“Le previsioni più recenti per il 2025 sono di un rallentamento della crescita rispetto all’andamento già moderato del 2024, come conseguenza principalmente degli effetti dell’evoluzione delle politiche commerciali globale”.
Lo scrive Istat nel rapporto 2025 facendo riferimento alle stime di crescita fra cui quelle del Fmi (+0,4%) e Banca d’Italia e Mef (+0,6%) contro lo 0,7% registrato nel 2024.
Le prospettive per il 2025 – spiega l’istituto statistico – sono condizionate “dalle possibili evoluzioni delle tensioni geopolitiche internazionali che rendono ogni previsione soggetta ad ampi margini di incertezza”. Istat nota anche il “netto miglioramento” dei conti pubblici con la discesa dell’indebitamento netto dal 7,2% al 3,4% del Pil e un debito cresciuto di sette decimi al 135,3%, meno di quanto stimato da Psb e Commissione europea, per la spesa per interessi (2 decimi) e la ridotta crescita del Pil. Nel dettaglio del rapporto si nota come le retribuzioni contrattuali hanno perso tra il 2019 e il 2024 il 10,5% del potere d’acquisto a causa della forte crescita dei prezzi. E’ quanto emerge dal Rapporto annuale dell’Istat che chiarisce però che per le retribuzioni lorde di fatto per dipendente (quelli che tengono conto degli accordi aziendali e individuali e dei cambiamenti della composizione dell’occupazione) la perdita del potere d’acquisto “è stata più contenuta e pari al 4,4% in Italia”, superiore al 2,6% della Spagna e all’1,3% della Germania. Nel 2024 nel settore privato dell’economia la produttività del lavoro si è ridotta del 2% (-0,2% quella del capitale).
L’Istat sottolinea che la produttività del lavoro per occupato nel 2024 si è ridotta dello 0,9% e dell1,4% per ora lavorata “come risultato dell’espansione dell’occupazione maggiore rispetto a quella del valore aggiunto”.
Nell’anno l’occupazione è cresciuta dell’1,5% con 352mila unità in più. In disoccupati si sono ridotti di 283mila unità mentre il tasso di disoccupazione è calato al 6,5%. Il dato sulla produttività, hanno spiegato i ricercatori, è legato alla composizione dell’occupazione che ha visto la crescita del lavoro ni settori ad alta intensità di lavoro e a bassa produttività come il turismo e la ristorazione.
La perdita del potere d’acquisto per le retribuzioni contrattuale è stata rilevante soprattutto a fine 2022 quando ha raggiunto il 15% mentre è scesa nel periodo successivo toccando a febbraio l’8,7%. E’ risalita al 10% a marzo 2025.
Guardando al reddito reale da lavoro per occupato (compresa quindi l’occupazione indipendente) l’Istat segnala che nel 2024 “è più elevato rispetto al 2014, anno di minimo dopo la grande recessione degli anni precedenti, ma più basso del 7,3% rispetto al 2004 (-5,8% per i dipendenti) per la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione con riduzioni per tutte le classi di età”.
Nonostante il calo del reddito da lavoro, precisa l’Istituto, tra il 2004 e il 2024 il reddito familiare equivalente “è aumentato del 6,3%, grazie ai cambiamenti demografici (in particolare la riduzione della quota delle famiglie con figli), all’aumento del numero di componenti occupati e alla maggior diffusione della proprietà della casa di abitazione”. In pratica il reddito reale da lavoro per occupato si è ridotto ma quello delle famiglie è cresciuto grazie al fatto che in molti casi è entrato in casa un secondo stipendio e che la famiglia è meno numerosa.
Il 23,1% della popolazione a rischio povertà o esclusione
Il Rapporto annuale dell’Istat evidenzia che in Italia quasi un quarto della popolazione, il 23,1%, è a rischio povertà o esclusione sociale (+0,3 punti sul 2023) ma al Sud la percentuale sale di un punto e tocca il 39,8%.
L’indicatore riguarda le persone che hanno almeno un fattore di rischio tra la povertà (un reddito inferiore al 60% di quello mediano), la grave deprivazione materiale e la bassa intensità di lavoro. L’Istat sottolinea che il rischio di povertà ed esclusione sociale cresce per gli individui che vivono in famiglie il cui principale percettore di reddito ha meno di 35 anni (dal 28,4% al 30,5% del totale).
Guardando alle caratteristiche familiari, spiega l’Istat, nel 2024 l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale si conferma più bassa per chi vive in coppia senza figli, soprattutto se la persona di riferimento della famiglia ha almeno 65 anni (15,6%). Al contrario, l’incidenza è quasi doppia (30,5, in aumento dal 28,4% osservato nel 2023) per gli individui che vivono in famiglie in cui il principale percettore di reddito ha meno di 35 anni.
Rispetto al 2023, l’indicatore aumenta anche per chi vive in coppia con almeno tre figli (+2,8 punti percentuali), per i monogenitori (+2,9 punti), e per gli individui con almeno 65 anni che vivono da soli (+2,3 punti). Per le coppie con uno o due figli, il rischio di povertà o esclusione sociale resta intorno al 19%, al di sotto della media nazionale (23,1%).
La grave deprivazione materiale e sociale presenta forti disuguaglianze territoriali: nel 2024, colpisce l’1,3 per cento della popolazione nel Nord-est e il 12,1 per cento nel Sud, a fronte del 4,6 della media nazionale. Anche le caratteristiche familiari influiscono molto: la quota sale al 7,9 per cento tra chi vive in coppie con tre o più figli e raggiunge l’11,4 nelle famiglie in cui il principale percettore di reddito è straniero, rispetto al 4,0 registrato tra le famiglie con percettore italiano.
I più diffusi segnali di deprivazione sono: l’impossibilità di permettersi una settimana di vacanza all’anno (31,4% nel 2024), la mancanza di risorse per affrontare una spesa imprevista (29,9%), l’incapacità di sostituire mobili danneggiati (15,8%) e, a livello individuale, la rinuncia ad attività a pagamento nel tempo libero (9,6%). Le difficoltà economiche a sostenere spese impreviste sono particolarmente frequenti tra le famiglie monogenitore (36,2%), tra quelle con percettore giovane con meno di 35 anni (38,7%) o con cittadinanza straniera (54,7%).
Va considerato inoltre – spiega l’Istat – “che eventi quali lo scioglimento di un’unione o il decesso di un componente familiare possono esporre le famiglie a un maggiore rischio di ritrovarsi in condizioni di disagio economico”.
I numeri della crescita
Nel 2024, l’economia italiana è cresciuta allo stesso ritmo moderato del 2023, ed è proseguito il rientro dalla forte dinamica inflazionistica che aveva caratterizzato il biennio 2021-2022. L’occupazione ha continuato a espandersi, ed è stato conseguito un parziale recupero nel potere di acquisto dei salari reali. Gli indicatori di finanza pubblica hanno registrato un netto miglioramento, anche se il debito pubblico misurato in rapporto al Pil è tornato ad aumentare. Nel primo trimestre del 2025 si è confermata l’espansione dell’attività economica, ma sono anche aumentati i rischi per la crescita e per il contenimento dell’inflazione, soprattutto di origine esterna. Le prospettive per l’anno in corso sono quindi molto incerte e condizionate dall’evoluzione delle tensioni internazionali sul piano politico e commerciale. Restano inoltre da affrontare sfide importanti che da tempo limitano la crescita economica e le opportunità di benessere nel nostro Paese, come confermato dalla dinamica debole della produttività: tali temi sono trattati in questo Capitolo e approfonditi nel Capitolo 4 con una prospettiva di lungo periodo e un approccio microfondato. Si affrontano anche i temi della fragilità dei territori e della vulnerabilità degli insediamenti produttivi ai rischi climatici, nonché la necessità di rendere più sostenibile l’attività economica. Fatti, questi, che rappresentano un’altra sfida chiave per il futuro.
Sistema economico e generazioni
A due anni dall’uscita dalla crisi sanitaria il nostro Paese ha superato i livelli di attività pre-pandemici, realizzando un costante ampliamento dell’occupazione e, nell’ultimo anno, un parziale recupero dei salari reali. D’altra parte, dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso l’economia italiana presenta un rallentamento del ritmo di crescita, che si è aggravato dall’inizio del secolo corrente in cui si è indebolito anche l’andamento della produttività. Questi fattori hanno prodotto effetti negativi sulla dinamica dei redditi e, più in generale, sulle prospettive di realizzazione personale e di benessere economico. Il rallentamento della crescita contraddistingue gran parte dei paesi che hanno raggiunto una fase matura di sviluppo economico e attraversano una fase di declino demografico. Tuttavia, in Italia l’intensità e l’interazione di questi fenomeni hanno prodotto effetti assai più marcati sull’economia e nella società.
Nel nuovo millennio, il ridotto tasso di crescita economica ha limitato in Italia, più che in altri paesi dell’UE27, le prospettive di maggiore benessere economico: dal 2000 al 2024, il Pil reale del nostro Paese è cresciuto meno del 10 per cento, mentre ha registrato incrementi intorno al 30 per cento in Germania e Francia, e superiori al 45 per cento in Spagna. Nello stesso periodo, l’occupazione è cresciuta a un tasso più sostenuto (+16 per cento) e comparabile a Francia e Germania. Tuttavia, Istat | Rapporto annuale 2025 164 la crescita delle opportunità di occupazione è stata favorita dall’espansione delle attività dei servizi ad alta intensità di lavoro e bassa produttività e, poiché la produttività del lavoro è cresciuta anche negli altri settori meno che nelle altre principali economie europee, in Italia si è registrato un ristagno del Pil reale per ora lavorata e, di conseguenza, della dinamica salariale di medio-lungo periodo.
Nel 2024, in termini reali il reddito da lavoro per occupato era inferiore del 7,2 per cento rispetto al 2004, con decrementi in tutte le classi di età. La maggiore partecipazione al mondo del lavoro ha comunque prodotto effetti positivi. La contrazione dei nuclei familiari, l’aumento dei componenti attivi sul mercato del lavoro e la maggiore diffusione della proprietà dell’abitazione hanno permesso di compensare pienamente la riduzione dei redditi individuali, con una crescita del 6,3 per cento del reddito familiare equivalente. Inoltre, se si considera il periodo 2011-2022 – prima della temporanea caduta del potere di acquisto dovuta al recente episiodo inflazionistico – la quota di adulti tra i 18 e i 65 anni che hanno percepito redditi da lavoro imponibili è aumentata in misura rilevante (dal 62,7 al 70,4 per cento), e si è avuta una crescita del 4,2 per cento del reddito mediano in termini reali.
La dinamica demografica
La dinamica demografica e sociale dell’Italia continua a riflettere tra – sformazioni profonde, che attraversano generazioni, territori e grup – pi sociali. La popolazione residente è in costante calo, spinta da una dinamica naturale fortemente negativa, solo parzialmente compen – sata da un saldo migratorio positivo. I dati più recenti segnalano un nuovo minimo storico della fecondità e un crescente squilibrio nella struttura per età della popolazione. L’Italia si conferma uno dei Paesi più anziani al mondo, con un quarto della popolazione di 65 anni e più e oltre 4,5 milioni di individui con 80 anni e più. Nel frattempo, le nascite continuano a diminuire, con 370 mila nuovi nati nel 2024 e un tasso di fecondità sceso a 1,18 figli per donna. Nel contesto di un ricambio generazionale sempre più debole, il con – tributo migratorio si conferma determinante. La popolazione straniera residente e i nuovi cittadini italiani rappresentano le uniche compo – nenti in crescita. Gli ingressi dall’estero raggiungono 435 mila unità nel 2024 e anche le acquisizioni di cittadinanza raggiungono nuovi massimi. Tuttavia, aumenta anche l’emigrazione, in particolare tra i giovani italiani qualificati. Negli ultimi dieci anni, il Paese ha avuto una perdita netta di circa 97 mila laureati di età compresa tra 25 e 34 anni, con un forte impatto sul capitale umano disponibile per lo sviluppo
Una società per tutte le età
L’aumento straordinario della sopravvivenza ha trasformato radical – mente la struttura della popolazione italiana, dando origine a una so – cietà in cui oggi convivono insieme più a lungo diverse generazioni. I loro percorsi di vita hanno contribuito a ridefinire il contesto demo – grafico, sociale ed economico del Paese. Osservarne l’evoluzione della struttura e dei comportamenti significa cogliere i cambiamenti in atto, ma anche programmare in modo più efficace gli interventi necessari per gestire meglio le possibili traiettorie e criticità future. Per comprendere le esigenze di una popolazione che invecchia, ma che, al contempo, chiede nuove opportunità, è indispensabile adottare il punto di vista generazionale, analizzando i cambiamenti dei percorsi di vita. L’allungamento della vita in buona salute e il maggiore livello di istruzione hanno ampliato gli orizzonti delle generazioni, ma anche introdotto nuove sfide e divari: vivere a lungo non è uguale ovunque, né per tutti. Se da un lato aumentano gli anni vissuti in autonomia, dall’altro persistono forti divari territoriali e socioeconomici. È attraverso l’approfondimento delle dimensioni territoriali che tali dinamiche possono essere comprese nella loro complessità e nelle implicazioni per il benessere collettivo. Gli squilibri tra generazioni nei territori evidenziano le specificità locali, in termini sia di tendenze demografiche sia di fattori come la tipologia familiare, che possono influenzare il potenziale supporto sociale, specie quello informale, e la capacità della società di far fronte alle sfide poste dall’invecchiamento.
