Esteri

Le lacrime di Starmer e le promesse tradite della Brexit

 

di Michele Rutigliano (*)

 

A dieci anni dal referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la Brexit continua a rappresentare una ferita aperta nella società britannica. Dovevano arrivare crescita economica, maggiore sovranità, controllo dell’immigrazione e una nuova stagione di prosperità. Invece il Paese si ritrova oggi alle prese con una crescita debole, servizi pubblici in difficoltà, tensioni territoriali e una crescente nostalgia per quel rapporto con l’Europa che molti avevano dato per superato.
In questo contesto si inserisce la figura del premier Keir Starmer, chiamato a governare un Paese stanco e disilluso. Le sue lacrime, in pubblico, hanno colpito l’opinione britannica, ma non sono bastate a colmare la distanza che ancora separa il leader laburista da una parte dell’elettorato. Come ha osservato Luigi Ippolito sul Corriere della Sera, la vicenda politica di Starmer appare segnata da una vera e propria “catena di errori”, fatta di esitazioni, cambi di linea e difficoltà nel costruire un rapporto empatico con il Paese reale.
Un leader competente ma poco carismatico
Starmer è certamente un uomo delle istituzioni. Ex procuratore generale, serio, rigoroso e preparato, ha costruito la propria immagine sulla competenza più che sul carisma. Ma la politica moderna richiede spesso qualcosa di diverso: capacità comunicativa, immediatezza, vicinanza emotiva. Molti osservatori britannici gli riconoscono affidabilità e senso dello Stato, ma gli rimproverano una certa freddezza. In un’epoca dominata dai social media e dalla comunicazione istantanea, il suo stile è apparso talvolta distante e burocratico. Le lacrime mostrate ieri, difronte a Downing Street possono essere lette come il segno di una sincera partecipazione umana, ma anche come il simbolo di una leadership che non ha mai trovato una piena sintonia con l’opinione pubblica.
Brexit: il conto da pagare dopo dieci anni
Ancora più rilevante è il bilancio della Brexit. Le promesse formulate durante la campagna referendaria del 2016 non si sono realizzate nella misura annunciata. La crescita economica britannica è rimasta inferiore alle aspettative, gli scambi commerciali con il continente sono diventati più complessi e numerosi settori produttivi hanno dovuto affrontare nuovi costi burocratici. Non sorprende quindi che nel dibattito pubblico britannico si torni a parlare di un possibile riavvicinamento all’Europa. Non si tratta necessariamente di rientrare nell’Unione Europea, ipotesi ancora politicamente difficile, ma di ricostruire relazioni più strette con Bruxelles. Una discussione che sarebbe sembrata impensabile pochi anni fa e che oggi trova spazio persino tra quanti avevano sostenuto l’uscita. La realtà ha dimostrato che l’indipendenza politica non elimina le interdipendenze economiche. In un mondo globalizzato, nessuna nazione può prosperare isolandosi dai propri principali partner commerciali.
Dall’Europa dei “watchdog” al nuovo ordine mondiale
Esiste infine una dimensione storica che merita tutta la nostra  attenzione. Per secoli, la Gran Bretagna ha interpretato il ruolo di “watchdog” dell’Europa: il cane da guardia del continente, pronto a intervenire per impedire che una singola potenza assumesse il controllo degli equilibri europei. Dalle guerre napoleoniche ai due conflitti mondiali, Londra ha spesso agito come garante dell’equilibrio continentale. Ma il mondo del XXI secolo è profondamente diverso. Dopo la Seconda guerra mondiale sono emerse le grandi superpotenze globali; successivamente la globalizzazione ha visto l’ascesa di nuovi protagonisti come Cina, India e altre grandi realtà economiche e geopolitiche.
In questo scenario multipolare, il Regno Unito non può più pensare di esercitare da solo il ruolo che aveva nel passato. La sua forza continua a essere rilevante, ma appare inevitabilmente più efficace quando si inserisce in una rete di alleanze e cooperazioni internazionali.
Le lacrime di Starmer raccontano forse anche questo: la presa d’atto di una stagione storica che si è conclusa. La Brexit avrebbe dovuto segnare il ritorno della piena sovranità britannica; dieci anni dopo, molti cittadini scoprono, invece, che il futuro non passa dalla solitudine nazionale, ma dalla capacità di costruire nuove forme di collaborazione. È una lezione che riguarda il Regno Unito, ma che parla anche all’Europa e a tutti i paesi di questo mondo.

(*) Giornalista

Related posts

Ucraina i dazi UE colpiranno la sua economia, ma per esportare nel Mondo occorrono miliardi  

Redazione Ore 12

Rapporto di due Ong: “Oltre 55 milioni in fuga dai propri Paesi”

Redazione Ore 12

Nato, Mulè: “Missione italiana in Estonia è di grande importanza”

Redazione Ore 12