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Parafrasando Sanremo: Aldo Cazzullo, che fastidio

di Riccardo Bizzarri

Quando in Italia una canzone piace davvero al pubblico, accade quasi sempre una cosa prevedibile: qualcuno deve spiegare al pubblico perché non dovrebbe piacergli.
Questa volta il compito se lo è preso Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere della Sera, che nella sua rubrica delle lettere ha liquidato il brano vincitore di Festival di Sanremo cantato da Sal Da Vinci come “la canzone più brutta della storia del Festival”.
Un giudizio legittimo, per carità. La critica musicale esiste apposta.
Il problema non è la critica. Il problema è la postura.
Perché quando Cazzullo spiega che una canzone popolare potrebbe essere “la colonna sonora di un matrimonio della camorra”, non sta più facendo critica musicale. Sta facendo una cosa molto italiana: l’educazione sentimentale delle masse.
Tradotto: se vi piace, è perché non avete capito.
Il ragionamento di Cazzullo è, nella sua struttura, scolastico quasi pedagogico.
Da una parte cita Nel blu dipinto di blu, capolavoro assoluto, simbolo del boom economico, fiducia nel futuro, poesia collettiva dall’altra mette la canzone di Sal Da Vinci, che a suo dire sarebbe una caricatura melodica degna di una gag di Checco Zalone.
È un confronto elegante. Colto. Perfino raffinato. Ma è anche un confronto impossibile.
Perché confrontare una canzone pop contemporanea con il mito fondativo della canzone italiana è come confrontare una pizzeria di quartiere con la Cappella Sistina: il risultato è già scritto prima di iniziare.
Il vero problema non è la musica. Il punto vero è il fastidio.
Cazzullo scrive: “L’Italia dei primi anni 2000 è un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa.” È una frase che dice più del previsto.
Perché sotto quella frase non c’è soltanto una critica musicale. C’è un piccolo sospetto culturale: che il popolo stia decidendo troppo da solo.
Chiunque può allenare la Nazionale. Chiunque può fare il premier. Chiunque può fare il capo dell’opposizione. E, orrore, chiunque può vincere Sanremo.
È la nostalgia elegante di quando a decidere il gusto erano pochi, molto pochi, e soprattutto ben riconoscibili.
Poi arriva la frase che accende i social: il riferimento al “matrimonio della camorra”.
Un’immagine facile. Troppo facile. Perché ogni volta che una certa estetica melodica napoletana diventa popolare, qualcuno a nord sente il bisogno di metterci accanto un’ombra folkloristica o criminale. È una scorciatoia narrativa vecchia quanto il Paese.
Peccato che la stessa città abbia prodotto artisti che hanno rivoluzionato la musica italiana, dal teatro alla canzone. E spesso con molta più libertà stilistica di quella concessa nei salotti editoriali.
C’è però un paradosso bellissimo in tutta questa storia. Più un critico dice che qualcosa è brutto, popolare e melenso, più quella cosa diventa un fenomeno culturale.
È accaduto mille volte nella storia della musica. Il pubblico ascolta, balla, canta, si emoziona. Il critico analizza, confronta, classifica.
Entrambi fanno il loro mestiere. Il problema nasce quando il secondo pretende di spiegare al primo come dovrebbe emozionarsi. Sanremo non è un concorso di estetica comparata è la vera democrazia della musica. È un rito nazionale.
Dentro ci stanno Modugno, Zalone, la canzone napoletana, il pop da matrimonio, l’orchestra, i meme, i tormentoni e le polemiche sui giornali. Ed è proprio questo il punto che forse irrita di più: la musica popolare non chiede il permesso alla critica.
Non lo ha chiesto nel 1958. Non lo chiede nel 2026.
E probabilmente non lo chiederà mai.
Alla fine, però, bisogna dirlo: le polemiche di Cazzullo fanno parte dello spettacolo quanto le canzoni. Sanremo vive anche di questo: critici indignati, cantanti difesi, tifoserie social, editoriali indignati e repliche indignate agli editoriali indignati. Quindi grazie, Aldo Cazzullo (dai che la canticchi pure Tu…).
Perché senza una stroncatura elegante e un po’ snob, una vittoria popolare non sarebbe davvero completa.
(*) Giornalista

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