Cronaca

Matteo Messina Denaro, nuove perquisizioni e l’uomo di fiducia del boss, Bonafede, fa scena muta davanti ai magistrati

 

Continuano le perquisizioni degli investigatori a Campobello di Mazara, alla ricerca di elementi utili per scoprire la rete di fiancheggiatori che hanno favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Ieri sera i carabinieri del Ros hanno perquisito l’abitazione degli ex suoceri di Andrea Bonafede, l’uomo che ha prestato l’identità al boss e che si trova in carcere da lunedì. I coniugi sono morti da anni e la casa risulta disabitata da tempo: si trova in via San Giovanni, a poche centinaia di metri dall’abitazione di Giovanni Luppino e dall’appartamento dove, fino allo scorso giugno, avrebbe vissuto Messina Denaro. Va detto poi che Andrea Bonafede ha deciso di restare in silenzio davanti al gip. Un evidente cambio di strategia difensiva rispetto alla prima fase dell’inchiesta, quando Bonafede, sentito dagli inquirenti, aveva fatto mezze ammissioni. Verità mischiate a menzogne, sostengono gli investigatori, propensi a credere che il fedelissimo del padrino abbia ammesso solo quel che non poteva negare: come l’aver dato la carta d’identità a Messina Denaro, l’aver comprato per suo conto, con 15mila euro ricevuti dal boss, la casa di vicolo San Vito in cui il capomafia viveva e di avergli dato una mano ad acquistare la Giulietta. Sul resto, il geometra di Campobello non avrebbe detto la verità. Ha raccontato, ad esempio, di conoscere fin da ragazzo il capomafia, ma di averlo perso di vista fino a un anno fa e di averlo incontrato, da gennaio del 2022, solo in due occasioni. In entrambe Messina Denaro gli avrebbe chiesto aiuto: per curarsi e per trovare un appartamento. E Bonafede l’avrebbe accontentato dandogli la carta d’identità e il codice fiscale utilizzati per le terapie oncologiche e comprandogli casa. Ma le date non tornano perché agli inquirenti risulta che un Andrea Bonafede, di certo non il geometra e quindi il capomafia con i documenti dell’altro, a dicembre del 2020 si è operato all’ospedale di Mazara del Vallo per un cancro al colon. Ciò dimostra che il “prestito” di identità risale almeno a un anno prima di quel che il geometra sostiene.

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