di Giuliano Longo
Un popolo che soffre
Quando Israele invase il Libano nel 1982, sfruttò le fratture settarie claniche e religiose di un paese sconvolto dalla guerra civile. Oggi la sfida è tenere insieme un paese devastato dalla crisi economica, con l’85%o che vive al di sotto della soglia di povertà.
Le autorità libanesi hanno aperto 500 scuole per ospitare gli sfollati in tutto il paese, ma più di 1 milione di persone sono fuori dalle loro case e a migliaia dormono sulle spiagge, sotto i ponti e nelle strade o in accampamenti improvvisati di tende. Nonostante i malumori emergenti verso Hezbollah tutti i libanesi concordano su un diffuso sentimento antisraeliano, mentre i pericoli della completa disgregazione (polverizzazione) del Libano non fanno che aumentare quanto più si protrae l’offensiva di Israele, e la gente si sta preparando al peggio.
I timori per le conseguenze dell’occupazione israeliana
Il sospetto di molti libanesi non solo è che gli israeliani rimangano sul loro territorio per un’occupazione prolungata (ci sono rimasti 18 anni dopo l’invasione del 1982), ma che abbiano anche nel mirino un territorio ben oltre il fiume Litani, la Linea Blu dietro la quale Hezbollah dovrebbe ritirare le sue truppe, come vorrebbe Tel Aviv sulla scorta di accordi internazionali.
Non è un caso che ai civili libanesi è stato ordinato di fuggire a nord di un altro fiume, più all’interno del Libano, l’Awali, a più di 60 chilometri dal confine con Israele.
Questo ampliamento dell’area designata per le operazioni israeliane, insieme alla decisione di richiamare altre quattro brigate di riserva a metà settimana per operazioni transfrontaliere, alimenta il panico fra la popolazione nel timore che il paese possa essere nuovamente schiacciato sull’incudine di una guerra.
Il Libano senza Governo e senza Stato
I Raid e gli attacchi di Israele Gli nGli attacchi di Israele on sono figli soltanto delle tensioni scatenatesi in Medio Oriente a partire dall’aggressione criminosa di Hamas dal 7 ottobre 2023.
Ma hanno radici anche nel processo di indebolimento dello Stato libanese, ormai più simile a una istituzione nominale, senza un reale potere sul territorio e senza un proprio apparato di stato su cui contare.
Con un Governo fragile o addirittura inesistente, Israele ha avuto buon gioco nello scontro diretto con Hezbollah, unica forza militare in grado di difendere i confini del Paese, mentre non ci sono state reazioni di un esercito nazionale che pure dovrebbe esistere.
Qualche osservatore paragona la situazione del Libano alla Autorità Nazionale Palestinese (Anp). Creata a seguito degli accordi di Oslo del 1993 dovrebbe rappresentare una guida politica per i palestinesi. Esiste un presidente, Abu Mazen, esiste un Governo ed esiste anche una piccola forza di polizia. Ma su Gaza, sulle incursioni nei territori della Cisgiordania l’Anp non ha voce in capitolo.
Così come il Governo libanese, con l’aggravante che Beirut, a differenza del Governo di Ramallah, ha dalla sua un territorio definito (e nona macchie di leopardo come in Cisgiordania) in cui esercitare una sovranità riconosciuta internazionalmente.
La crisi e la paralisi politica e gli accordi di Taif
Il Libano oggi non ha un vero Governo dal maggio del 2022, data delle ultime elezioni legislative. Da allora il Parlamento non è ancora riuscito a indicare un nuovo esecutivo, con il premier Miqati in carica da quasi 30 mesi solo per l’ordinaria amministrazione.
Inoltre non c’è nessuno che possa conferire l’incarico a un Presidente del Consiglio perché dall’ottobre del 2022 il Libano è senza capo dello Stato. Quindi il Paese vive da due anni nella paralisi politica mentre, oltre alle tensioni tra Hezbollah e Israele, deve affrontare la crisi una devastante crisi economica e sociale.
La causa principale di questo impasse è il fallimento degli accordi di Taif del 22 ottobre 1989, che prevedevano una spartizione del potere su base confessionale. Il disarmo di tutte le milizie libanesi, sia cristiane sia musulmane.
Accordo che l’allora ministro, il gen Michel Aoun cercò di applicarlo, e di estendere il controllo dell’esercito alle regioni cristiane , con cui si scontrò, come pure si urtò col rifiuto delle milizie sciite di Hezbollah. L’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq ne affrettò il tramonto politico: gli USA dettero allora il via libera alla Siria in cambio del suo sostegno alla guerra del Golfo.
La guerra civile finì così nell’ottobre1990 con l’allontanamento del gen. Aoun, a seguito di un’offensiva condotta dall’esercito siriano delle FAD, che di fatto pose fine alla guerra civile, con il paese ormai sotto il controllo di Damasco.
Successivamente riequilibrati i rapporti di forza per l’èAssemblea Nazionale tra le confessioni maggiori, previsti dal Patto Nazionale del 1943, si fece in modo che il numero di deputati musulmani fosse, a partire dalle successive elezioni, pari al numero dei deputati cristiani; furono aumentati inoltre i poteri e le prerogative del primo ministro (musulmano sunnita) a scapito del Presidente della repubblica (cattolico maronita).
Un popolo che non è una Nazione
La complessità di questi eventi spiega perché il Libano non s ia una Nazione, ma agglomerato di più comunità e clan che pensano solo a salvarsi senza alcun sentimento di natura unitaria. Di qui la preminenza di una forza politico militare combattente qual è Hezbollah che tuttavia nazionale non è essa stessa perché risponde agli ordini di Teheran.
Terra di conquista sin dalle Crociate oggi rischia di sprofondare in un sanguinoso caos cui solo le grandi potenze possono porre fine tenendo a bada l’aggressività di Netanyahu . Ma escluso il fragile intervento dell’ONU e le contraddittorie richieste di Biden, comunque e sempre al fianco di Israele, l’unica voce di qualche peso levatasi rimane quella di Macron e della Francia che vanta storici legami con quel Paese. L resto è nebbia o peggio, cattiva volontà.
aggiornamento la crisi mediorientale ore 14.00
