di Viola Scipioni
Eugenio Giani riconquista la Toscana con il 53,9% dei voti, 13 punti sopra lo sfidante del centrodestra Alessandro Tomasi. Il Partito democratico canta vittoria dopo le delusioni in Calabria e nelle Marche, ma la festa ha un retrogusto amaro. L’affluenza è crollata al 47,7%, quindici punti in meno rispetto al 2020, e la coalizione progressista si scopre ancora fragile al suo interno.
Elly Schlein può rivendicare un successo politico e personale: il suo “campo largo” regge, almeno in Toscana. Ma dietro il trionfo si celano tensioni e contraddizioni. Il Movimento 5 Stelle, per la prima volta alleato del governatore Giani dopo anni di opposizione, si ferma al 4,3%. Una scelta di compromesso che molti attivisti considerano un tradimento della coerenza originaria. «È stato un percorso sofferto», ha ammesso Giuseppe Conte, consapevole di aver pagato a caro prezzo la svolta governista.
Nel frattempo, la sinistra prova a gestire l’imbarazzo per l’accordo di pace fra Israele e Hamas promosso da Donald Trump. Schlein e gli altri leader del centrosinistra lo definiscono «un passo decisivo», ma quasi nessuno osa nominare il Presidente americano. Le parole di ringraziamento verso Washington restano prudenti, quando non implicite. Un equilibrio diplomatico che riflette il disagio di una parte della sinistra nel riconoscere i meriti di un interlocutore scomodo.
Sul fronte opposto, la sconfitta del centrodestra è netta ma non omogenea. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito della coalizione con il 26,8%, mentre Forza Italia ottiene un dignitoso 6,2%. A crollare è la Lega, precipitata dal 22% del 2020 a un misero 4,4%. Il “fattore Vannacci”, anziché rilanciare il partito, si è rivelato un boomerang. Il generale, chiamato da Salvini a coordinare la campagna elettorale, ha spaccato la base e inasprito i rapporti interni. Dalla Toscana la Lega esce dimezzata, con appena uno o due consiglieri eletti.
Il tonfo leghista riaccende il malcontento del nord e alimenta i sospetti di una futura scissione. L’ipotesi di una “Rifondazione leghista” capace di recuperare l’identità originaria del Carroccio torna a circolare fra i fedelissimi di Zaia. Per Palazzo Chigi, tuttavia, la débâcle del generale è un sospiro di sollievo: Giorgia Meloni non deve temere fughe a destra né un ritorno dell’asse sovranista.
Al di là dei numeri, il vero dato politico è l’astensionismo. Meno della metà degli elettori toscani si è recata alle urne, segno di una democrazia sempre più spenta. Ma non tutta disaffezione: in molti casi si tratta di un “astensionismo per soddisfazione”, tipico dei contesti dove il risultato appare scontato e il governo uscente gode di consenso diffuso.
Il messaggio per tutti i partiti è chiaro: la politica urlata e identitaria non mobilita più. Vince chi appare credibile, amministrativo, moderato. Il centrosinistra toscano lo ha capito, ma resta da vedere se saprà trasformare questa vittoria in un modello nazionale o se, come spesso accade, si limiterà a brindare con uno champagne dal sapore un po’ di tappo.
