Secondo un’inchiesta del New York Times, Israele ha speso oltre un milione di dollari in propaganda per influenzare l’Eurovision.
di Roberto Vivaldelli (*)
Per oltre un anno, mentre il mondo seguiva le esibizioni scintillanti e i costumi stravaganti dell’Eurovision Song Contest, dietro le quinte si consumava una battaglia silenziosa ma feroce. Una guerra di propaganda. Un’inchiesta del New York Times rivela oggi i dettagli di una campagna organizzata dal governo israeliano per trasformare la competizione canora più seguita al mondo in un potente strumento di propaganda nazionale, con una spesa di almeno un milione di dollari e un’intensa attività diplomatica che ha rischiato di destabilizzare l’intero concorso.
L’indagine, condotta in dieci Paesi europei attraverso oltre cinquanta interviste e l’analisi di documenti interni dell’Unione europea di radiodiffusione (EBU), dipinge il ritratto di un governo, quello di Benjamin Netanyahu, che avrebbe visto nell’Eurovision un’occasione unica per ribaltare l’isolamento internazionale legato alla guerra a Gaza e alle accuse di genocidio davanti alle Nazioni Unite.
La svolta: dal boicottaggio alla vittoria inaspettata
La crisi è esplosa durante l’edizione del 2024 a Malmö, in Svezia, la prima dopo l’inizio del conflitto. Diversi Paesi, tra cui Islanda e lovenia, minacciavano il boicottaggio. La cantante israeliana Eden Golan, nonostante il clima di protesta, ottenne un sorprendente secondo posto, trionfando nel voto del pubblico in nazioni dove il sentimento pro-palestinese è storicamente forte. Un risultato che, secondo l’inchiesta, non sarebbe stato né spontaneo né casuale.
Documenti finanziari ottenuti dalla testata israeliana The Seventh Eye e condivisi con il Times mostrano che il governo Netanyahu aveva stanziato oltre 800.000 dollari in pubblicità online per promuovere Golan. Una cifra che sale a oltre un milione considerando le spese per l’edizione successiva. Una parte di quei fondi, rivelano i registri, proveniva direttamente dall’ufficio del primo ministro per la hasbara – termine con cui Israele definisce la sua propaganda all’estero – con una specifica voce dedicata alla “promozione del voto”. «Tutti sono gelosi perché Israele ottiene grandi risultati», si è difeso Doron Medalie, ex autore di canzoni israeliane per l’Eurovision, che ha ammesso che il governo promuove i propri artisti almeno dal 2018. «Israele spende così tanto per la sicurezza – ha aggiunto – che è giusto che il governo finanzi la promozione».
La vulnerabilità del voto: bastano poche centinaia di fan
Il cuore dell’inchiesta rivela una debolezza strutturale del concorso. L’analisi dei dati di voto, finora tenuti segreti dagli organizzatori, dimostra che in molti Paesi il numero di spettatori che partecipa al televoto è sorprendentemente basso, a volte poche migliaia. In questo contesto, una campagna coordinata che inviti a votare il massimo consentito (20 volte) potrebbe essere decisiva.
«Basterebbero poche centinaia di persone che votano ripetutamente per ribaltare l’esito di un’intera nazione», spiega l’analisi del Times.
Ed è esattamente quello che è successo. Durante l’edizione del 2025 a Basilea, lo stesso Netanyahu ha condiviso un post su Instagram esortando i fan a votare “20 volte” per la rappresentante israeliana Yuval Raphael, che poi ha vinto il voto del pubblico. Grafiche identiche sono state diffuse da gruppi filo-israeliani in tutta Europa, mentre il vice ambasciatore israeliano in Austria, Ilay Levi Judkovsky, ha ammesso di aver contattato personalmente la diaspora per mobilitare i consensi.
La diplomazia parallela di Tel Aviv
L’influenza israeliana non si è limitata ai social media. Nell’autunno del 2025, mentre l’EBU era dilaniata da richieste di espulsione, i diplomatici israeliani hanno avviato una pressione senza precedenti sui broadcaster europei. «Sono un po’ sorpreso che questa sia una questione di cui si sta occupando l’ambasciata», scrisse perplesso Stefan Eiriksson, capo della televisione islandese, a un diplomatico israeliano che chiedeva un colloquio a dicembre.
La campagna di pressione su Eurovision fa parte di una più ampia strategia globale di cui abbiamo più volte parlato sulle colonne di questa testata. Come abbiamo già spiegato, non è solo una questione di immagine, ma di sopravvivenza strategica. Con un bilancio della propaganda decuplicato in meno di due anni, Israele ammette – attraverso i numeri – che la sua reputazione globale, per via di Gaza e dei fronti aperti in Medio Oriente, è precipitata a livelli mai visti dalla sua fondazione. Secondo la legge di bilancio approvata a marzo, lo Stato ebraico ha stanziato 730 milioni di dollari per la direzione nazionale di pubblica diplomazia, l’hasbara. La cifra rappresenta un incremento vertiginoso rispetto ai 150 milioni dell’anno scorso, che a loro volta erano già venti volte superiori alle spese pre-2023. A giustificare questa spesa faraonica è il tracollo dell’immagine israeliana negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Ma se parliamo di musica, torna in mente la lezione dei Beatles che già nel 1964 cantavano Can’t Buy Me Love: i soldi non comprano l’amore. E proprio per questo, anche questa imponente operazione rischia di produrre risultati limitati per Israele. Non a caso, nell’edizione 2026 dell’Eurovision Song Contest in corso in questi giorni a Vienna, cinque Paesi storici – Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna – hanno annunciato il loro ritiro in segno di protesta contro la partecipazione israeliana. Si tratta del boicottaggio più ampio della storia recente della manifestazione.
(*) InsideOver
