Esteri

Palestina un riconoscimento che pesa, ma il suo significato resta controverso

di Giuliano Longo

Domenica, Regno Unito, Canada e Australia hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, dopo Slovenia, Norvegia altri Stati come il Belgio, Franci e Portogallo  lo faranno in settimana.  Il numero dei paesi dell’ONU che riconoscono la Palestina è arrivato a 152 su 193.

Il risultato del voto dell’assemblea delle Nazioni unite, fra le tante che si sono succedute nei decenni, viene ora percepito come un’inversione di tendenza rispetto a un’ingiustizia storica durata decenni.

Tuttavia molte cose si possono leggere nella decisione di importanti Paesi dell’Occidente soprattutto se si esaminano la reazione ufficiale di Israele. “Le richieste di uno Stato palestinese minacciano la nostra esistenza e costituiscono una ricompensa illogica per il terrorismo”, ha affermato Benjamin Netanyahu.

Mentre tra i sostenitori della Palestina questi riconoscimenti sono interpretati in modi diversi.

Alcuni ritengono che queste ultime decisioni di importati stati occidentali sono insufficienti o in grave ritardo,  suggerendo che siano puramente simbolici, distogliendo l’attenzione dai precedenti fallimenti di chi sino ad oggi, non è riuscito a fermare il genocidio a Gaza imputandolo ai leader israeliani responsabili dello sterminio del popolo palestinese.

Questa affermazione è supportata dai fatti.

 Ad esempio, l’insistenza dei leader di questi governi sul fatto che Israele abbia il “diritto di difendersi”, attribuendo la colpa del conflitto ad Hamas  e imponendo condizioni alla loro accettazione della soluzione dei due stati.

Altri, sostengono che la soluzione a due Stati non sia immediatamente possibile, come sostiene Giorgia Meloni, mentre altri ancora ritengono che   non farebbe altro che dare a Israele il tempo necessario per completare il suo annichilimento di e l’annessione della Cisgiordania.

Un terzo gruppo ne vede il lato positivo, sostenendo che tali riconoscimenti sono vitali, poiché riconoscono il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e quindi rappresentano  una sconfitta al tentativo di Israele di emarginare la Palestina dall’agenda globale.

Tutte queste affermazioni hanno un loro fondamento di legittimità e devono essere riconosciute come analisi appropriate e preoccupazioni valide.

Ma alcuni punti debbono essere presi in considerazione.

In primo luogo, il riconoscimento di uno Stato palestinese rappresenta una rottura totale con l’idea che una Palestina indipendente possa realizzarsi solo attraverso negoziati tra l’occupante israeliano e i palestinesi stessi, nel caso specifico quella vessata ’Autorità della enclave di Transgiordania, che fu una precondizione dai tempi dell’OLP di Arafat.

Sebbene non si siano svolti negoziati per decenni e Israele abbia ricevuto il via libera dagli Stati Uniti per annettere ciò che resta della Palestina occupata, i paesi occidentali hanno ripetuto più volte la stessa linea dei due stati anche se non l’hanno approvata esplicitamente come oggi con il riconoscimento di uno stato palestinese. .

Pertanto, questi riconoscimenti rappresentano un chiaro allontanamento dalle passate politiche estere concepite da Washington e Israele.

In secondo luogo, il riconoscimento della Palestina da parte del Regno Unito, sebbene avvenuto dopo lunghe diatribe, è particolarmente significativo.

Già fu la Dichiarazione Balfour del Regno Unito del 1917 a gettare i semi che, tre decenni dopo, portarono alla fondazione di Israele sulle rovine della patria palestinese etnicamente ripulita.

Si ricorda che dichiarazione del governo britannico  durante la Prima Guerra Mondiale esprimeva il sostegno alla creazione di un “focolare nazionale” in Palestina  per il popolo ebraico in , pur affermando di voler salvaguardare i diritti civili e religiosi delle comunità non-ebraiche. 

La dichiarazione è considerata un documento fondamentale per la genesi dello Stato di Israele ed ebbe  profonde e durature conseguenze nella storia del conflitto israelo-palestinese e del Medio Oriente. 

In terzo luogo, i riconoscimenti in corso della Palestina non sono stati atti di beneficenza da parte dei governi occidentali, che giustamente condannano l’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre, ma sottovalutano la resistenza palestinese da oltre 60 anni dopo dall’esodo forzato dal proclamato Stato Israeliano, la Nakba – il Disastro.

E sottovalutano la mobilitazione popolare in Occidente contro il proclamato genocidio, proclamato  dalla Corte penale internazionale. Tutti fatti a dimostrazione , e dimostra che la società civile è un attore politico in grado di apportare cambiamenti.

In quinto luogo, è necessario fare una netta distinzione tra le richieste di semplici “soluzioni” e il significato più ampio di riconoscimento.

Israele ha reso sempre impossibile la soluzione dei due stati, ma ciò che conta davvero  è che, dopo anni di marginalizzazione della causa palestinese e anni di normalizzazione araba con Israele a spese dei palestinesi, la Palestina è ora tornata all’ordine del giorno come tema centrale per la comunità internazionale.

Un movimento globale che non può essere violento, anche nelle sue frange più estreme, ma deve premere perché a partire dai governi che hanno riconosciuto i due stati, esigano il rispetto del diritto internazionale e dei desideri della propria opinione pubblica, sicuramente ampiamente favorevole anche se non scende in piazza.

Questo significa  imporre sanzioni e persino interrompere le relazioni con Israele – come avvenuto con la Russia – per impedire a Netanyahu e alla destra israeliana  di annientare il popolo palestinese in tutto o in parte.

In sostanza una scelta di civiltà che contesta  l’aggressività solidale a Israele di Trump – e non di tutta l’opinione pubblica americana – proprio nel momento di crisi delle democrazie e lo velleità belliciste diffuse anche fra le elites europee, sembrano prevalere.

Nella foto l’annuncio del riconoscimento dello Stato di Palestina di Macron alle Nazioni Unite

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