di Viola Scipioni
C’è aria di ricomposizione al centro dello scacchiere politico italiano. Dopo mesi di frammentazione, rotture e sigle sempre più evanescenti, si riaffaccia l’idea di una casa comune per l’area liberaldemocratica. A rilanciarla è Giulia Pastorella, Vicesegretaria di Azione, che da tempo lavora alla ricostruzione di un contenitore politico in grado di unire riformisti di varia provenienza. Il punto di partenza è chiaro: «serve rendere attrattiva, coesa e forte quella galassia centrista che oggi è ancora troppo frammentata».
L’obiettivo dichiarato è tornare a fare massa critica, proprio come accade con l’esperienza del Terzo Polo, che sfiorò l’8% alle politiche del 2022. «C’era grande fiducia e speranza» ricorda Pastorella. «Se avessimo continuato su quella traiettoria, oggi non ci troveremmo in questo panorama politico fatto di contrapposizioni ideologiche e scontri che prescindono dal merito».
La proposta è ambiziosa: creare una “coalizione dei volenterosi”, che comprende Azione, Italia viva, la componente riformista del Partito democratico, Forza Italia, +Europa, il nuovo partito liberaldemocratico di Luigi Marattin e altri soggetti civici. «Io stessa vengo da +Europa» spiega Pastorella. «In quest’area oggi ci sono anime diverse: alcune vicine al campo largo, altre che si definiscono europeiste e liberaldemocratiche. Queste ultime ci starebbero benissimo. È tempo che trovino il coraggio di venire in quella che sarebbe la loro casa naturale».
Quanto a Matteo Renzi, che nelle scorse settimane ha fatto capolino in iniziative comuni con Carlo Calenda, la Vice di Azione resta pragmatica: «ci si può spingere fin dove le persone hanno voglia di andare. In questo momento Renzi ha deciso di andare da un’altra parte. Lavoriamo con quello che c’è».
Ma se il centro cerca di ricostruire con metodo e pazienza, altrove si giocano partite con altri strumenti, e meno rigore. Giuseppe Conte ha proposto di abbassare il quorum per i referendum abrogativi al 33,3 periodico. «Dobbiamo abbattere il quorum, portandolo al 33%», ha detto l’ex premier in un’intervista al Corriere della Sera, rilanciando anche l’idea di un referendum propositivo.
Una proposta che non ha lasciato indifferenti i costituzionalisti. Il Presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, ha ammonito: «si potrebbe abbassare il quorum, ma ci vorrebbe una legge costituzionale che bilanciasse questa modifica innalzando il numero di firme necessarie per proporre il quesito. È uno strumento delicato, gli interventi devono essere ben ponderati». L’idea di Conte, insomma, è para a molti una scorciatoia populista, più che una vera riforma. Molti analisti hanno fatto notare come i 5S abbiano difficoltà a porsi il problema della rappresentanza: con un quorum ridotto si rischia di trasformare l’intero Paese in una “piattaforma Rousseau allargata”.
La fragilità della proposta è confermata anche dall’assenza di indicazioni su come evitare un’inflazione referendaria o garantire che non sia una minoranza organizzata a decidere su leggi votate da un Parlamento eletto. E se l’idea di referendum propositivi non è di per sé sbagliata (anzi, è già prevista una proposta di legge costituzionale approvata nel 2019 ma mai promulgata) resta aperta la questione del metodo. Conte propone di replicare il modello “Nova” sperimentato nel M5S, che ha coinvolto gli iscritti attraverso una piattaforma digitale. «È stato un successo» ha detto, «abbiamo ricevuto 22mila contributi».
Ma l’entusiasmo numerico, senza un disegno costituzionale chiaro, rischia di restare un esercizio di propaganda. Qualcosa che, più che rafforzare la democrazia, ne semplifica i meccanismi fino a svuotarli.
Intanto, i dati sull’ultimo referendum sul lavoro parlano chiaro: il quorum è stato raggiunto solo in 28 comuni italiani. Di questi, 22 sono a Roma e 6 alla Garbatella, il quartiere di Giorgia Meloni, dove tre sezioni in via Macigni Strozzi hanno registrato un’affluenza tra il 54,4% e il 57,9%. Un dettaglio simbolico, ma anche un segnale: l’astensionismo resta il vero nemico della democrazia diretta.
Per Pastorella, la risposta deve venire da una nuova cultura politica: «solo creando una vera comunità, dal basso, possiamo dare continuità al progetto riformista. Non un cartello elettorale all’ultimo minuto, ma una costruzione solida, fatta di idee, convergenze e rispetto reciproco». E conclude: «serve preparazione. Solo così si riducono i rischi di disfare ciò che si è costruito».
