di Balthazar
Mamdani sarà il primo sindaco musulmano di New York. Sebbene gli Stati Uniti siano essenzialmente un paese di migranti, Mamdani è forse il più giovane migrante ad essere eletto sindaco della città più ricca del paese.
Per gran parte della sua campagna elettorale, si è presentato come un uomo di origine africana e un orgoglioso musulmano, solo verso la fine della sua campagna, dopo la festa indù di Deepavali, ha corteggiato i sud asiatici e gli indoamericani. È stato visto con la madre indù di origine indiana, la celebre regista indiana Mira Nair, nei templi di New York e in molti lo considerano anche il primo sindaco dell’Asia meridionale.
Ma il fatto che egli si sia fortemente presentato come un musulmano che lotta per i diritti e la dignità dei musulmani in un paese occidentale dominato dai cristiani bianchi, darà una speranza e una voce politica alle comunità musulmane nelle capitali europee e di altre parti del mondo..
I suoi sostenitori hanno giudicato tale posizione come “un approccio distintamente musulmano al socialismo democratico… articolazione di una comprensione dell’islamità legata alla marginalità, all’invisibilità, al non essere visti”. Dimostrando che non c’è nulla di male nell’essere di sinistra in politica e tuttavia parlare della propria fede e delle proprie convinzioni religiose.
Ha promesso di essere un sindaco socialista democratico della capitale della finanziaria mondiale suscitando apprensione a Wall Street e negli ambienti imprenditoriali internazionali con nuove tasse sui ricchi e una maggiore regolamentazione e alla futura competitività economica della città.
Il successo o il fallimento della sua promessa di una “New York accessibile” attraverso il congelamento degli affitti per tutti gli inquilini stabili, la concessione di corse gratuite sugli autobus urbani, la garanzia di assistenza all’infanzia gratuita per ogni newyorkese di età compresa tra sei settimane e cinque anni e l’istituzione di supermercati di proprietà della città per combattere l’aumento dei costi alimentari, saranno monitorati attentamente da altre città globali..
E fatto più sorprendente ha ottenuto successo nonostante la sua accanita difesa dei diritti dei palestinesi e la sua posizione critica sulle politiche israeliane. Un cambiamento generazionale non solo all’interno del Partito Democratico degli Stati Uniti, ma anche tra gli ebrei americani considerando che New York City conta 1,6 milioni di residenti ebrei.
Una tendenza che viene monitorata attentamente dai funzionari israeliani e dalla comunità ebraica mondiale. Infatti, subito dopo la sua vittoria,, il ministro della diaspora israeliana Amichai Chikli ha scritto su X che “la città che un tempo era simbolo di libertà globale – ha scritto – ha consegnato le chiavi a un sostenitore di Hamas, a qualcuno le cui posizioni non sono lontane da quelle dei fanatici jihadisti che, 25 anni fa, hanno assassinato 3.000 dei suoi concittadini“, riferendosi agli attacchi dell’11 settembre.
“Questo è un punto di svolta cruciale per la città di New York“, ha aggiunto. “La scelta fatta da New York scuote le fondamenta stesse del luogo che ha dato libertà e opportunità di successo a innumerevoli rifugiati ebrei dalla fine del XIX secolo, un luogo che è diventato la sede della più grande comunità ebraica al mondo al di fuori di Israele”.
Chikli suggerisce che il cambiamento di volto di New York “non è avvenuto dall’oggi al domani: è iniziato con l’atmosfera antisionista nei campus universitari, sopraffatta dai soldi del Qatar, è continuato con le violente manifestazioni dei sostenitori di Hamas alla CUNY, alla NYU e soprattutto alla Columbia University, che è diventata la roccaforte del sostegno ad Hamas negli Stati Uniti, e ha raggiunto il suo apice questa mattina, quando l’ultimo dei bulli che sostengono gli stupratori e gli assassini di Hamas è stato eletto sindaco”.
Quindi “New York non sarà mai più la stessa, soprattutto per la comunità ebraica, poichè la metropoli sta camminando a occhi aperti verso l’abisso in cui è già sprofondata Londra… È inutile sprecare parole affermando che tutto andrà bene. Niente andrà bene in questa città” invitando “gli ebrei di New York a prendere seriamente in considerazione l’idea di stabilire la loro nuova casa nella Terra di Israele”.
Va detto anche che Mamdani è stato piuttosto schietto nel corso degli anni, definendo Israele uno stato di apartheid sostenendo “il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni”. Pur affermando di credere che Israele abbia il “diritto di esistere”, ma non come stato ebraico, senza mai rispondere alla domanda se Israele lo debba essere.
Solo a giuno ha risposto a un giornalista affermando “non mi sento a mio agio nel sostenere uno Stato che abbia una gerarchia di cittadinanza basata sulla religione o altro… L’uguaglianza dovrebbe essere sancita in ogni Paese del mondo. Questa è la mia convinzione”.
Senza contare che nel corso della sua campagna elettorale sveva promesso che, se eletto, avrebbe smantellato il consiglio creato dall’attuale sindaco Eric Adams per rafforzare i legami economici tra Stati Uniti e Israele.
È significativo che, subito dopo gli attacchi del 7 ottobre da parte di Hamas, Mamdani avesse dichiarato di piangere la morte degli israeliani, ma non avesse menzionato Hama. Aveva invece, attaccat Benjamin Netanyahu per aver dichiarato guerra al gruppo terroristico, aggiungendo che “il cammino verso una pace giusta e duratura può iniziare solo con la fine dell’occupazione e lo smantellamento dell’apartheid”.
Per di più affermando successivamente che lo arresterebbe se entrasse a New York City, nonostante gli Stati Uniti non siano firmatari della Corte penale internazionale che ha condannato il presidente israeliano.
Eppure se con tali opinioni su Israele Mamdani ha vinto a New York, finora considerata una cittadella degli ebrei americani, ciò invia segnali inquietanti a Israele per quanto riguarda la sua tradizionale base di sostegno negli Stati Uniti.
Nel 2023, prima degli eventi del 7 ottobre, gli ebrei newyorkesi si sentivano fortemente legati a Israele, più degli ebrei americani nel loro complesso., sostenedo il diritto di Israele a esistere come stato ebraico e ritenevano che prendersi cura di Israele fosse essenziale per la loro identità ebraica.
Quell’anno la maggior parte degli adulti ebrei nell’area di New York era emotivamente legata a Israele: nel complesso, il 64% ha dichiarato di essere molto o abbastanza legato a Israele. Rispetto a tutti gli ebrei americani, gli ebrei di New York hanno riportato livelli di attaccamento a Israele più elevati rispetto alla media nazionale (58%).
Ma oggi i livelli di attaccamento emotivo degli adulti ebrei verso Israele variano notevolmente in base alla pratica religiosa, all’età, al grado di importanza che per loro è l’essere ebrei e all’affiliazione politica.
Uno studio recente ha scoperto che i giovani adulti hanno oggi i livelli più bassi di attaccamento a Israele, mentre gli adulti più anziani hanno quelli più alti.
Il 72% degli adulti di età pari o superiore a 65 anni ha dichiarato di sentirsi almeno in qualche modo legato a Israele, rispetto al 56% degli adulti di età compresa tra 18 e 29 anni. Anche i giovani adulti presentano i tassi di attaccamento più bassi, con il 44% degli adulti ebrei sotto i 30 anni che afferma di sentirsi poco o per niente legato a Israele.
Solo gli adulti ortodossi dichiarano i livelli più alti di attaccamento a Israele, con l’86% che si sente abbastanza o molto attaccato, seguiti dagli adulti ebrei conservatori (80%), dagli adulti ebrei riformati (62%).
Questo spiega perché Mamdani abbia ottenuto così tanti voti, soprattutto tra i giovani ebrei di New York., il 33% secondo un recente sondaggio della CNN, risultato che non va generalizzato ma che è un campione estremamente significativo fra i Circa 5,3-6,8 milioni di ebrei che vivono negli Stati Uniti e rappresentano circa il 39% della popolazione ebraica mondiale.
