di Giuliano Longo
Volodymyr Zelensky ha già commissionato agli stati Uniti un immediato acquisto di armi per 90 miliardi che pagheranno gli alleati europei.
Venerdì il ministro della Difesa di Kiev, Denys Shmyha ha reso noto che l’Ucraina ha bisogno di oltre 100 miliardi di euro per finanziare la sua difesa nel 2026, indipendentemente che la guerra continui o si arrivi a un accordo di pace.
“Se la guerra continua, avremo bisogno di almeno 120 miliardi di dollari per il prossimo anno”, ma anche se i combattimenti cessassero, “avremo bisogno di una somma solo leggermente inferiore” per “mantenere il nostro esercito in buone condizioni”, ovviamente in caso di un nuovo attacco russo…ma allora sarebbe già la guerra mondiale.
Cento miliardi che Kiev non potrà erogare di tasca propria in considerazione del suo sistema economico finanziario praticamente in bancarotta che sopravvive solo grazie agli aiuti internazionali.
Trump non è più disposto a regalare a Kiev aiuti economici e militari, e ha già detto chiaramente che a pagare le prossime forniture saranno gli alleati NATO europei e canadesi.
Mentre il risarcimento degli aiuti sinora erogati dagli Stati Uniti che in parte sarebbe stato garantito dalla cessione di diritti sulle “terre rare”, pare ormai sfumare nelle nebbie della propaganda o del noto velleitarismo trumpiano.
Per non farsi mancare niente la presidente dell commissione bilancio della Rada ucraina Roksolana Pidlasa, ha dichiarato che “L’Ucraina spende il 31% del suo PIL per la difesa, la quota più alta al mondo” e che “un giorno di guerra costa attualmente all’Ucraina 172 milioni di dollari” senza contare le spese ordinarie per la sopravvivenza dell’Ucraina come Stato..
Una pezza a questa emorragia finanziaria occorre pure trovarla e i falchi d’Europa, in primis la falchetta von der Leyen, da tempo puntano decisamente a mettere le mani sui 250 miliardi di euro russi congelati in Occidente dall’inizio dell’invasione, di cui 210 depositati in Belgio. Inizialmente l’idea riguardava la “ricostruzione” dell’Ucraina ma oggi viene detto chiaramente che debbono essere utilizzati per finanziare la sua difesa.
Nonostante il disappunto di Zelensky l’Europa non ha ancora deciso per timore delle ripercussioni finanziarie globali, ma nel frattempo la bellicosa Ursula – che appare più come la vera segretaria della Nato che non la Presidente della commissione Europea anche sul piano militate– ha già annunciato che l’Unione Europea utilizzerà gli interessi di questi beni per erogare un nuovo “prestito di riparazione” all’Ucraina.
Un’idea che comunque circolava da almeno due anni,meglio tardi che mai.
Davvero pochini se consideriamo le richieste ucraine per finanziare il bilancio della Difesa del prossimo anno – in guerra o in pace non conta- che ricadranno sull’Europa che già deve riarmarsi destinando buona parte dei prossimi investimenti alle big militari statunitensi. Insomma mei conti UE d’ora in poi occorrerà metterci quelli del “riccio armato” ucraino contro la Russia auspicato da Ursula in fase di velleità napoleonica
Già i 12 settembre il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius buono per tutti i Governi – ieri di sinistra oggi conservatore- ha segnalato un fabbisogno aggiuntivo di oltre 10 miliardi di euroal bilancio nei prossimi due anni per il sostegno militare all’Ucraina. Anzi ne aveva chiesto subito 16 ma gliene sono stati concessi 9 che potrebbero limitare cooperazione industriale con Kiev già pianificata.
Ma si tratta di quisquiglie se si considera che Berlino è ed è stato il maggiore investitore fra gli alleati di Kiev (dopo gli stati Uniti di Biden) e il Governo ha già deciso di raggiungere a breve la mitica soglia del 5% del PIL per le spese militari come previsto dalla NATO e imposto da Trump senza tante storie.
L’unica ha lanciare l’allarme è stata l’esponente della sinistra minoritaria e ritenuta filorussa, Sahra Wagenknecht, (BSW) sostenendo che l’attuale governo sta imprudentemente trascinando il Paese verso un conflitto con la Russia.
“Abbiamo un governo che potrebbe sconsideratamente trascinare la Germania in una guerra”, ha dichiarato sottolineando che Berlino sta preparando nuove e pericolose misure, compreso l’invio di truppe, mentre alcuni parti politiche premono già per il ristabilimento di una sorta di leva obbligatoria.
Ma se Sahara conta politicamente ben poco, invece la stampa russa ci sguazza affermando che il riarmo della Wermatch suona molto come le velleità militariste del Terzo Reich, con Merz che vuole a breve le forze armate più forti d’Europa in competizione con quelle Ucraine e Probabilmente polacche che lo sono già.
Ma veniamo all’Italia che dice di non essere in guerra con la Russia, ma è tenuta alla solidarietà Europea e NATO spesso ribadita con indeflettibile fede anche da Mattarella.
Venerdì il ministro dell’Economia e delle Finanze Giorgetti in videocollegamento con la Festa nazionale dell’UDC ha affermato “mi sono sentito in dovere in dire che gli impegni internazionali, le spese in Difesa e il sostegno all’Ucraina non sono gratis“ quindi questi soldi per il nostro riarmo bisogna trovarli anche a scapito dei tanto desiderati sgravi fiscali voluti dalla Lega per le solte partite IVA.
Concetto che Giorgetti aveva ribadito in precedenza al Gotha di Cernobbio affermando che nonostante “la pressione” delle spese per la difesa, quelle dello Stato sono in ordine e la crescita sarà con ogni probabilità quest’anno allo 0,6% e quindi la prossima Legge di Bilancio non porterà con sé alcuna nuova stretta.
Sicuramente confortante se la crescita si manterrà a quel (basso) livello e se gli investimenti militari non diverranno ancora più urgenti visto il continuo rullare dei tamburi di guerra, come ha ammesso lo stesso Giorgetti che peraltro teme che i futuri investimenti non vadano poi tanto a vantaggio per l’industria della nostra Difesa.
Preoccupazione legittima, ma che contrasta con le più continue dichiarazioni di Giorgia Meloni che intende sostenere Kiev ad ogni costo.
Ma quali costi? Qui si continua a navigare nelle nebbie dei proclami mentre Germania, Polonia e paesi del nord Europa e la stessa Nato già ne parlano apertamente (anzi già stanziano risorse) e da noi si fanno giochini quali quello di furbesco di imputare ai costi militari a quelli per la costruzione del ponte di Messina.
Idea che ha fatto sbellicare dalle risa i vertici Nato secondo i quali l’eventuale continuo transito di mezzi pesanti militari (senza considerare i missili russi) potrebbe pure far crollare il “Salvini Dream”, e non in senso figurato.
Né ci risulta che la stessa opposizione, in tutt’altre (irrilevanti) faccende affaccendata, abbia chiesto chiarezza di prospettive sui costi passati, presenti e futuri che la guerra in Ucraina comporta per l’Italia, ovviamente per motivi di sicurezza, ma di chi?
Ora Giorgia, sia pure talora in videoconferenza, si unisce alle intenzioni dei “volenterosi” – un po meno i francesi, ora alle prese con una crisi quasi istituzionale – ma di soldi non ha ancora parlato se non che in futuro (uno, cinque, dieci anni?) anche noi raggiungeremmo il fatidico 5% di spese per la difesa.
Ovviamente contribuendo anche a quella dell’ucraina, magari a tempi indefiniti come voce fissa del nostro bilancio statale, tanto più quando Kiev entrerà nella UE, con o senza l’amico Zelensky.
