Le famiglie e le imprese europee stanno già avvertendo la pressione sui prezzi causata dal conflitto in Medio Oriente, sebbene le perturbazioni dovute al conflitto non abbiano ancora provocato uno scenario simile alla crisi energetica del 2022. Lo scrive S&P Global Ratings in un report di approfondimento dell’impatto del conflitto sull’economia europea. A fronte dell’intensificarsi degli effetti diretti derivanti dall’aumento dei prezzi dell’energia, prosegue il report, gli effetti indiretti si ripercuoteranno sempre più sull’economia europea, con implicazioni per la crescita economica a medio termine e i tassi di interesse.
S&P ritiene che, in questa fase, uno shock generalizzato della catena di approvvigionamento sia una possibilità remota per l’economia europea, individuando tuttavia alcune aree di vulnerabilità. Nello specifico, Germania e Italia, potenze industriali con capacità nucleare limitata, sono particolarmente esposte alle importazioni dal Medio Oriente, mentre la Francia è meno vulnerabile grazie alla sua infrastruttura nucleare, e il Regno Unito è relativamente protetto, poiché il Medio Oriente rappresenta solo una piccola quota del 44% del suo fabbisogno energetico importato.
D’altra parte, si sottolinea nel report, il rischio di approvvigionamento energetico per l’Europa è ora inferiore rispetto al 2022, quando la Russia soddisfaceva il 30%-35% del fabbisogno regionale di petrolio e gas. Inoltre, l’Europa è meno colpita dall’attuale turbolenza rispetto alle principali economie asiatiche, che importano circa tre volte più energia dal Medio Oriente.
