L’analisi di Desideri (Segretario Nazionale) e Palombi (Responsabile Dipartimento Economia e Finanza) di Pensiero Popolare Italiano
di Marino Marini
Un caffè con due esponenti di PENSIERO POPOLARE ITALIANO, il Segretario Nazionale Fabio DESIDERI ed il responsabile del Dipartimento Economia e Finanza del Movimento, Marco PALOMBI, è stata l’occasione per una chiacchierata sull’accordo – annunciato da Ursula Von der Leyen e Donald TRUMP – sui dazi per le esportazioni negli Stati Uniti.
L’intervista è la sintesi di un dialogo, molto approfondito e puntuale, che sintetizza le posizioni del Movimento.
Dott. DESIDERI, qual è la sua valutazione sull’accordo per i Dazi annunciato da Ursula Von der Leyen e Donald Trump?
La ratifica dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti, che introduce una tariffa uniforme del 15% su quasi tutte le esportazioni europee verso il mercato americano, rappresenta non un compromesso difendibile, ma un caso da manuale di miopia strategica da parte delle istituzioni politiche europee. Dietro la narrazione rassicurante del “male minore”, la realtà è quella di una cessione sistemica di sovranità industriale, tecnologica e diplomatica, i cui effetti rischiano di proiettarsi ben oltre la congiuntura attuale, pregiudicando la traiettoria stessa del continente nei decenni a venire.
Dott. PALOMBI, da economista, può indicarci la cronistoria tecnica di questo accordo?
La storia di questo accordo è nota. Dopo una lunga serie di escalation tariffarie da parte di Washington – dal 50% su acciaio e alluminio, al 25% su automobili e componenti, al cosiddetto “dazio reciproco” del 10% su tutte le importazioni extra-NAFTA – l’Europa si è presentata al tavolo negoziale senza un fronte comune, divisa e priva di una strategia condivisa. L’esito è stato il peggior scenario per l’industria europea: accettazione di una tariffa punitiva e perpetuazione delle misure più aggressive proprio sui settori a più alto valore aggiunto, a fronte della sola, fragile eccezione del comparto aerospaziale (AP News, 2025; Wikipedia, 2025; The Daily Beast, 2025; Eurostat, 2024; BusinessEurope, 2025).
Le conseguenze di questa scelta sono quantificabili in cifre che non lasciano spazio a interpretazioni di comodo. Secondo i dati Eurostat (2024), il 65% dell’export UE verso gli Stati Uniti – oltre 150 miliardi di euro l’anno – è ora soggetto a una nuova imposizione tariffaria, con effetti devastanti per i distretti di meccanica avanzata, farmaceutica, automotive, chimica ed elettronica. Secondo le stime della Commissione Europea e dell’OCSE, la perdita potenziale supera le 200.000 unità lavorative nei soli comparti diretti e rischia di propagarsi a tutto l’indotto, accelerando un processo di deindustrializzazione già in atto (OECD, 2025; BusinessEurope, 2025).
La critica, tuttavia, non si limita al piano economico. È la dimensione sistemica e strategica dell’accordo a destare le maggiori preoccupazioni.
Dott. DESIDERI qual è il suo giudizio della classe politica europea rispetto all’azione dalla stessa posto in essere nelle trattative portate avanti?
La classe politica europea ha dimostrato una preoccupante incapacità di leggere la portata storica delle proprie decisioni: l’assenza di una politica industriale e commerciale realmente comune, la frammentazione interna fra Stati membri – con la Spagna che annuncia la non ratifica, Polonia e Irlanda che temono una svalutazione delle rispettive filiere, e persino i Paesi Bassi in allarme sui cluster logistici e chimici – ha impedito la costruzione di un blocco negoziale solido, relegando l’Europa al ruolo di “prigioniero della congiuntura” (El País, 2025; NRC Handelsblad, 2025; Financial Times, 2025).
Dott. Palombi questo accordo rappresenta una rottura dell’ordine multilaterale fondato sulle regole del WTO?
Sul piano giuridico, la decisione di accettare misure tariffarie unilaterali – spesso motivate dagli Stati Uniti con abusi della clausola di sicurezza nazionale (Sezione 232 del Trade Expansion Act) – rappresenta una rottura dell’ordine multilaterale fondato sulle regole del WTO. La paralisi dell’Appellate Body, il blocco dei ricorsi europei e l’incapacità dell’UE di attivare efficaci contromisure difensive segnano il definitivo ritorno a una logica di potenza, in cui il diritto cede il passo alla forza (WTO, 2024; Reuters, 2025; Bown, 2024).
Dott. Desideri, cosa non ha saputo la classe politica europea nella vicenda dei dazi?
La miopia della classe politica europea si evidenzia soprattutto nell’incapacità di cogliere le implicazioni sistemiche e di scenario: l’indebolimento progressivo dei legami politici e industriali fra i Paesi UE, la divergenza nei tassi di crescita, la marginalizzazione delle PMI e delle filiere d’eccellenza, l’incapacità della BCE di esercitare efficacemente la propria funzione anticiclica in un contesto dove gli Stati Uniti agiscono come “price setter” globale, alterando i meccanismi di trasmissione monetaria e lasciando l’Eurozona più esposta a shock esterni e speculazioni (BCE, 2025; Palombi, 2024; The Economist, 2025).
Dott. Palombi, da economista ci spiega cosa stanno facendo le altre potenze europee su questo tema?
Nel frattempo, le grandi potenze extraeuropee adottano strategie di segno opposto: la Cina rafforza il controllo sulle filiere strategiche e investe sulla “dual circulation”; gli Stati Uniti coordinano strumenti fiscali, industriali ed energetici, sostenendo la resilienza produttiva attraverso il CHIPS Act e l’IRA. L’Europa, al contrario, rischia uno slittamento definitivo ai margini dell’innovazione tecnologica e della sicurezza energetica, con le aziende leader e le start-up più dinamiche spinte a migrare verso ecosistemi più competitivi (State Council, 2023; White House, 2023; US Department of Commerce, 2024; European Commission, 2025; OECD, 2025).
Dott. Desideri cosa la inquieta di più in questa vicenda?
Un aspetto ancora più inquietante dell’intera vicenda riguarda la violazione della sovranità parlamentare degli Stati membri. L’accordo tariffario, infatti, è stato negoziato e imposto dalla Commissione Europea e dai governi esecutivi, escludendo di fatto il coinvolgimento pieno dei parlamenti nazionali. In diversi Paesi, le assemblee legislative sono state chiamate ad avallare decisioni già prese, senza un dibattito pubblico e trasparente né una valutazione d’impatto autonoma sulle ricadute settoriali e territoriali. Si tratta di una procedura che appare in aperto contrasto con i principi sanciti dal Trattato sull’Unione Europea, che all’articolo 10 impone il rispetto della rappresentanza democratica e della centralità dei parlamenti nella definizione delle grandi scelte strategiche dell’Unione.
La denuncia avanzata dalla Spagna, che ha rivendicato il diritto del Parlamento nazionale a pronunciarsi autonomamente sulla ratifica dell’accordo, è solo la punta dell’iceberg di un malessere più diffuso. In molti Stati membri, l’opinione pubblica e le opposizioni hanno sottolineato come la marginalizzazione delle Camere abbia svuotato di senso la partecipazione democratica, aprendo la strada a una tecnocrazia negoziale sempre più distante dai cittadini.
Come osservato in La Costituzione dell’Europa Unita e la depoliticizzazione delle istanze sociali (Palombi, 2024), l’integrazione europea ha favorito l’affermarsi di una logica post-politica, in cui le decisioni fondamentali vengono affidate a procedure tecniche e amministrative. Ne deriva che scelte di portata sistemica sono trasformate in mere questioni tecniche, sottratte così al dibattito popolare. Questo processo allontana progressivamente i cittadini dalle urne e separa il potere reale dal demos, che rappresenta il fondamento stesso della sovranità.
I dati sull’astensionismo crescente, la disaffezione verso le istituzioni europee e il rafforzarsi di movimenti anti-sistema ne sono testimonianza concreta (El País, 2025; Financial Times, 2025; Trattato sull’Unione Europea, art. 10, Palombi, 2024 ).
Dott. Palombi i dazi origineranno un problema di bilancia commerciale o di competitività in Europa e nel Mondo?
Questo non è solo un problema di competitività o di bilancia commerciale: è una crisi di progetto e di futuro, che investe la legittimazione stessa delle istituzioni europee. L’assenza di una strategia di sviluppo integrata, la rinuncia a una politica industriale autonoma, la mancanza di strumenti efficaci di difesa e la fuga dal conflitto sistemico relegano l’Europa in una posizione di subalternità, compromettendo l’interesse delle future generazioni.
Le condizioni accettate oggi dalla leadership europea non sono una necessità ineluttabile: sono il frutto di una scelta miope, priva di visione storica e di coraggio strategico. È il momento di riconoscere che la narrazione del “male minore” è, in realtà, la premessa del declino irreversibile. Serve una svolta, fondata su un nuovo paradigma di sviluppo che metta al centro l’autonomia industriale, la formazione d’élite, la governance dell’innovazione e il rilancio degli investimenti strategici coordinati.
Perché solo un’Europa capace di ripensare sé stessa sarà in grado di uscire dalla crisi con la dignità e la forza che la storia le richiede.
