Politica

  L’opinione – Se si scavasse anche in Italia, quanti Le Pen troveremmo?

di Riccardo Bizzarri

La notizia è di quelle destinate a lasciare il segno: Marine Le Pen, leader del Rassemblement National (ex Front National), e otto eurodeputati del suo partito sono stati condannati per appropriazione indebita di fondi pubblici. Il tribunale di Parigi ha ritenuto provata l’esistenza di un vero e proprio “sistema” nel quale i fondi europei, destinati a retribuire gli assistenti parlamentari, venivano utilizzati per pagare persone che in realtà lavoravano per il partito, non per le istituzioni.

Secondo la presidente del tribunale, Bénédicte de Perthuis, non ci sono dubbi: i contratti erano fittizi, gli incarichi erano solo sulla carta, e chi riceveva lo stipendio non svolgeva compiti per i deputati europei ma per la macchina del partito. Un sistema oliato, strutturato, che ha generato un danno alle casse pubbliche stimato in 2,9 milioni di euro. La stessa Marine Le Pen, secondo i giudici, era “al centro di questo sistema, dal 2009, con autorità”.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: e se si scavasse anche in Italia? Se una simile inchiesta venisse condotta con lo stesso rigore — dai piccoli comuni fino ai palazzi romani — quanti casi analoghi verrebbero alla luce?

La politica come macchina autoreferenziale

L’Italia, si sa, è patria di creatività anche amministrativa. Nei piccoli comuni come nei grandi enti pubblici, è spesso difficile distinguere il confine tra chi lavora per l’interesse collettivo e chi, di fatto, è al servizio di un gruppo politico, di una lista elettorale o, peggio ancora, di una singola persona.

Assistenti, consulenti, portaborse, segretari personali, addetti stampa: ruoli che dovrebbero servire le istituzioni ma che, troppo spesso, vengono assegnati secondo logiche di appartenenza e fidelizzazione, non di competenza. Il loro stipendio? Pagato con fondi pubblici, ovviamente. Con i soldi di tutti.

Lo stesso meccanismo che ha portato alla condanna di Le Pen  è tollerato anche nella nostra amministrazione pubblica?. Quante persone lavorano in realtà per il partito, pur figurando nei ruoli istituzionali? Quanti stipendi servono a mantenere vivo un consenso personale, a garantire un controllo del territorio, a preparare le prossime elezioni?

Una questione etica prima ancora che legale

Il problema non è solo giuridico, è profondamente etico e culturale. Come ricordava Plutarco, «chi comanda deve rendere conto a chi lo ha scelto, e non usarne la fiducia come un mantello per i propri fini».

Il potere, se non è contenuto da regole chiare e da una morale condivisa, diventa facilmente terreno fertile per gli abusi.

Non è un caso che Montesquieu ammonisse con lucidità: «Ogni uomo che ha potere è portato ad abusarne; egli va fino a quando non trova dei limiti». E troppo spesso, in Italia, quei limiti mancano. O vengono aggirati con astuzia.

Lo stesso Piero Calamandrei, padre costituente, ci ricordava che «la democrazia è una conquista quotidiana». Non basta votare ogni cinque anni: serve vigilanza costante, serve trasparenza, serve il coraggio di denunciare le distorsioni che minano la credibilità delle istituzioni.

Eppure, chi si ribella a questi meccanismi viene spesso isolato, tacciato di ingenuità, quando non accusato di tradimento. Perché, in fondo, il sistema regge proprio su quel silenzio diffuso e sulla normalizzazione dell’abuso.

Quando la politica diventa impiego personale

In molti contesti locali — e non solo — la politica è ormai vissuta come una professione privata, un mezzo per garantire il proprio futuro e quello di amici e sostenitori. Lavorare per il “bene comune” è diventato quasi un cliché buono per le campagne elettorali, ma nella quotidianità amministrativa si trasforma spesso in un esercizio di controllo, spartizione e vantaggio.

Si assume “chi serve”. Si nomina “chi garantisce”. Si finanzia “chi porta voti”. Ma il conto, alla fine, lo paga sempre il cittadino. Anche in Francia, il sistema di Marine Le Pen è andato avanti per anni sotto gli occhi di tutti. Solo un’inchiesta giudiziaria profonda e indipendente ha fatto emergere la verità.

Non è utopia chiedere trasparenza

C’è chi dice che così è sempre stato. Che è impossibile cambiare. Che “in fondo lo fanno tutti”. Ma questo cinismo diffuso è proprio il carburante che alimenta le peggiori degenerazioni. Come diceva Antonio Gramsci, «il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Se continuiamo ad accettare passivamente l’idea che politica e clientelismo siano inseparabili, continueremo a vivere nell’interregno della sfiducia e del degrado democratico.

L’indignazione non basta più. Serve un nuovo patto di trasparenza tra cittadini e istituzioni. Serve che i media, la società civile, le opposizioni — quando sono realmente tali — vigilino. Serve che chi lavora nella cosa pubblica lo faccia davvero per tutti, e non solo per chi ha la tessera giusta in tasca.

“A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, diceva Giulio Andreotti. Ma a pensar bene, a credere che un’altra politica sia possibile, è oggi un atto rivoluzionario. E necessario.

aggiornamento caso Le Pen ore 14.39

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