di Fulvio Grimaldi (*)
Per suscitare una buona disposizione alla lettura di questo mio testo, lo introduco con un furto indecente alla testata “Sinistra in rete”, dove mi ha colpito una visione davvero originale del fenomeno “Flotilla”, nostro tema ordierno. Ve ne riproduco qui un capoverso. Poi scendiamo ai piani prosaici dell’articolo mio.
Global Sumud Flotilla: eterotopie di contestazione nello spazio liscio, di Paolo Lago
Le navi della flottiglia sono mitiche anche perché si spostano come le navi degli eroi antichi creatrici di storie…. Così, la Flotilla apre il nostro immaginario a un’idea di libertà, scava in profondità nel malato immaginario contemporaneo occidentale incasellato in vuoti e imposti schemi di pensiero dominati dall’indifferenza, colpisce e ferisce nel profondo il pensiero unico dell’Occidente capitalista… Flotilla è anche questo: un poema che apre nuovi squarci possibili al nostro immaginario, apre varchi di fuga e di resistenza all’irreggimentazione incasellante del pensiero.
Incominciamo. Mi corre l’obbligo… come direbbe colui a cui l’italiano pare bello com’era e come sarebbe senza la fregola di anglicizzarlo, al pari di cent’anni fa quando c’era, per figurare in società, quella di francesizzarlo.
Mi corre l’obbligo di parlare un tantino di me. Ma solo in quanto assurto – o disceso – al ruolo di uno cui è capitato di finire in prima fila, insieme alla sua compagna, in una batracomiomachia che ha imperversato per buona parte della stagione.
L’AntiDiplomatico è stato il campo di battaglia privilegiato in cui si è svolta la disputa, sia perché ospita alcuni dei contendenti più impegnati nella pugna, sia perché, per sue doti di saggezza, equilibrio e lungimiranza, all’un fronte come all’altro ha dato piena libertà di suonare le proprie trombe. Eliminando gli orpelli dialettici, si tratta di chi della Flottiglia Global Sumud ha una buona idea, e chi no; di chi della Palestina e Gaza ritiene di dover evidenziare i tratti umanitari imposti dalla condizione di atroce vittima, e chi ritiene urgente fare emergere l’essenzialità della sua natura politica e di resistenza combattente. Ovviamente le divergenze così descritte daranno la stura a nuove rettifiche e contrapposizioni, ma per ora lì stiamo e da lì proseguiamo.
Per chi, rientrando al lavoro giornalistico dopo la consueta sospensione estiva, volesse esordire, a rafforzamento della memoria che non è mai abbastanza, con un quadro riassuntivo delle situazioni e degli eventi succedutisi tra giugno e settembre, magari in termini meno cronachistici e più epistemologici, si troverebbe ad avere un bel da fare.
Un tempo, i giorni tra fine giugno e metà settembre riempivano di sole, viaggi, vacanze, spensieratezza, e, soprattutto, gossip e sospensione degli accadimenti importanti, locali ed esteri, quella che gli arguti britannici chiamavano la silly season, la stagione sciocca, vuota di cose serie.
Silly Season, o catastrophic season
La silly season ce la siamo giocata insieme alla pace, alla democrazia, alla cura delle istituzioni per noi stessi e per chi ci è caro, alla lentezza, alla contemperazione dell’interesse dei pochi con quello dei tanti, chiamando tutto questo “progresso”. Da un po’ in qua pare addirittura che la silly season, caratterizzata dal dolce succeder niente, sia diventata stagione del succedere più forsennato e, addirittura drammatico, perfino epocale. Lo fanno, quelli che le cose le fanno, perché pensano di trovarci distratti? Non so, comunque stare dietro alla baraonda di colpi di scena, drammi, tragedie, perfino a pandemie di violenze infantili e travolgimenti stradali, è diventato impresa titanica.
Pensate soltanto a quanto un cronista avrebbe dovuto affrontare, notiziare, commentare, analizzare, nello scorcio dell’anno in considerazione. Alla rinfusa: spettacolari False Flag tra droni russi, ricomposti in Ucraina e lanciati in bocca a chi non vede l’ora di far saltare per aria tutto, e ritardi dei voli di Ursula, per noi tutti abituali, che diventano attentato hackerista russo; Israele (tutto, non solo Netaniahu!) che, allargando a 7 le sue guerre al mondo, per uccidere coloro con i quali dovrebbe negoziare, bombarda, toppando, l’alleato principale nel Golfo del suo principale alleato; il risveglio in Cina del mondo raziocinante nel vertice dello SCO che sorride ai BRICS. Lo squallore infinito dei galli castrati in lotta tra loro nelle regionali. Alcaraz che trionfa sul tirolese colonizzato che dichiara di essere “orgoglioso di essere italiano”.
I ricchi che cospirano contro di noi a Cernobbio. Un ponte che non starà mai in piedi, ma che si materializza nelle polluzioni notturne di Salvini e nei vaticini di bilancio di Webuild, mentre da Palermo a Messina, o da Taranto a Reggio Calabria, ci si mette di più del viaggio di Jules Verne attorno al mondo; 150.000 fascisti inneggianti al fascismo schiamazzanti a Londra, in parallelo con esercito e Marines spediti da Trump nelle maggiori città USA a rastrellare migranti stanziali da decenni e manifestanti pro-Palestina; la fregola belluina e bellica di quasi tutti i capiregime d’Occidente che, con Trump, esaltano la prospettiva dell’apocalisse ribattezzando “di Guerra” il ministero della Difesa; tutto questo in significativa coincidenza con la ribadita dimostrazione di Seymour Hersh che il Nord Stream è stato fatto saltare dai sub del Pentagono per forzare gli europei alla guerra contro il loro garante di benessere energetico (altro che gentile depistaggio meloniano, col malcapitato ucraino, per esonerare chi ci sta costringendo a martellarci il patrimonio riproduttivo comprando gas liquido USA a cinque volte tanto); e, come antidoto a tutto questo, per i momenti del buonumore nostro e dei BRICS, il vertice in Cina dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, SCO. Vi sembra poco?
Tocca al Venezuela?
Basta? Vogliamo metterci il lutto internazionale per Armani e domestico per Emilio Fede? O magari, andando sul sodo, la vendetta dei revanscisti con l’epocale sgombero del Leoncavallo? Potrei continuare per dieci delle mie puntate sull’Antidiplomatico. Ma ne aggiungo una, che ha fatto vibrare l’intero subcontinente, Caraibi compresi. Bulimico di scazzi che gli garantiscano introiti, ora il bimbominchia ha rilanciato il concetto “Cortile di casa” da applicare all’America Latina. Quella delle più grandi riserve di idrocarburi, ossigeno e acqua, litio e tutto quanto deve garantire l’obesità industriale e militare degli USA.
Una flotta di navi da guerra, con incrociatori lanciamissili, sommergibili, navi da sbarco, appoggio aereo davanti alle coste venezuelane. Tre aggressioni, in acque venezuelane ad altrettante imbarcazioni del paese della rivoluzione bolivariana. 11 vittime, poi altre 3. Taglia di 50 milioni per chi cattura, o fa catturare, o uccide, il presidente Nicolàs Maduro, definito narcotrafficante e capo di un fantomatico Cartello dei Soli (l’ex-vice segretario dell’ONU e responsabile antidroga, Pino Arlacchi valuta il Venezuela capofila degli Stati eliminatori di coltivazione e traffico di droga), intensificazione delle sanzioni, incursioni terroristiche di bande di para militari e narcos dalla Colombia. Il Venezuela descritto da Trump e Rubio “minaccia esistenziale agli Stati Uniti”. Un tentativo di riprendersi i più ricchi giacimenti di idrocarburi del mondo, che si vedrà fino a che punto potrà essere contrastato dalla mobilitazione in atto delle forze armate bolivariane (FANB) e delle milizie popolari.
Tutto questo, un’intera cartella, scompare, o va in riserva, di fronte a un’urgenza postami dagli stessi amici dell’Antidiplomatico e che mi vede d’accordo, anche perché coinvolto in prima persona: La Global Sumud Flotilla, mentre scrivo ancora in navigazione verso le sponde della Palestina, o Gaza, o comunque Palestina occupata. E la diatriba nata da divergenti valutazioni dell’impresa.
Il mezzo è il messaggio
Diceva Marshall McLuhan “Il mezzo è il messaggio”, intendendo che la struttura e la forma del mezzo di comunicazione hanno un impatto più profondo sulla società e sull’individuo rispetto al contenuto che veicola. Il vero messaggio è costituito da come il mezzo stesso modifica la percezione della realtà e le relazioni umane, influenzando chi siamo e come interagiamo con il mondo.
L’intuizione del grande studioso della comunicazione, se ancora ce ne fosse bisogno, ha trovato abbagliante espressione nella Global Sumud Flotilla: una settantina di imbarcazioni che, in partenza da tanti porti del Mediterraneo con a bordo gente da tutto il mondo, carica di generi di soccorso, in parte raccolti dai portuali e sui cui alberi, vele e prue svettano le bandiere della Palestina. Lo ha capito subito Israele quando si è affrettata a promettere che tratterà i naviganti da “terroristi”, dunque destinati a esecuzione, o incarcerazione senza fine. Un accredito migliore la Flottiglia non poteva riceverlo.
Nel momento in cui scrivo, la flottiglia è ancora in alto mare, ma dell’impresa e delle sue immagini tracimano i mezzi d’informazione e l’attenzione pubblica dell’intero pianeta. I precedenti tentativi di singole imbarcazioni di portare sulle sponde di Gaza l’oceano di solidarietà, morale, politica e materiale che da due anni alluviona l’umanità si sono infranti contro la brutalità dell’intervento militare israeliano, costato anche nove turchi ammazzati dagli israeliani sulla nave Mavi Marmara, maggio 2010. Dimostrazione di quanto i genocidi temano la visibilità che questa impresa, espressione di un immenso sentire collettivo, dà alla sofferenza e alla resistenza dei palestinesi e, in simultanea, all’abominio dei loro oppressori.
Timore, perfino panico, israeliano che i droni contro le barche in partenza hanno ribadito. La riduzione dell’immagine di “vittima”, dietro al quale lo Stato Sionista ha potuto nascondere quasi cent’anni di nefandezze colonialiste, razziste, di genocidio strisciante e poi totale, si è ridotta alle infime proporzioni che i suoi portatori d’acqua affannosamente difendono. Il consenso planetario, quanto meno delle opinioni pubbliche, ma anche di un numero insospettato di governi, suscitato dalla flottiglia, ha decretato un isolamento di Israele, inimmaginabile fino almeno a quando Hamas, il 7 ottobre, ha rimesso la Palestina davanti agli occhi e alle coscienze dei più distratti.
(*) Giornalista, inviato di guerra e scrittore
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