di Otello Lupacchini*
Che l’imprenditore marchigiano fosse ormai figura affascinante tanto in Italia quanto all’estero, sono lì ad attestarlo, sia Giorgio Bocca, il quale scrisse: «Che cosa era Enrico Mattei? Un avventuriero? Un grande patriota? Uno di quegli italiani imprendibili, indefinibili, che sanno entrare in tutte le parti, capaci di grandissimo charme come di grandissimo furore, generosi ma con una memoria di elefante per le offese subite, abili nell’usare il denaro ma quasi senza toccarlo, sopra le parti ma capaci di usarle, cinici ma per un grande disegno»; sia il documentario Portrait of a Tycoon, dedicatogli dall’inglese Bbc, in cui venne rappresentato come il vero padrone d’Italia, colui che fu all’origine di un nuovo modello di società industriale. Chi, per contro, ne disprezzava il «metodo» era Indro Montanelli, il quale, ancora nel 1968, ce ne restituisce l’immagine tra luci e ombre di un personaggio «Difficile da inquadrare perché era “bianco”, con venature populiste e progressiste che si riallacciavano al filone dossettiano, ma senza gli slanci mistici e senza un’autentica aspirazione alla politica in senso tradizionale. Era, per scelta di campo, atlantista, ma con forti connotazioni di orgoglio nazionale e d’insofferenza per la filosofia economica americana. Era un protetto e un eletto della Democrazia cristiana che si era battuta allo spasimo per il mercato e per l’iniziativa privata contro le velleità “socialiste” del Fronte popolare, ma voleva che la “mano pubblica” avesse, nel mondo della produzione, un ruolo decisivo. Era un moralista spregiudicato, un incorruttibile corruttore, un integerrimo distributore di tangenti, un manager che non voleva essere al servizio del Palazzo, ma porre il Palazzo al suo servizio. Un imprenditore di Stato con un tocco di peronismo all’europea, o di gollismo alla sudamericana» (Ritratti, Rizzoli, Milano 1988, p. 335).
La circostanza non poteva essere ignorata da Marcello Colitti, la cui già evidenziata ipocrisia viene in maggior risalto sol che si ponga mente a toni e contenuti della scomoda inchiesta del giornalista di Fucecchio, in cinque durissimi articoli, pubblicati sul «Corriere della Sera» il 13, 14, 15, 16 e 17 luglio del 1962, novanta giorni prima , cioè, del terribile schianto dell’aereo Morane Saulnier 760, nelle campagne di Bascapè.
Vasto il repertorio delle accuse: «Mattei ha impedito all’iniziativa privata italiana e straniera, con la complicità di De Gasperi e Vanoni, di sfruttare gli idrocarburi nella valle del Po». Nell’opus didemolizione dell’accordo 75-25, Mattei fu indicato come un nemico delle «sette sorelle», soprattutto di quelle inglesi, a cui la Persia aveva revocato le concessioni petrolifere dopo l’accordo con l’Eni. Non solo: Mattei fu dipinto anche come un truffatore, poiché «in questa combinazione (il 75-25) c’è più fumo che arrosto». Insomma, una demonizzazione che impressionò l’Italia intera.
Aspetti ancor più inquietanti della questione sono, peraltro, ben evidenziati nel libro di Giovanni Fasanella e Mario Josè Cereghino, Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra (pubblicato da Chiarelettere, Milano 2015). I due Autori hanno ricostruito, sulla base di documenti del governo, della diplomazia e dell’intelligencedel Regno Unito, rapporti confidential, secrete top secretdeclassificati in tempi recenti e a disposizione di studiosi e giornalisti, la guerra segreta, combattuta con mezzi non convenzionali tra nazioni amiche e, per una lunga fase della loro storia, persino alleate, condotta per tutto il Novecento dalla diplomazia di Sua Maestà per controllare l’opinione pubblica italiana, in funzione degli interessi economici e politici inglesi; una guerra, magari invisibile, ma non meno dura delle altre, nella quale la stampa, la radio, la televisione, l’industria editoriale e dello spettacolo hanno avuto un ruolo preponderante. Del resto, è sempre stata enorme l’importanza che la Gran Bretagna ha costantemente riservato ai rapporti con l’Italia, prima e dopo il fascismo, allo scopo di avere un alleato sicuro, o quanto meno poco ingombrante, sulle rotte petrolifere verso il Nord Africa e il medio Oriente. Una strategia che non poteva prescindere da un controllo occulto del mondo giornalistico e culturale, come conferma un appunto rinvenuto negli archivi dell’Information research department, datato 3 marzo 1948: «L’Italia è l’obiettivo primario delle nostre nuove strategie propagandistiche».
Molto semplice la strategia in parola: l’Information research department, di concerto con la politica del governo di Londra, preparava dossierriservati su questioni politiche ed economiche, e li passava a un gruppo di giornalisti italiani amici, selezionati con cura, per influenzare e condizionare attraverso la comunicazione di massa le classi dirigenti, vale a dire politici e manager, e l’opinione pubblica, spianando così la strada agli interessi economici della Gran Bretagna sullo scacchiere del Mediterraneo.
Tra i molti nomi di giornalisti italiani attenzionati fino al 1980, elencati nell’appendice del citato libro Colonia Italiacon a fianco la scheda personale compilata dall’Information research department, spiccano i direttori del «Corriere della Sera», da Luigi Albertini in poi. Ci sono poi numerose grandi firme ormai scomparse, e altre ancora in attività. Nei loro confronti, precisa una nota, «l’editore e gli autori non hanno alcun intento accusatorio. La pubblicazione degli elenchi ha il solo scopo di esporre com’era (e forse com’è) articolata e diffusa la macchina d’influenza britannica in Italia». In ogni caso, nell’estate del 1962, direttore del «Corriere della Sera», il quale autorizzò l’inchiesta, era Alfio Russo, il cui nome compariva nelle liste dell’Information research department, come pure quello di Indro Montanelli, il quale si incaricò di demolire la figura manageriale e politica di Enrico Mattei.
Stando alla narrazione di Fasanella e Cereghino, la campagna di stampa che Montanelli condusse sul «Corriere della Sera», nel 1962, contro Enrico Mattei avrebbe cavalcato gli stessi argomenti cari agli inglesi. Un rapporto del ministero dell’energia britannico dello stesso anno affermava: «In molte parti del mondo, la minaccia dell’Eni si sviluppa nell’infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali, a scapito degli investimenti e degli scambi delle imprese britanniche». Era accaduto infatti che Mattei, violando la prassi abituale degli accordi fifty-fiftytra compagnie e Stati arabi produttori di petrolio, aveva introdotto con l’Eni la regola del 75-25, molto più vantaggiosa per i Paesi produttori. Un colpo durissimo per le compagnie inglesi e per il governo di Sua Maestà. Tanto che il Foreign Office osservò: «Vi è il rischio che il Vicino Oriente ci sfugga di mano». E Londra non poteva permettere che «degli intrusi come l’Eni sovver(tissero) le regole di un’area vitale per la nostra economia».
Un mese prima che il presidente dell’Eni precipitasse con il suo aereo privato a Bascapè, il 27 ottobre 1962, a causa di un attentato, Aldo Moro, all’epoca segretario della Democrazia cristiana, gli scriveva una lettera dai toni accorati: «Di quello che hai fatto e farai con spirito amichevole desidero ancora ringraziarti con tutto il cuore. Ho ancora meditato sulle cose che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro e, naturalmente, del peso del sacrificio che il partito ti chiede». È questo un passaggio della lettera datata 19 settembre 1962, quaranta giorni prima della data di Bascapè, custodita nell’archivio dell’Eni di Castelgandolfo, pubblicata il 10 dicembre 2021 dallo scrittore Giovanni Giovannetti sul «Ticino», settimanale della diocesi di Pavia, ma già anticipata da Mario Caligiuri, docente all’Università della Calabria e direttore del Master in intelligencedel medesimo ateneo, nonché presidente della Società italiana d’intelligencee curatore, per Rubettino (Soveria Mannelli, 2022), del libro Enrico Mattei e l’intelligence. Petrolio e interesse nazionale nella guerra fredda, nel corso di un convegno tenuto il precedente 27 novembre.
Il «sacrificio», richiesto dal partito a Mattei era di lasciare la guida dell’ente petrolifero ch’egli aveva creato e dirigeva sin dalla fondazione nel 1953, là dove il suo mandato scadeva l’anno dopo, nel 1963. Sebbene non sia chiaro se Moro gli chiedesse la rinuncia alla riconferma o addirittura le dimissioni anticipate, sta di fatto, tuttavia, che il «regno» dell’imprenditore marchigiano terminò subito dopo tragicamente per azione criminale di una mano misteriosa.
Scriveva ancora Aldo Moro: «Ho ancora meditato sulle cose che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro e, naturalmente, del peso del sacrificio che il partito ti chiede. A mente fredda e sulla base delle più compiute informazioni da te fornitemi ho dovuto ancora concludere che è questa ancora la via migliore». E, più avanti, nell’evidente tentativo di mostrarsi comprensivo verso le conseguenze personali derivanti al destinatario della lettera da una scelta simile: «Ogni decisione, ed anche questa, comporta certo uno svantaggio ed in esso, credimi, io metto in primissima linea il tuo disappunto, anzi il tuo evidente e comprensibile dispiacere. Lo noto personalmente e mi pesa molto. Ma, credi, nella situazione attuale non c’è di meglio da fare. La tua rinuncia contribuisce a consolidare una situazione assai fragile e spegne una polemica astiosa che ti avrebbe ancor più amareggiato, e con te le tue idee e le tue importanti iniziative. Sembra di perdere ed invece si garantisce e si consolida».
*Giusfilosofo
7/Segue
