di Giuseppe Onorati
Il pregiudizio è legato in stretto binomio allo stereotipo, dando vita ad una circolarità viziosa che si autoalimenta e che porta tanto a livello individuale , che collettivo, a “certezze” alienanti dalla realtà effettiva.
Ideologie, teorie (o pseudo tali), informazioni distorte, mal interpretate, conoscenze scarse, creano il terreno affinché si sedimenti nelle coscienze una forma di “certezze” che ha una funzione semplificatrice nella rappresentazione della realtà, con cui potersi orientare; tali costrutti orientativi, comportano poi il sorgere di posizioni valoriali, atteggiamenti che, avulsi dall’effettiva realtà, rafforzano le convinzioni, attivando la spirale viziosa.
L’immigrazione è uno degli argomenti maggiormente (se non il principale) prigionieri della spirale fra stereotipo e pregiudizio nell’Italia e nell’Occidente dell’ultimo quindicennio almeno. Spirale creata ed alimentata dal dibattito politico, dai media e da posizioni ideologico-culturali.
Il fenomeno immigrazione storicamente ha sempre offerto terreno fertile per la generazione di pregiudizi, solitamente favorita maggiormente in periodi di crisi sociale ed economica e nell’ultimo decennio in Italia si è particolarmente acuita. Essendo i pregiudizi un effetto delle convinzioni stereotipate, l’antidoto efficace per evitarne la formazione e spezzare il circolo vizioso stereotipo-pregiudizio, sarebbe quello di guardare al fenomeno nella sua complessità reale; intraprendere la sua considerazione in una prospettiva logico-razionale, analizzarlo con opportuni strumenti scientifici, demandando alla politica la soluzione delle criticità, sarebbe il giusto approccio per rapportarsi all’immigrazione.
Prima ed al di là di ogni discorso sui pregiudizi, sulla complessità del fenomeno immigrazione, sulle sue criticità e prima d’ogni codice giuridico e sociale, sarebbe necessario prendere in considerazione l’uomo, con i valori universali che garantiscano il senso della simmetria morale fra ego ed alter. Il comportarsi o meno, in linea con quei valori universali, rende la vera stima di una persona, prescindendo dalle sue qualificazioni etniche, politiche e culturali. Questo è il cardine alla base di un pieno vivere civile.
Qualche settimana addietro, la città di Potenza è stata teatro di una storia indicativa in tal senso, che potrebbe assurgere a paradigma di questo discorso dei valori universali come cardine di una vera e piena convivenza civile, travalicando ogni sorta di pregiudizio ed ogni fremito dialettico sul fenomeno immigrazione.
Un ragazzo senegalese di ventinove anni, Moussa Diaby, che da undici anni si trova in Italia, mentre cammina, si accorge, guardando per terra, di una carta Bancoposta che qualcuno ha evidentemente smarrita. Senza pensarci due volte, va in questura a portare la carta alla Polizia, affinché sia restituita al titolare. La Polizia accoglie benissimo il gesto, depositario di onestà e correttezza ed in buona fede si rivolge a Moussa elogiandolo ed ergendolo ad esempio positivo che tutti gli immigrati dovrebbero seguire. In buona fede viene espresso un pregiudizio, per il quale Molussa è una buona eccezione, invece di considerare il gesto indipendente dalla condizione particolare di chi lo abbia compiuto, valutandone soltanto la portata morale e civile.
A rivendicare questa “universalità” del gesto è lo stesso autore, il quale ha dichiarato di averlo fatto perché si è reso conto che poteva essere un grosso problema per il titolare aver smarrito il Bancoposta e che comunque sia giusto restituire qualsiasi cosa al legittimo proprietario.
Moussa Diaby è in Italia dal 2015; è partito appena diciottenne dal Senegal, arrivando in Libia, da dove si è imbarcato per l’Italia con tanta speranza per un futuro migliore. Arrivato in Italia si è subito iscritto alla scuola media per imparare l’italiano e per prendere il titolo di studio ai fini di una buona integrazione nella società italiana. Attualmente opera nel settore dell’assistenza ai suoi connazionali, per aiutarli ad integrarsi ed ha come scopo preminente quello di trovare un lavoro stabile. Il gesto compiuto per lui è del tutto normale, che chiunque dovrebbe considerar tale; è convinto che il rispetto sia fondamentale per una convivenza civile.
Il suo gesto di onestà e correttezza è stato ripagato, in quanto il titolare del Bancoposta, il dottor Giuseppe Di Giuseppe, giudice della sezione penale presso il Tribunale di Matera, non soltanto ha regalato a Moussa una bicicletta per andare incontro al suo bisogno negli spostamenti ma soprattutto, è nata fra i due una grande amicizia. Di Giuseppe ha voluto sottolineare come il gesto di Moussa possa valere simbolicamente, decostruendo pregiudizi ed incentivando l’opinione pubblica a guardare sempre più favorevolmente all’integrazione.
La civiltà occidentale è incardinata sui valori universali dell’umanità e la storia di Moussa è un’ennesima prova che ove quei valori informino pensiero ed azione, la convivenza civile sia garantita.
