Primo piano

Quando la giustizia e la scienza tradiscono: quell’1% che distrugge vite

 

di Michele Rutigliano

 

Solone diceva:
“La giustizia è come una ragnatela: trattiene i deboli e lascia passare i potenti.”

Una frase antica. Ma oggi, più che mai, maledettamente attuale.

Ci affidiamo alla giustizia come ci affidiamo alla medicina. Con fiducia cieca, quasi religiosa. Crediamo che entrambe abbiano il compito sacro di proteggerci, guarirci, garantirci sicurezza. Ci rassicuriamo con l’idea che il mondo, per quanto imperfetto, segua un ordine. Un sistema. Un meccanismo che, pur con qualche scossone, tende sempre verso il giusto.

E nella maggior parte dei casi è vero. Il sistema funziona.
Ma non sempre.
Esiste un margine. Una piccola percentuale. Un 1% maledetto.
Quell’1% in cui il sistema, invece di salvarti… ti condanna.

Negli ultimi giorni è tornato alla ribalta il caso di Alberto Stasi. Un nome che divide l’opinione pubblica da quasi vent’anni. Processato per l’omicidio della fidanzata, Chiara Poggi, a Garlasco. Assolto, poi condannato. Un continuo ribaltamento tra certezze e dubbi, tra prove che appaiono e scompaiono, tra perizie contestate, tra sospetti e teorie. Ma è davvero colpevole?
O è semplicemente finito dentro quell’1% che la giustizia non riesce — o non vuole — vedere?

Come lui, tanti altri. Troppi.
Enzo Tortora, giornalista, uomo pubblico, massacrato da un’accusa infondata, gettato in un carcere, trascinato nel fango mediatico, liberato solo quando ormai il danno era già irreversibile. Il suo nome oggi è simbolo di un errore che non dovrebbe mai accadere.
Stefano Cucchi, che nelle mani dello Stato ha trovato la morte. Arrestato, picchiato, abbandonato. Un corpo che gridava vendetta, ignorato per anni.
Massimo Bossetti, il muratore di Mapello, condannato per l’omicidio di Yara Gambirasio. Ma quanti dubbi ancora irrisolti? Quante domande senza risposta? È colpevole davvero? O solo un bersaglio perfetto?

La giustizia sbaglia. Lo sappiamo. Ma raramente lo ammette.

E cosa c’entra tutto questo con la scienza? Con la medicina? Con i vaccini?
C’entra eccome.

Perché anche la scienza, con tutta la sua potenza, ha il suo 1% di fallimento.
E purtroppo, quando sbaglia, non chiede mai scusa.

I vaccini sono tra le più grandi conquiste dell’umanità. Hanno salvato milioni di vite, fermato epidemie, reso possibile ciò che prima era inimmaginabile. Siamo vivi grazie alla scienza.
Ma anche lì, nel regno della razionalità, esiste quell’1%.
Quell’1% che non viene detto. Che non si scrive nei foglietti illustrativi.
Quell’1% che rovina vite. Che le spezza. Che le cancella.

Nel 1955, negli Stati Uniti, il caso Cutter: un lotto di vaccino antipolio prodotto male. Risultato? 40.000 bambini paralizzati. Un errore che avrebbe dovuto essere impossibile.
Nel 1976, il vaccino contro l’influenza suina: centinaia di persone svilupparono la sindrome di Guillain-Barré, una malattia devastante.
Anche oggi, con i vaccini più moderni, più sicuri, più controllati, quel rischio — minimo, rarissimo, quasi invisibile — esiste ancora.

Ma nessuno vuole parlarne. Nessuno vuole essere quell’1%.

Perché se sei nel 99%, tutto va bene. Ma se sei nell’1%… sei finito.

E quando capita a te, quando quel numero diventa il tuo nome, il tuo volto, la tua storia… allora scopri che il sistema non è progettato per proteggerti. È progettato per proteggere sé stesso.

Giustizia e scienza. Due colonne della società. Due poteri sacri, intoccabili.
Eppure entrambi, a volte, sbagliano.
E quando sbagliano, lo fanno in silenzio.

Chi ripaga una vita distrutta da un errore giudiziario?
Chi consola una famiglia spezzata da una reazione avversa?
Chi restituisce anni di carcere ingiusto? Chi restituisce la salute, la normalità, la speranza?

Come scriveva Primo Levi:

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”

Conosciamo la legge. La rispettiamo. Ma sappiamo che può fallire.
Conosciamo la scienza. Ci fidiamo. Ma sappiamo che può ferire.

Viviamo accettando il rischio. Perché non possiamo vivere nel terrore.
Ma chi finisce in quell’1%…
…non ha più scampo.
…non ha più voce.

E allora, forse, la domanda più inquietante non è “quanto è sicuro il sistema?”,
ma un’altra, molto più semplice. Molto più feroce.

E se un giorno toccasse a Te?

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