Cronaca

L’affaire Mattei. Di verità si può anche morire?/13

di Otello Lupacchini*

Il buon senso, purtroppo tra tutti il più raro e che per questo si chiama così, suggerirebbe di evitare di polemizzare con chi brandisce simili argomenti: è molto elevato il rischio di uscire comunque malconci dalla disputa con costoro. Gli individui della specie godono, infatti, di tutti i privilegi, non ultimo l’immunità dalla logica; tanto più meravigliose, sciocche e false sono le cose che affermano, tanto più la folla si volge a loro stupita; essi allora si sentono ammirati, né più né meno dell’oca, che, uscita dai sogni ambiziosi della notte, sbatte sconciamente le ali impotenti e crede di mandare al cielo i suoi clamori ridicoli. Tout se tient. Guai, dunque, tirarseli dietro. Ma è più forte di me: pur con tutta  la buona volontà non riesco a tollerare gli scimuniti, abilissimi nell’immutatio veri e nella pervicace negazione dell’evidenza, che posano, perciò, a maîtres à penser, davanti a folle plaudenti d’inebetiti dagli schermi. La è colpa, magari, della mia cultura demodée:  educato a San Tommaso, mi viene d’istinto pensare che ogni « ratiocinatio » intesa ad un fatto muove da altri fatti, i quali costituiscono un segno del primo, vale a dire da « prove », e che, dunque, il « descursus », la dimostrazione cioè di un assunto, debba seguire cadenze obbligate, premessa-conclusione .

Sia chiaro, non è esigibile da questi idiots savantsuna qualche dimestichezza con la filosofia, quella scolastica in particolare, e, del resto, « per la contraddizion che nol consente » , non avrebbe senso affannarsi a spiegar loro che seppur sarebbe comodo vedere tutto simultaneamente, il piano divino riserva questa visione agli angeli, chiamati « intellectuales » proprio perché colgono lo scibile intuitivamente; che se tutto sarà andato bene, anche noi, ormai anime accolte « in patria », godremo del « motus cognitionis angelicae »; che tuttavia per il momento i nostri contenuti mentali sfilano a fatica, « ab aliis in alia euntes atque redeuntes »: situati, purtroppo, ad un livello inferiore nella scala metafisica, gli esseri umani sono purtroppo soltanto « rationales » . Vista, però, l’arroganza sprezzante dei loro giudizi, mi tira mostro constatare come essi – al solo scopo di negare agli altri il diritto di affannarsi, attraverso un faticoso lavoro di scavo nel passato, a riaffermare l’evidenza da loro pervicacemente negata che, sin da subito, a proposito della morte di Pier Paolo Pasolini (nella foto le immagini du quel giorno all’Idroscalo di Ostia), i conti non tornavano e, purtroppo, trascorsi quarant’anni dal 2 novembre 1975, continuano a non tornare ancora –, diano spudorata mostra d’ignorare che quando ricostruiscono un fatto, gli investiganti, costretti dalla loro miseria ontologica ad una cognizione laboriosamente mediata, mescolano fantasia e rilievi sperimentali, intessendo trame stupefacenti: da un fatterello qualunque, evocano mezzo mondo; poi, però, fantasia e desideri sono destinati a dileguare, essiccati dall’analisi causale.

Ma da dove vengono? Di quale « cibo » essi si nutrono, « mortale » o « celeste »? Non occorre, infatti, aver frequentato il Doctor Angelicus per capire certe cose: a prescindere dalle cronache giornalistiche, i libri gialli, in genere, il cinematografo, prima, le fiction televisive, poi, e il cosiddetto giornalismo d’inchiesta, finalmente, per un verso hanno ormai da tempo informato e addirittura appassionato il pubblico al lavoro investigativo, che è lavoro di accortezza e di pazienza soprattutto, al quale collaborano la polizia, il pubblico ministero, i giudici per le indagini e per l’udienza preliminare, quelli del dibattimento, i difensori, i periti, i consulenti tecnici; per altro verso, e qui sta il vantaggio di simile letteratura, sotto l’aspetto della civiltà, essa ha diffuso l’impressione, per non dire l’esperienza, delle difficoltà della ricerca, a causa della fallibilità delle prove: il rischio è quello di sbagliare strada e il danno, quando si sbaglia strada è grave e, comunque, tanto più manifesto quando il passato si ricostruisce per determinare, come avviene nelle procedure criminali, la sorte di un uomo.

Quel che più mi irrita, però, nell’atteggiamento di questi poveri disgraziati, afflitti dalla sindrome del savant, è che, mentre declinano argomenti dotati della stessa forza dimostrativa di un pugno sul tavolo, simulano dolore perché, a loro dire, « a scadenze regolari » uscirebbe un articolo, un saggio, un pamphlet sulla morte di Pier Paolo Pasolini, dove ci sarebbero « tutti gli ingredienti per cucinare la solita frittata: l’Eni, Mattei, Cefis, i servizi segreti, la Dc, l’appunto 21 … », ostentano commozione, per il « triste destino » dell’intellettuale friulano, « ridotto a santino », ed incontenibile disgusto, per la crisi della civiltà che ormai da decenni stiamo attraversando, in cui ha tanta parte la tendenza al divertimento, in forza della quale cronaca giudiziaria e letteratura d’inchiesta servono, allo stesso modo, da diversivo alla grigia vita quotidiana. In realtà, non interessa loro un accidente che la scoperta del delitto, da dolorosa necessità sociale, sia diventata una specie di sport; che la gente ci si appassioni come alla caccia al tesoro; che giornalisti professionisti, giornalisti dilettanti, giornalisti improvvisati, pseudo scienziati e veri ciarlatani non tanto collaborino quanto facciano concorrenza agli ufficiali di polizia e ai magistrati inquirenti e quello che è peggio ci facciano i loro affari; che ogni delitto scateni ormai un’ondata di ricerche, di congetture, di informazioni, di indiscrezioni; che poliziotti e magistrati da vigilanti divengano vigilati da squadre di volontari pronte a segnalare ogni loro movimento, a interpretare ogni loro gesto, a rendere pubblica ogni loro parola; che « sospetti » e testimoni siano braccati come la volpe dal segugio, poi, spesso, frugati, suggestionati, prezzolati; che gli avvocati siano bersagliati da fotografi, cineoperatori, intervistatori; che spesso, purtroppo, neppure i magistrati riescano ad opporre a questa frenesia la resistenza, richiesta dall’esercizio del loro ufficio austero, con danni devastanti, specie per gli accusati e le vittime. Due sono piuttosto, i loro obiettivi. Innanzitutto, demonizzare la vittima: sbeffeggiando coloro che credono « di rendere onore a Pasolini riducendolo a uno scopritore di scandali politici e finanziari, come se fosse stato solo un anticipatore di Beppe Grillo »; attribuendo loro di essere i primi a volerne oscurare la parte sessuale, carnale, che fra l’altro reputano essere stata la più interessante;  ricordando che Pier Paolo Pasolini era stato espulso dal Pci per la sua omosessualità; affermando che il suo corpo, sia usato, al massimo, come corpo martoriato, da ostentare per denunciare le colpe dei suoi oscuri assassini; dando elegante mostra di rammarico: « Peccato non sia morto crocifisso, era perfetto, ma anche schiacciato da una macchina fa il suo effetto ». In secondo luogo, esorcizzare i sospetti verso carnefici e mandanti sin qui senza volto, assecondando l’autentica passione che ha la cultura italiana per i colpevoli.

È orribile, ma viviamo un paese generoso e dalla memoria corta, facile al perdono. Talvolta, forse, in questo atteggiamento gioca quello che Giorgio Montefoschi ha chiamato « fattore del figliol prodigo », qualcosa che avrebbe a che fare con la cultura cattolica  e che spinge a rendere merito, tributare stima intellettuale, magari con riconoscimenti e prebende, soltanto a coloro che un tempo sbagliarono clamorosamente, pensarono e dissero stupidaggini, provocarono magari con le loro idee sbagliate immensi danni, ma poi hanno cambiato idea, si sono pentiti; una sorta, insomma, di inconscia attrazione per il «peccatore», per chi ha osato essere quello che non abbiamo osato essere noi, secondo la quale, come nella parabola evangelica, quelli che sbagliano e tornano all’ovile li accogliamo con il vitello grasso, laddove al fratello che non ha sbagliato, forse ha cercato anche, inascoltato, di dare qualche buon avvertimento al fratello scapestrato, avendo fatto il suo dovere punto e basta, riteniamo di non dover dare nulla in cambio. Ma se può definirsi figliol prodigo solo colui che dopo aver sbagliato si pente e riconosce il suo errore, il quale solo per questo potrà consumare il pasto della riconciliazione, avvalersi del perdono o della comprensione della sua famiglia e delle sue vittime, non è questa la condizione degli assassini di Pier Paolo Pasolini, che né hanno patito il processo né hanno scontato la pena né si sono mai pentiti.

 

*Giusfilosofo

 

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