La guerra di Trump

L’incontro fra Putin e Araghchi potrebbe favorire una pace fra Iran e USA?

di Giuliano Longo (*)

 

I commenti odierni della stampa italiana sull’incontro a San Pietroburgo fra Putin il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, sono per lo più orientati sul tentativo del leader russo di rientrare nel gioco diplomatico internazionale sul conflitto Iran Usa, come se fino ad oggi ne fosse stato escluso, ma è veramente così?

 

Leggendo i generici comunicati delle agenzie di ieri Putin, tutto sommato, si sarebbe limitato a sostenere che la Russia a San Pietroburgo farà tutto il possibile “per portare la pace in Medio Oriente il più rapidamente possibile”.

 

Inoltre ha riferito di aver ricevuto la scorsa settimana un messaggio dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che di fatto smentisce le voci – prevalentemente israeliane – che sia stato gravemente ferito o addirittura moribondo. e quindi non in grado di gestire sia il controllo degli apparati di intelligence e difesa in mano ai Guardiani della rivoluzione.

 

Sin qui nulla di nuovo se non fosse che 17 gennaio 2025, la Russia e l’Iran hanno firmato a Mosca il “Trattato di Partenariato Strategico Globale” che ieri anche Putin ha ricordato.

 

Un n accordo – definito storico dai contraenti – della durata di vent’anni che eleva le relazioni tra i due Paesi a un livello di alleanza formale senza precedenti, ma che non è un accordo di mutua difesa militare come quello fra la Russia e Corea del Nord.

Eppure il trattato, composto da 47 articoli, copre quasi ogni settore della cooperazione bilaterale anche su due capitoli fondamentali:

Difesa e Sicurezza: che prevede esercitazioni militari congiunte, lo scambio di tecnologie per la difesa (come i droni già impiegati nel conflitto ucraino), visite reciproche di navi da guerra nei porti e la formazione di ufficiali.

Energia e Nucleare: che rafforza la collaborazione nel settore energetico e potrebbe includere il supporto russo per la costruzione di nuove centrali atomiche in Iran.

 

Il 3 febbraio 2026, questo asse si è ulteriormente ampliato con la firma di un patto strategico trilaterale tra Russia, Iran e Cina che formalizza il coordinamento politico, economico e di sicurezza tra le tre nazioni.

 

In apparenza Cina e Russia hanno mantenuto un atteggiamento molto cauto sul conflitto in corso, puntando sulle vie diplomatiche, tanto che lo stesso Trump di fronte alle notizie di un sostegno militare di Pechino all’Iran ha minimizzato affermando che è ben poca cosa e quindi irrilevante, con una cautela verbale piuttosto insolita per il focoso e loquace Tycoon.

 

Ma per la Russia potrebbe essere un’altra faccenda.

Anche se non è escluso un sotterraneo gioco delle tre carte finalizzato a limitare le conseguenze globali di un conflitto che nuoce prevalentemente alla Cina, ma avvantaggia la Russia con il via libera temporaneo alle sue esportazioni di petrolio, semiembargate soprattutto per l’India.

 

Eppure secondo una inchiesta del Wall Street Journal la Russia già condividerebbe tecnologie avanzate e di intelligence usate per colpire gli obiettivi in Israele e le forze statunitensi in Medio Oriente.

Mosca è sicuramente interessata a limitare la potenza militare statunitense che impegnata nell’area del Golfo sviando l’attenzione di Washington sulla questione Ucraina.

Tanto che anche Zelensky si affanna ad entrare nel gioco offrendo appoggio militare a destra e a manca, ma anche ai paesi del Golfo e addirittura a Israele con i suoi droni la cui produzione in Ucraina ha raggiunto livelli di eccellenza.

Secondo le fonti del WSJ  la Russia avrebbe iniziato a fornire immagini satellitari delle posizioni delle forze statunitensi in Medio Oriente, provenienti da una serie di satelliti gestiti dalla divisione aerospaziale dell’esercito russo, nota come VKS, ma fornirebbe anche droni iraniani Shaede modificati.

Lw informazioni condivise dalla Russia con l’iran sarebbero simili a quelle che gli Stati Uniti forniscono da anni all’Ucraina. In un’intervista del 13 marzo Trump ha detto che è molto probabile che la Russia stia aiutando «un pochino» l’Iran. Aggiungendo «È un po’ come dire: “Ehi, loro lo fanno e lo facciamo anche noi, in tutta onestà. Loro lo fanno. E lo facciamo anche noi”».

In realtà, la collaborazione militare fra Russia è stata confermata anche dallo stesso ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che prima del suo viaggio in Russia ha riferito che «c’è sempre stata e ci sarà in futuro» e che in queste settimane la Russia «ci sta aiutando in molti modi diversi».

Se l’opinione diffusa a Washington è che la Russia potrebbe aiutare ancora di più il regime iraniano, ma che non lo fa anche per evitare di irritare troppo Donald Trump, l’incontro di ieri a San Pietroburgo potrebbe anche venir interpretato come un segnale a Trump che in qualche modo la Cina condivide, pur restando nell’ombra.

Infine c’è una possibilità che riguarda lo spinoso nodo dell’uranio arricchito iraniano che per gli americani già costituisce una minaccia nucleare.

A metà aprile la Russia ha confermato e rilanciato la propria disponibilità a trasferire e ospitare le scorte iraniane di uranio arricchito sul proprio territorio.  Mosca propone di farsi carico del trasporto e della messa in sicurezza dell’uranio altamente arricchito, con l’obiettivo. L’obiettivo sarebbe quello di inserire questo passaggio all’interno di una intesa tra Washington e Teheran.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha ribadito che l’offerta – già avanzata in passato da Putin durante i contatti con gli Stati Uniti e i paesi dell’area – rimane valida ma non è stata ancora formalmente presa in considerazione dalle controparti.

Mosca si posizionerebbe così come garante tecnico e logistico, facendo leva sulla propria capacità industriale di gestire l’uranio e sulla possibilità di riacquistarne una parte. Come è già avvenuto in passato con l’accordo internazionale dal quale Trump si è sfilato nel 2018, già al suo primo mandato.

Ovviamente Teheran ribadisce che l’uranio deve restare a casa sua tanto più che gli attacchi di luglio e quelli attuali, non avrebbero distrutto le installazioni nucleari, come annunciato da Trump e Nethanyahu e indirettamente dalla stessa AIEA che non ha mai rilevato emissioni di radiazioni.

Ma forse questa partita nucleare – che ha giustificato l’attacco all’Iran più che il sostegno ad una opposizione interna oggi messa nell’angolo dal furor patriottico- potrebbe anche riaprirsi, nonostante sia diventata un punto d’onore per le parti che non vogliono perderci la faccia.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

Related posts

Papa: “Soddisfazione per tregua, segno di viva speranza”

Redazione Ore 12

Trump posta foto con mitragliatrice, Teheran si dia una svegliata

Redazione Ore 12

  Iran: Trump, ci chiedono riapertura Hormuz, sono al collasso. Cnn, presto nuova proposta pace

Redazione Ore 12