di Giuliano Longo
Venticinque anni fa, l’Unione Europea reagì con indignazione alla prospettiva che un politico di estrema destra come Jörg Haider, entrasse nel governo austriaco, una reazione che ridusse quel Paese a un vero e proprio paria d’Europa.
Questa volta Herbert Kickl, ancora più a destra che sostiene la “reimmigrazione” per gli immigrati di seconda e terza generazione, è pronto a diventare il prossimo cancelliere austriaco. La reazione dei leader UE finora è stata quella di tacere e sperare che Kickl non si dimostri così dirompente al tavolo dei leader dell’UE, come invece le sue posizioni suggeriscono.
Sembra paradossale ma la vittoria di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, induce alla rassegnazione i leader liberal impotenti a fronte della svolta a destra del Continente che peraltro vede già il populismo al potere, più o meno mascherato, anche in Italia.
Quindi sono finiti i giorni in cui i leader dell’UE, convinti della necessità di sostenere i loro valori centristi contro le posizioni estreme, sanzionavano l’Austria nel 2000 o avviavano una procedura ai sensi dell’articolo 7 contro la Polonia nel 2017, utilizzando l’arma legale contro un paese membro accusato di aver violato le sue regole.
Intanto qualcuno a Brussels ironizza e si chiede se i leader centristi gli sorrideranno nella foto di gruppo al primo incontro se dovesse divenire il nuovo cancelliere austriaco. Ma si che lo faranno, magari a denti stretti!
La probabile accettazione del Partito della Libertà di estrema destra nel gruppo (sono in corso a Vienna colloqui di coalizione tra Kickl e il Partito Popolare Austriaco di centro-destra) segna la fine del famoso cordone sanitario europeo, la barriera che ha tenuto i populisti di destra fuori dal potere per decenni in tutto il continente.
Lunedì, il cancelliere ad interim austriaco, Alexander Schallenberg si è recato all’ultimo minuto a Bruxelles per rassicurare i partner sul futuro dell’Austria, dichiarando “l’Austria è e rimarrà un partner affidabile, costruttivo e forte nell’Unione europea e nel mondo“.
Nonostante le preoccupazioni circa la direzione della politica austriaca sotto Kickl, è improbabile che i leader UE presentino una protesta formale contro l’Austria , in linea con il loro atteggiamento nei confronti dell’Ungheria, che non ha dovuto affrontare alcuna protesta formale nonostante Viktor Orbán fosse volato a Mosca per incontrare Putin all’inizio della presidenza di turno del Consiglio lo scorso anno.
In effetti, dopo l’impennata elettorale della destra durante le elezioni del Parlamento europeo dell’anno scorso, il muro che tradizionalmente ha impedito ai centristi anche solo di dare l’impressione di collaborare con gruppi populisti di destra o di sinistra (ma quali?) si è sgretolato.
La stessa Ursula von der Leyen ha sorpreso molti quando, durante un dibattito in diretta ospitato lo scorso anno ha dichiarato di essere pronta a collaborare con Giorgia Meloni. Mentre Manfred Weber, presidente del Partito Popolare Europeo di centro-destra aveva precedentemente affermato che il partito era contrario a collaborare con qualsiasi gruppo che non fosse “pro-Europa… pro-Ucraina… [e] pro-stato di diritto”.
Nel caso di Meloni, la politica di Fratelli d’Italia ha moderato le sue posizioni anti-UE da quando ha preso il potere, dando copertura ai leader del PPE. Ma non si può dire lo stesso di Orbán o del primo ministro slovacco Robert Fico, che abbraccia Putin e attacca l’Ucraina.
Quanto a Kickl, i diplomatici hanno detto che è un “ideologo severo” che potrebbe rivelarsi più difficile da gestire rispetto a Orbán, anche se il leader austriaco fosse vincolato da un accordo di coalizione.
L’erosione del muro di protezione è in mostra alla Commissione, dove un membro dei Conservatori e Riformisti europei di destra, Raffaele Fitto, alleato di Meloni, è stato nominato vicepresidente nonostante le proteste della Sinistra e dei Verdi.
Al Parlamento europeo il prossimo capo dell’ECR, l’ex Primo Ministro polacco Mateusz Morawiecki, a dicembre ha detto che avrebbe “collaborato” con il gruppo PPE e Patriots for Europe su questioni economiche, ma le destre di ‘EPP, l’ECR e i Patriots hanno già votato mano nella mano su diverse questioni in discussione.
Tra i governi nazionali, la linea di demarcazione tra populisti di destra e leader conservatori è in gran parte scomparsa, con i partiti populisti che sostengono i leader in Svezia, Finlandia, Croazia, Italia, Paesi Bassi e Repubblica Ceca, oltre che in Italia.
In Francia, il partito Rassemblement National di Marine Le Pen non è al governo, ma detiene un potere considerevole sul governo del Primo Ministro François Bayrou.
Anche in Germania, dove, a causa del passato nazista, molti politici non vorrebbero collaborare con l’estrema destra, sono comunque apparsi segnali di cooperazione locale tra i partiti tradizionali e l’estrema destra Alternativa per la Germania (AfD). Infatti quando i legislatori di centro-destra nello stato tedesco orientale della Turingia hanno voluto tagliare di poco una tassa sulla proprietà locale, lo hanno fatto con il supporto della AfD, partito che peraltro dai sondaggi è al secondo posto nei sondaggi in vista delle elezioni del 23 febbraio.
Indubbiamente la politica oggi più che l’arte di governare è l’arte di conquistare e restare al potere, e allora perché non fare i conti con i populisti e l’estrema destra? Anzi, qualche esponente vicino alla von der Leyen afferma che oggi si tratta di essere “pragmatici e pratici, non morali”.
C’è da augurarsi che tanto pragmatismo anziché umiliare l’odiata UE, moderi i bollenti spiriti di Trump. In fondo oggi sono proprio gli Stati Uniti il “faro” non della democrazia “liberal” tout court, ma della democrazia populista, tanto vale adeguarsi.
E la Sinistra? Non pervenuta!
