La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha incontrato a Pechino il primo ministro del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, Li Qiang e con questo incontro è stata in aprte ricomposta la frattura della via della Seta, quando proprio Meloni mise nel cassetto accordi frutto di anni di intese politico-diplomatiche ed economiche. Al centro dei colloqui i rapporti bilaterali, in un anno segnato dal ventennale del Partenariato Strategico Globale fra Italia e Cina e dalla ricorrenza del 700esimo anniversario della scomparsa di Marco Polo. I due Capi di Governo hanno discusso di come promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile del commercio bilaterale e degli investimenti reciproci, rafforzare la collaborazione scientifica e culturale e garantire un dialogo costruttivo in tutti i settori di comune interesse. Hanno, inoltre, affrontato la gestione delle grandi sfide globali, dall’Intelligenza Artificiale al cambiamento climatico, concordando sulla necessità di definire soluzioni comuni e condivise. n occasione dell’incontro, è stato adottato un Piano d’Azione per il rafforzamento del Partenariato Strategico Globale (2024-2027) e sono state sottoscritte 6 intese, relative alla collaborazione industriale, alla tutela delle indicazioni geografiche, alla sicurezza alimentare, all’ambiente e all’istruzione. I due leader hanno, inoltre, inaugurato la settima edizione del Business Forum Italia-Cina, alla presenza di oltre 100 aziende e associazioni di categoria italiane e cinesi. “Italia e Cina hanno molta strada da fare insieme, e tocca a noi lastricarne il percorso con rispetto reciproco“, dice Giorgia Meloni intervenendo al Business Forum Italia-Cina con il primo ministro cinese Li Qiang. “L’obiettivo comune è rendere le nostre relazioni commerciali sempre più eque e vantaggiose per tutti“. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, lo dice intervenendo al Business Forum Italia-Cina con il primo ministro cinese Li Qiang. Meloni sottolinea “l’interesse che tutti abbiamo a rafforzare il partenariato” tra Roma e Pechino, invitando a “ragionare sui punti di forza e di debolezza, su cosa ha funzionato bene e su cosa ha funzionato meno bene”. “Il memorandum di collaborazione industriale che abbiamo sottoscritto comprende settori industriali strategici come la mobilità elettrica e le rinnovabili. Settori dove la Cina già da tempo opera opera sulla frontiera tecnologica, il che inevitabilmente richiede di agire come un’economia pienamente sviluppate quale è, condividendo anche con i partner le nuove frontiere della conoscenza”. “L’Italia rimane un’economia solida, strategicamente posizionata in Europa e nel Mediterraneo. Il livello della ricerca e dell’innovazione, e la forza del nostro sistema manifatturiero sono da sempre i nostri punti di eccellenza. Oggi possiamo vantare anche un’importante stabilità politica che dalle nostre parti è un fatto a volte raro. E’ molto importante, perché avere stabilità politica consente di mantenere intatta la strategia ed è un valore aggiunto per chi riceve gli investimenti e per chi investe”. “Gli antichi rapporti tra Italia e Cina sono caratterizzati da una cooperazione economica e commerciale molto significativa. Una dimensione strategica che dobbiamo continuare a coltivare, anche e soprattutto di fronte alla complessa situazione internazionale che ci troviamo ad affrontare. Penso naturalmente all’aggressione russa ai danni dell’Ucraina, alla crisi in Medio Oriente, alle tensioni nel Mar Rosso, all’instabilità crescente in Africa. Sono tutte crisi che rimettendo in discussione l’ordine internazionale basato sulle regole si ripercuotono inevitabilmente anche sulla sicurezza e sull’integrazione economica globale”. Le crisi internazionali “insieme allo shock della pandemia, ci hanno posto di fronte anche agli effetti collaterali della globalizzazione, ai rischi legati al fatto di avere catene approvvigionamento globali. Infatti se è vero che l’economia mondiale molto ha beneficiato dalla liberalizzazione dei commerci, è anche vero che i dividendi di questo processo non si sono sempre distribuiti in maniera equilibrata tra le nazioni e tra i diversi fattori di produzione all’interno di ciascuna nazione. E’ una realtà con cui siamo chiamati a fare i conti, perché tutto questo pone un rischio oggettivo in termini di sicurezza economica”.
