di Michele Rutigliano
C’erano una volta le ferie estive degli italiani. Duravano tre settimane, spesso quattro, e coinvolgevano le famiglie al completo. Si partiva in macchina tutti insieme, e si restava al mare o in montagna per un lungo periodo, in una atmosfera distesa, quasi terapeutica. Oggi, tutto questo appare un ricordo sbiadito. Le vacanze sono diventate più brevi, più frammentate e, soprattutto, più care. Secondo i dati Istat, nel 2001 la durata media delle vacanze degli italiani era di 12,3 giorni; nel 2023 si è scesi a 7,4 giorni. È un cambiamento culturale, certo, ma anche profondamente economico. Negli anni della cosiddetta “crescita zero”, con salari stagnanti e un’inflazione che ha eroso il potere d’acquisto, molte famiglie italiane hanno dovuto rivedere le proprie abitudini estive. I rincari legati al turismo sono evidenti: secondo l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, nel 2024 una famiglia di tre persone ha speso in media il 16% in più rispetto al 2022 per una settimana in hotel a 3 stelle, con aumenti anche nei servizi accessori come trasporti locali, ristorazione e attività turistiche.
Vacanze per stranieri, non per italiani
Ho trascorso recentemente due settimane a Ischia, soggiornando in un albergo di Forio. Luogo incantevole, come sempre, e un’ospitalità calorosa, che conferma l’attrattività di questa perla del Mediterraneo. Ma con una sorpresa: la netta prevalenza di turisti stranieri – tedeschi, francesi e slavi – rispetto agli italiani. Nei ristoranti, per le strade e sulle spiagge, si sentiva tanto napoletano, poco italiano ma soprattutto lingue d’oltreconfine. I pochi italiani presenti erano per lo più coppie mature, senza figli, spesso in vacanza grazie a pacchetti benessere o convenzioni con fondi pensione. Questa assenza di famiglie italiane, un tempo protagoniste dell’estate ischitana, racconta più di tanti numeri: i nostri connazionali non riescono più a permettersi vacanze prolungate in luoghi rinomati. E non è solo una questione di costi, ma anche di tempo e flessibilità. La diffusione del lavoro precario e a chiamata, l’assenza di reali tutele per la conciliazione vita-lavoro, rendono difficile pianificare periodi lunghi di ferie. Oggi si parte per pochi giorni, spesso in bassa stagione, o si opta per soluzioni mordi-e-fuggi nei pressi della propria città. Intanto, le località turistiche italiane si adattano a una clientela internazionale, capace di spendere e apprezzare il nostro patrimonio.
Il paradosso del turismo: un motore senza carburante italiano
Secondo i dati di ENIT (Agenzia Nazionale del Turismo), nel 2023 il 55% delle presenze turistiche in Italia è stato rappresentato da stranieri, in crescita rispetto agli anni pre-pandemia. Le località balneari, in particolare, hanno visto un boom di arrivi tedeschi, americani e francesi, attratti dalla bellezza dei luoghi e dal buon rapporto qualità-prezzo rispetto alle mete concorrenti. Un successo, certo, ma anche un paradosso. Il turismo è una delle voci principali del PIL italiano, ma è sempre meno accessibile ai cittadini italiani. Il rischio è evidente: un turismo che esclude i residenti, che alimenta il mercato immobiliare a fini ricettivi (come dimostra il fenomeno Airbnb) e che trasforma i centri storici in parchi tematici per stranieri. A lungo andare, questo modello può generare fratture sociali e culturali. Non si tratta di chiudere le porte al turismo internazionale, ma di creare condizioni affinché anche le famiglie italiane possano tornare a godere del loro Paese. Con incentivi fiscali per le vacanze interne, con formule più accessibili di ospitalità, e con una vera riflessione sul diritto alla pausa, al riposo, alla scoperta lenta dei luoghi. Le vacanze, del resto, non sono solo un lusso: sono parte del nostro benessere, della nostra identità collettiva. Recuperare questo diritto significa anche restituire valore al tempo e alla qualità della nostra vita.
