluzione del coraggio. Perché, come scrisse Nietzsche:

“Chi ha un perché può sopportare quasi ogni come.”

Ma in Europa il “come” è diventato un incubo. E il “perché”, forse,  non ce lo ricordiamo più.

 

(*) Giornalista

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